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Una Santa Alleanza per la Torino-Lione?

Ma che razza di paese siamo diventati? Dov’è la ribellione, dov’è l’indignazione?
Se coltivare queste reazioni era il merito principale che si riconosceva ai Cinquestelle, ora che sono avviluppati nelle spire di un contratto di governo che è un nodo scorsoio, possibile che non si levino voci di protesta? Che non ci sia un bimbo ad avvertire che il re è nudo, e lo spettacolo è osceno!
Siamo passati nelle ultime settimane attraverso il voto sull’incriminazione di Salvini per il caso Diciotti e la legge sulla “difesa sempre legittima”. I politici “perbene” e tutta l’informazione che conta se la sono presa, a ragione, con i Cinquestelle che si sono piegati al sopruso. Ma per loro il ricattatore, il cattivo, un vero bravaccio, si deve riconoscere che è un leader con gli attributi.
Lo spettacolo a cui assistiamo ora sulla Torino Lione supera però questi precedenti, perché qui il gioco diventa scoperto. Se in quei casi (ho citato solo i più recenti, l’elenco poteva essere più lungo) si è intravisto un popolo che non subisce in silenzio, qui, di fronte a un coro unanime che unisce tutti, dal PD alla Lega passando per FI e FdI, tutta la grande stampa (sole voci dissonanti Il Manifesto e Il Fatto) e l’informazione televisiva al gran completo, il popolo assiste e non riesce a far sentire la sua voce, non si mobilita, non scende in piazza, non lancia petizioni.
Se tace non credo sia perché condivide la posizione di chi, dopo venticinque anni di resistenza popolare contro un progetto aberrante, insiste a voler traforare una sessantina di chilometri di montagna, nell’interesse di pochi speculatori a spese della collettività. Se tace credo sia piuttosto perché è venuta meno la forza di resistere. Stiamo dunque diventando un popolo sottomesso: a un potere dispotico. Altro che popolo sovrano, di quale sovranità parliamo?
Sono convinto che il problema è che manca una rappresentanza politica in sintonia con gli interessi della maggioranza. E in questa situazione la soluzione classica è il ricorso alla volontà popolare.

Come nel 2011 per i beni comuni minacciati dall’attacco della speculazione da parte dei grandi monopoli privati, come nel 2016 per la Costituzione minacciata dall’attacco di chi puntava alla concentrazione del potere nell’esecutivo, la sola arma in mano al popolo per una reazione politica, sul terreno della democrazia, è il voto.
Ne ho parlato a conclusione del mio post precedente, dopo aver ripercorso la storia del progetto e messo in luce la portata politica della scelta da compiere in un paper che è scaricabile qui


Si tratta di chiudere un capitolo inglorioso della nostra storia politica, quello delle grandi opere, della normativa emergenziale, del sistema di finanziamenti concentrati su monopoli privati. Opere di cui non ha nessuna importanza l’utilità, purché abbiano caratteristiche tali da permettere ai contraenti di utilizzare le tecnologie imponenti di cui dispongono (essenzialmente, per scavi e ponti sospesi) che consentono grandi profitti, e di subappaltare le opere complementari e di contorno a miriadi di imprese sottratte a vincoli di trasparenza e in grado di imporre condizioni di lavoro “al margine”.
È un tema secondario? La colpa di questo governo è di litigare per qualche chilometro di buco quando il Paese è afflitto da problemi sociali enormi, come dichiara La Forgia, che dovrebbe rappresentare la sinistra superstite, coerente, rigorosa? Di nuovo, l’obiettivo è esaltare le contraddizioni dei Cinquestelle, indipendentemente dal merito dei problemi?
Nossignore. Sette miliardi ficcati nelle tasche di speculatori, faccendieri, micro-imprenditori in lotta per la sopravvivenza e, non si sa mai, propaggini tentacolari dell’economia criminale non sono una cosuccia marginale. Basti dire che la dotazione per il reddito di cittadinanza è stata proprio ridotta dai 14 miliardi, a cui avrebbero mirato le persone serie, a sette.

