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Il partito del tunnel non si rassegna


Insisto sul tema della Torino-Lione, perché lo spettacolo che sta dando il fronte pro-TAV, i fautori del tunnel della Val di Susa, merita qualche commento.
Gli argomenti ormai scarseggiano. Il fatto che l’avv. Giuseppe Conte alla fine di una riunione durata fino a notte fonda si sia convinto che gli argomenti pro-TAV degli “esperti” della Lega non reggono e che quindi si debba andare a uno stop deve essere stato un brutto colpo (la gente che si fida del premier più che dei politici di professione è più numerosa di quanto si vada dicendo). Tanto più in quanto ha candidamente affermato di essersi presentato alla riunione senza aver prima studiato a fondo il dossier per farsi un’idea.

Costi a finire secondo l'analisi costi-benefici della Commissione del MIT

Riassumiamo quelli che si sentono ripetere più spesso, misurandone ancora una volta l’inconsistenza.
- senza quel tunnel saremo tagliati fuori dalle rotte del commercio internazionale: argomento onirico, il nostro problema è la lentezza dei collegamenti tra Milano e la Svizzera, che ci impedisce di sfruttare appieno gli investimenti fatti da quel paese per velocizzare le loro ferrovie. Da Milano a Domodossola e Chiasso si viaggia alla velocità delle carrozze a cavalli; di conseguenza, l’asse prioritario UE Genova-Rotterdam “ponte dei due mari” (strategico perché deve unire il Mare del Nord al Mediterraneo) ha un collo di bottiglia a cui l’Italia non pone riparo. Ha preferito dare la precedenza al Terzo Valico, fatto di tunnel e ponti, nonostante sia per l’appunto il terzo, mentre la tratta in territorio pianeggiante urbanizzato (più espropri ma meno opere di ingegneria) resta al palo. Il “Lombardo-Veneto” (come anche l’area balcanica) avrebbe molto più bisogno del collegamento attraverso la Svizzera che di quello verso Lione che non porta da nessuna parte. O magari di una Via della Seta.
- senza quel tunnel respireremo un’aria inquinata dai TIR: argomento onirico per il medesimo motivo del precedente (serve investire sul collegamento con la Svizzera se si vogliono spostare le merci dalla strada alla rotaia); senza contare che il primo bilancio positivo in termini di emissioni si avrebbe a circa 30 anni dall’inizio dei lavori.
- ci sono trattati internazionali che vanno rispettati: argomento contrario, visto che quei trattati sono già stati violati dalla Francia e l’Italia ha perciò il diritto di pretendere che siano ridiscussi integralmente. La Francia ha infatti rimandato a dopo il 2038 ogni decisione sulla tratta di sua competenza, a cui secondo il trattato è invece tenuta a procedere. Senza quegli investimenti il maggiore onere per l’Italia sul tratto di confine (il tunnel) che insiste per la maggior parte in territorio francese, non trova più giustificazione essendo stato stabilito solo in virtù dei maggiori investimenti richiesti per la tratta di competenza esclusiva della Francia rispetto a quella italiana.
- fermare lo scavo del tunnel fa perdere migliaia di posti di lavoro: argomento contrario, perché il rapporto tra investimenti e occupati è di un ordine di grandezza tale (circa un milione di euro per occupato) per cui ogni altro utilizzo di quelle risorse avrebbe ricadute occupazionali ben maggiori.

Fin qui siamo comunque al già visto, da 25 anni a questa parte. Il fronte pro-TAV sta però dando il peggio di sé con due nuovi espedienti dialettici, se possibile, ancora più strampalati di quelli soliti.

