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Politiche 2018

Raccolgo in questa pagina l'excursus tra i programmi dei principali partiti che è stato oggetto dei post del mese pre-elettorale, condito da qualche considerazione finale sul dopo elezioni. 

PREMESSA
Il voto, oltre che “personale ed uguale”, per l’articolo 48 della nostra Costituzione, deve essere libero (e segreto). È invece fin troppo spesso condizionato, se non costretto, per cause che vanno da quelle economiche ai ricatti di natura criminale.
Il voto di scambio è anch’esso una forma di condizionamento ben conosciuta (e, sulla carta, condannata). Se ci si riflette, tuttavia, la sua forma classica del favore personale (promesso o fatto in anticipo) non è molto lontana da quella delle leggi, misure generali anziché favori personali, promesse oppure varate nell’immediata vigilia delle elezioni, che vengono incontro a interessi specifici, così da alterare una valutazione più generale dell’offerta politica: gli esempi possono andare da un rinnovo di contratto con arretrati in busta paga nell’ultimo giorno lavorativo prima delle elezioni a una promessa di aumento della pensione o di abrogazione di una tassa. Eppure una vasta sociologia politica assume che nella normalità dei casi l'elettore si muova in base a questo genere di motivazioni e le campagne elettorali sono sempre più improntate a questo assunto teorico. Se escludiamo questo approccio, basato su scelte di convenienza o di interesse personale, nel valutare i programmi dei partiti facciamo dunque una scelta di fondo non scontata. Anzi, impegnativa, se ci concentriamo sulla visione del futuro che propongono, sui principi e gli ideali a cui si ispirano e sui progetti concreti con cui intendono realizzarla.
Quanto meno, dovremmo verificare l’aderenza dei programmi ai principi basilari su cui si regge l’ordinamento politico, non solo a livello nazionale ma a livello globale: mi riferisco, per farla breve, all’esordio (articolo 1) della “Dichiarazione universale dei diritti umani” e quello della nostra Costituzione (diciamo, i primi tre articoli). Ma sarebbe difficile riconoscere una soddisfacente aderenza a quei principi, per non dire una qualche affidabilità quanto al rigore nel realizzarli al di là dei loro programmi, ai partiti che hanno amministrato la cosa pubblica andando in direzione contraria.
Questa constatazione non dovrebbe tuttavia esimerci dall’esaminare i loro programmi, per cogliere se vi siano quanto meno segnali di ripensamento o dichiarazioni di intenti a favore di una discontinuità, ma anche per verificare se per caso non dichiarino apertamente l’intenzione di far di peggio. Quanto agli altri, a quelli che hanno alle spalle una collocazione all’opposizione e promettono una discontinuità, i programmi andrebbero vagliati per arrivare a scegliere la lista cui dare il voto.
Nell’intento di aiutare a compiere queste valutazioni ripropongo in questa pagina un excursus tra i programmi dei principali partiti. Una valutazione che non esaurisce il percorso da compiere per esercitare il diritto di voto in modo libero e consapevole ma fornisce un supporto. Resta in ogni caso da considerare che con la croce sulla scheda si conferisce un mandato di rappresentanza, generale e non vincolante, a persone scelte come candidate da un partito, o comunque da una formazione politica che presenta una lista. Più precisamente, nel caso specifico della legge elettorale vigente, a un uomo o una donna candidato/a per il collegio uninominale e a una lista di donne e uomini (in alternanza di genere) per il collegio plurinominale. Della loro personale aderenza alla cornice di principi che ho richiamato e della loro affidabilità quanto al rigore con cui si propongono di realizzarli è in ogni caso importante giudicare con un attento esame delle loro biografie.
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PD
La concorrenza con la destra è giocata in gran parte sulla memoria: meglio gli anni del Cavaliere o quelli dei governi a guida PD? Entrambi devono però fare affidamento sulla possibilità che non si colga la stretta continuità tra i due periodi. Continuità che è poi la base, da evitare accuratamente di rendere esplicita, su cui poggia il progetto che li unisce entrambi, di una riedizione dell’intesa che aveva dato vita al governo Monti e che si è poi ripetuta all’avvio la passata legislatura.