La verità nuda e cruda, più nuda di un re nudo, è che un governo appena normale metterebbe fine a un’offensiva durata venticinque anni (la Torino Lione è un’idea che è piaciuta a Berlusconi, fresco di governo, nel 1994) e aprirebbe senza indugio un confronto con la Francia e con la UE.
Con i francesi, per chiedere conto del fatto che il loro COI (corrispondente del nostro CIPE in materia di infrastrutture) ha cancellato la tratta di loro competenza, tra il tunnel e Chambery, dai progetti infrastrutturali per il periodo 2018-2038 e revocare concordemente l’accordo del 2016.
Con la UE, per esaminare quali dei progetti prioritari varati nel 2011 merita di essere ripreso per la parte riguardante l’Italia. La scelta va dalla realizzazione pezzo mancante del “ponte dei due mari” (del Nord e Tirreno) al completamento dell’”asse ferroviario centrale Berlino-Palermo” per il tratto incompiuto da Salerno al Sud. Quanto al primo, le merci non passano dalla strada alla rotaia, utilizzando i tunnel già scavati in Svizzera per collegarsi al resto d’Europa, perché tra Milano e il confine svizzero verso il Sempione (Domodossola) o il Gottardo (Chiasso) i treni viaggiano nelle prealpi lombarde a una velocità appena superiore a quella dei carri a trazione animale su ferrovie ultra-congestionate: basterebbe dunque progettare il pezzo mancante del progetto prioritario europeo Rotterdam-Genova (che l’UE è pronta a finanziare), una volta che ci si è affrettati a aprire i cantieri del Terzo Valico tra Milano e Genova (altra storia analoga a quella della Torino-Lione). Quanto al secondo, si tratterebbe, cancellata la follia del Ponte sullo Stretto, di dimezzare i tempi di percorrenza, senza neanche passare alla Alta Velocità, con un ammodernamento che consenta una velocità di punta di 220 kmh. (come era stato previsto per la Torino-Lione una volta rivelatasi insensata l’ipotesi dell’Alta Velocità). Senza contare l’ipotesi di riesumare il progetto del Corridoio Adriatico, lasciato cadere, dopo anni di lavoro preparatorio, per il diktat della Lega in favore del potenziamento di Malpensa (a proposito di ricatti, vizio originario dei Lumbard comunque travestiti).
Questo farebbe un governo appena decente. Sperando di non urtare nessuna suscettibilità, va detto che questo è anche quello che il Presidente del Consiglio Conte ha annunciato di voler fare in conferenza stampa. Qualcuno ha reagito sfidandolo a farlo sul serio, essendo, una volta tanto, la cosa giusta? No, la linea è un’altra: denunciare le perdite di tempo imposte al Paese da questo governo di inetti. Per un progetto che i governi dei competenti stanno spingendo da appena 25 anni.

Allora si faccia davvero un referendum. Non in Piemonte, né in Lombardia (lì semmai andrebbe fatto per la Milano-Domodossola) ché allora si dovrebbe fare in Puglia sulla TAP o in Calabria per dirottare sulle ferrovie di quella regione i fondi della Torino Lione. Un referendum nazionale. Abrogativo. Di che cosa? Almeno su questo i Cinquestelle dovrebbero impuntarsi: fare una nuova legge-quadro sulle infrastrutture, senza la Torino Lione e con le alternative per un impegno di spesa equivalente. E chi vuole la Torino Lione raccolga le firme per farla abrogare.
Può darsi che mi sia fatto un’idea irrealistica di come è fatto il mio paese: ma sono fortemente convinto, e non vedo segnali contrari, che i cittadini, il popolo sovrano, si schiererebbe in modo massiccio a favore del buonsenso. Non è di questo che dubito. Se ho qualche dubbio, riguarda la probabilità che i potenti possano accettare di rimettersi alla volontà popolare. 
Viva la democrazia. 

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