Il primo argomento è il passaggio parlamentare.
In Parlamento c’è una maggioranza favorevole al TAV, questo è indubbio, almeno se si dà per scontato che Lega e PD si schierino compattamente. Ma l’intervento del Parlamento è previsto in sede di ratifica di un trattato internazionale e la procedura che si dovrà aprire è la revisione del trattato con la Francia, insieme con la riprogrammazione degli interventi in territorio italiano sugli assi prioritari UE che ci riguardano (Genova-Rotterdam, Berlino-Palermo, autostrade del mare, Malpensa). Pertanto, i casi sono due: o quelle trattative naufragano, e non si vede in quel caso la Lega cosa avrebbe da festeggiare una volta che gli italiani saranno messi a conoscenza dei motivi dell’insuccesso; o hanno successo, e il Parlamento dovrebbe assumersi la responsabilità di rifiutare la ratifica dei nuovi accordi.
In realtà questo argomento ne nasconde un altro, che non può essere detto. Se il governo cadesse prima della trattativa, si potrebbero creare le condizioni per andare avanti senza dover ridiscutere il progetto né con la Francia né con l’UE. Con una controindicazione, tuttavia, di un qualche peso: perché ciò avvenga dovrebbe essere la Lega a far cadere il governo, con ciò che ne conseguirebbe…
Questo non si può dire, quindi si dice il contrario: che sarà Di Maio a farsi sconfiggere in Parlamento per poter lasciare campo libero ai pro-TAV senza apparire complice. Se fosse l’idiota che in genere viene dipinto da questi strateghi, sarebbe anche credibile: se però è una persona appena in grado di intendere e di volere, e se il premier non è il fantoccio che si dipinge, non abboccano certo a un bluff così sgangherato…

L’altro argomento è quello del referendum. In Piemonte. In contemporanea con le Europee.

Tralasciamo il fatto che, se è un’opera di importanza continentale, sottoporla al giudizio (per quanto consultivo) degli abitanti di una regione è una castroneria. Se invece non lo è, si potrebbe sottoporre la TAP al giudizio dei pugliesi o, perché no?, agli elettori della provincia di Lecce. Peggio ancora se si aggiunge la Regione Lombardia, a cui però non viene in mente di chiedere agli elettori se preferirebbero l’alta velocità verso la Svizzera anziché verso Saint-Jean-de-Maurienne (è lì che finisce, aspettando il 2038 per sapere se prosegue).
Vien però da pensare che si potrebbe anche “vedere l’effetto che fa”. Perché se un bel numero dii piemontesi consultati dovessero rivelarsi solidali con i valligiani della Valdisusa; se ai torinesi che hanno votato la Appendino si dovessero aggiungere un po’ dei torinesi del PD o della Lega che appena qualche anno fa appoggiavano convinti il movimento No-TAV; se i novaresi dovessero far sentire la loro protesta perché il raddoppio del passante ferroviario che li riguarda e il collegamento atteso da decenni con Malpensa (che l’UE aveva messo in programma di finanziare) sono rimasti lettera morta; insomma se l’audace Chiamparino dovesse ricevere una sonora smentita dai suoi corregionali, con quale ardire nel Parlamento italiano potrebbe essere votata una mozione o anche solo promosso un convegno di costruttori per sostenere l’indispensabilità di quei 57 chilometri di tunnel?
Non si sa mai: le esperienze recenti ci dicono che chi minaccia referendum per far passare provvedimenti impopolari rischia di ricevere una sberla.

Però, ci spiega Zingaretti nelle esternazioni con cui festeggia la vittoria alle primarie cercando di convincere i renziani di meritare tutta la loro fiducia, “al governo comanda Salvini”. Proprio come il PD aveva tenacemente voluto e lavorato perché avvenisse. E “Salvini vuole la Torino-Lione”, almeno sul finire dell’inverno del 2019 (in altri tempi era No-TAV, in futuro non sappiamo). Quindi “si farà”.
Così facendo, lascia che un dubbio si insinui in chi l’ascolta. Vuole che si faccia perché serve a sputtanare i Cinquestelle agli occhi di chi non si è ancora accorto che non sono in grado di mantenere le promesse elettorali, o perché serve agli ucraini per importare i vini della Borgogna e lo sherry dell’Andalusia e a noi per non farci fare una figuraccia con gli investitori internazionali? 
A dirla tutta, questo battage si-TAV ha tutti i requisiti per rivelarsi una bolla mediatica. Se nelle prossime settimane i sondaggi dovessero segnalare agli strateghi di questa Santa Alleanza che il pubblico non ci casca, l’argomento potrebbe scomparire dai media e inabissarsi in attesa di occasioni migliori. Sarebbe però davvero una disgrazia se, cadendo la tensione, il governo mollasse la presa sulla trattativa per la revisione del progetto e del programma di infrastrutture di interesse europee riguardanti il nostro paese.
Se le elezioni di fine maggio dovranno essere l’occasione per un pronunciamento degli elettori sul modo di concepire la nostra presenza in Europa, sarà bene che questo tema, molto concreto, occupi il posto che merita in quanto riassunto eloquente di una lunga storia dal bilancio fallimentare.
Una storia di cui ho dato una lettura politica in un post di approfondimento che potete


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