Non è quindi un caso che il programma del PD, benché tutto incentrato sulla continuità (abbiamo fatto 100 cose e ne faremo altrettante proseguendo lungo la stessa strada) sorvoli però sulle prove più evidenti della continuità con l’impostazione che era stata propria dei governi di destra. Si celebrano i risultati, il progresso del PIL, della occupazione, della giustizia sociale. Provate però a trovare nell’elenco delle 100 cose fatte parole come “articolo 18, voucher, precarietà”, o “Sblocca Italia, concessioni autostradali, consumo di suolo, cemento, edilizia pubblica”, o “armi, armamenti, F35” o “Buona scuola” (o almeno “presidi manager”). Si citano piuttosto bonus per giovani coppie, o regime dei minimi per il lavoro autonomo, o contratti per le forze dell’ordine, elemosinando benevolenza in questo o quel target sociale.
Per dare un’idea può essere utile un’occhiata a un prospetto propagandistico elaborato dagli attivisti romani del PD per dare una parvenza di sinistra all’operato dei suoi governi.




Si nota facilmente come, tra leggi “a metà”, o piene di “insidie” e favori nascosti (giustificati con il freno esercitato da una forza politica che ora è comunque alleata, con l’obiettivo dell’1%) e altre che erano adempimenti amministrativi obbligati, arrivati in ritardo di lustri, questo è il bilancio sociale. Le grandi riforme sono state rimosse, si vede che non erano “più sociali di sempre”.
Il guaio è che però il richiamo alla continuità, celebrando il presente in base al presupposto (indimostrato) che “la crisi è alle spalle”, cozza con la situazione reale così come è vissuta ancora dalla gran parte del Paese. Chiunque abbia una certa familiarità con i dati statistici e sappia leggerne il significato è costretto a una continua, faticosa illustrazione di un quadro che ha ben poco a che vedere con quello degli slogan autoelogiativi, ma questa necessaria operazione verità sullo stato del Paese si scontra con la propaganda martellante dei media controllati dalle forze che hanno governato nelle due ultime legislature. E tuttavia ci vuole un certo coraggio per spacciare come “la più sociale di sempre” una legislatura che ha visto (cito un dato per tutti, una vergogna nazionale) la spesa pubblica per la sanità ridursi dal 7% al 6,2% del PIL e la capacità assistenziale del Servizio Sanitario Nazionale crollare dal 92% al 77%, mentre in tutti i maggiori paesi europei la spesa aumentava fino a sfiorare il 10% e la media superava l’8%. Ovvero, in campo economico, per vantare l’uscita dalla crisi quando si ha un quadro dei fondamentali della nostra economia come quello offerto nel novembre scorso dall’ISTAT che ci restituisce un’immagine sconsolante della distanza che si separa dall’Europa. Non bastasse il confronto esteso al ventennio passato, ancora nel 2016 la produttività del lavoro è calata dell’1% (mentre aumentava nella UE dello 0,7%) come risultato di una crescita delle ore lavorate di mezzo punto superiore alla media europea (1,9 contro 1,4)mentre il valore aggiunto rimaneva più di un punto al disotto (0,9 contro 2,1).


D’altra parte, che “la crescita è andata avanti ma le disuguaglianze sono aumentate” è Gentiloni stesso a dirlo, nella sua prima uscita di campagna elettorale, dopo che Renzi si era lasciato scappare una battuta con cui spiegava a favore di chi è stato pensato il Jobs Act (“lo vada a dire agli industriali del Nord-Est”, rivolto a Berlusconi che minacciava di abolirlo).
La verità è che negli ultimi anni di crescita “zerovirgola” la maggioranza della popolazione ha visto peggiorare la sua situazione mentre pochi se la godevano. E che la politica avrebbe potuto fare molto per aiutare sia la crescita della ricchezza che una sua più equa distribuzione, mentre si deve dire che se una modesta ripresa economica c’è stata, la politica non c’entra. Si deve piuttosto al fatto che una parte del sistema industriale costituisce una piattaforma di alta qualità per rifornire i “big” della trasformazione finale (RFT, USA, Cina): nel momento in cui il mercato mondiale ha conosciuto di nuovo una discreta espansione quel pezzo della nostra economia ha ripreso a correre, forte della qualità dei suoi processi e dei suoi prodotti, al vertice della scala mondiale. Perché è radicato nel territorio, ha alle spalle una lunga storia di accumulazione di saperi e di creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo e ha sempre meno rapporti con una politica nazionale che, semmai, è solo un intralcio, di cui hanno imparato a minimizzare gli effetti negativi. Come nel caso del Jobs Act, che hanno più che altro ignorato evitando di cadere nella spirale del degrado della qualità del lavoro. 
Anche il tanto declamato “made in Italy”, che nella narrazione leopoldina sembra fatto da furbi venditori di fumo, nella parte solida che è cresciuta e si è perfino rafforzata nella crisi, poggia invece su una ricerca, un’innovazione, una creatività ad altissimo livello. Che non può essere delocalizzata perché non è patrimonio di qualche genio con superpoteri ma, anche lì, di un tessuto sociale in cui si coltiva la fantasia di chi disegna, la manualità di chi confeziona, l’intelligenza innovativa di chi sceglie i materiali e perfeziona il modo di trattarli, o applica le tecniche più evolute di automazione ai processi artigianali per serie limitate. E si potrebbe andare avanti con l’agricoltura di qualità, oppure l’industria alimentare e la filiera che comprende l’alta cucina e confina con il turismo e l’accoglienza, a sua volta confinante con la cura e la valorizzazione (che è tutt’altra cosa della “messa in valore” cara al modello Franceschini) del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico.
Tutto questo per dire che c’è anche una parte del Paese che cresce per suoi meriti. Nonostante la politica, che si è adoperata soprattutto a favorire i furbi e a proteggere gli scadenti, purché amici. Anche quest’altra parte del paese ha guadagnato in questi anni: ma con gli appalti pubblici, con le concessioni (dai giochi alle infrastrutture “strategiche”, dal welfare esternalizzato alla erogazione di servizi in regime di monopolio o semi-monopolio naturale), con l’evasione “contrattata” o tollerata, con il riciclaggio e più in generale con lo sfruttamento dei patrimoni accumulati attraverso attività criminali, per finire con il sottobosco dell’economia marginale che si regge sullo sfruttamento del lavoro, che assume le forme di uno schiavismo sempre meno mascherato.
Dice ancora Gentiloni che “ora dobbiamo passare a una fase di crescita inclusiva.” Giustissimo, ma il problema per il PD non sta nelle intenzioni dichiarate ma nella credibilità, avendo fin qui ha fatto tutto il contrario. Così si spiega come mai Il partito pigliatutto, “della Nazione”, ormai ridotto ad essere senza più finzioni il “Partito di Renzi”, ambisca appena a conservare una percentuale pari alla metà di quella raccolta quattro anni fa alle Europee. Temendo fortemente di non farcela.
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LA DESTRA
Per il centrodestra il programma conta ben poco. Il programma sono loro, i leader, i messaggi subliminali e quelli più sguaiati. Tanto, i dieci punti sottoscritti solennemente dai cinque “capi politici”, è assai improbabile che siano mai stato letti, o almeno visti: neanche dagli iscritti. Non si trovano del resto nei rispettivi siti, che riportano i loro programmi invece di quello della coalizione ovvero, nel caso di Forza Italia, neanche quello: il sito web è solo un Berlusconi-show, con i lanci pubblicitari delle proposte di un programma che si trova solo sul sito del Ministero dell’Interno. Non serve, l’importante è sentire i leader rievocare i messaggi del passato: “padroni in casa nostra”, “le tasse si pagano il giusto” (quello che ognuno ritiene il giusto). Che poi il programma, a leggerlo, ci si accorge che se è introvabile non è per evitare che lo leggano i seguaci (a cui non serve) ma per lasciare meno impronte possibili. E invece bisognerebbe leggerlo punto per punto (bastano cinque minuti) per farsi un’idea chiara dell’ispirazione che anima quello schieramento. Una destra populista, razzista e classista che imbarazzerebbe i famosi “moderati” di tutta Europa, mentre ambisce alla maggioranza in Italia godendo della loro solenne benedizione.
Commentare il loro programma sarebbe davvero un’impresa ardua. Da dove partire? Dalla flat tax o dall’abolizione della Fornero? Dai rimpatri degli immigrati irregolari con voli di Stato o dalla pensione sociale a 1000 euro? Dal rilancio del poliziotto di quartiere o dal reddito di dignità per tutti? Se poi si volesse commentare la posizione sull’Europa, bisognerebbe scegliere tra quella di Berlusconi, che garantisce l’ossequio alla linea del suo partito europeo (i Popolari che hanno dettato legge negli ultimi lustri), e quella di Salvini, che sogna di seguire le orme del suo idolo, M.me Le Pen. Né sarebbe più semplice raccapezzarsi sulle future alleanze, con la Meloni che organizza una manifestazione contro l’inciucio, che Salvini non esclude, purché però “mai con Renzi”, mentre un Berlusconi ecumenico dà ragione a entrambi. Senonché ha pronto il candidato da suggerire a Mattarella per un governo del Presidente. D’intesa con Renzi, lo sanno tutti!
Sarebbe insomma facile prendersela con le promesse mirabolanti o esaltare le contraddizioni stridenti all’interno della coalizione. Ma sarebbe anche tempo perso. Le contraddizioni sono lo specchio di questa legge elettorale, illogica ai limiti dell’assurdo, che fa delle coalizioni, anziché una proposta politica di sintesi fra diversi, un mero espediente per raggranellare più eletti (col meccanismo dell’1% e l’esclusione del voto disgiunto).
Quanto alle promesse, nessuno le prende alla lettera: quello che tutti colgono è il messaggio elementare. “Liberi tutti”, nel senso di tornare alla legge del più forte. Lasciamo stare allora il programma che non c’è, le fanfaronate a cui nessuno crede, i bisticci di una coalizione che, messa difronte a una scelta che assomigli lontanamente alla politica, non reggerebbe un istante. Il programma che davvero li unisce è espresso dalle loro vite, le loro personalità, il loro linguaggio non verbale che li fanno riconoscere d’istinto. Fanno dire a una parte della nostra società “sono dei nostri”.
C’è chi respinge sdegnato un’immagine così negativa, di un’Italia retrograda tentata di tornare a uno stato pre-moderno, rinnegando tre secoli di rivoluzione liberale. Senza scomodare Gramsci, chi se la sente di scommettere che quella parte di società italiana che la rivoluzione borghese non l’ha mai digerita non sia tuttora, almeno in termini relativi, maggioritaria?
Purtroppo, nella sinistra è ancora ben radicata la convinzione (ereditata dalla tradizione togliattiana del PCI) che domare la bestia sia una soluzione troppo rischiosa perché il Paese è “naturaliter”, geneticamente, di destra. E che perciò sia meglio saziarla. E riesce difficile dimenticare i precedenti, le “trattative” del passato, recente e meno recente. Anche le bombe del ’92 erano una minaccia: come si è risposto allora, quali erano i protagonisti? Un passato che morde ancora il presente. Si spiega così come mai il vertice istituzionale, il potere costituito e la maggioranza parlamentare che lo sostiene, risponde a questa deriva accusando chi rifiuta di nutrire la bestia, e denuncia piuttosto il pericolo fascista, di essere un estremista. Al pari di chi rimane aggrappato all’idea che, se la democrazia è minacciata, bisogna difenderla da chi la minaccia invece di “abbassare i toni” per evitare di reagire. O di chi fa appello alle coscienze civili e chi si mobilita e fa sentire la sua voce. Tutti costoro non sono cittadini democratici ma radicali “con la testa rivolta indietro”: perché invece bisogna andare avanti. “Se avanzo, seguitemi!”: il motto è tornato di moda.
Fortunatamente un episodio come quello di Macerata ha offerto l’occasione per un sussulto di coscienza civile che ha rotto di prepotenza gli argini di perbenismo e di “responsabilità” che si volevano elevare per mettere la sordina alla temuta radicalità. Ma il fascismo cova sotto la cenere.
Questo è il brodo di coltura della destra fascista, questo è l’estremismo davvero preoccupante: perché travestito da perbenismo ma soprattutto perché corteggiato da chi vorrebbe ancora vantare qualche ascendente a sinistra avendo percorso tutto il tragitto che, correndo verso il centro, lo separava dalla destra, dai suoi valori, dalla sua cultura. Ma la corsa al centro è una dottrina suicida per la sinistra. Ha convinto solo l’ala socialdemocratica, e solo per una parte (maggioritaria, purtroppo) mentre la destra sceglieva la radicalizzazione. Non a partire da adesso, con Trump, ma dall’epoca della Thatcher e di Reagan, mentre Blair rispondeva con la Terza via affiancando i Bush che scatenavano la macchina militare USA in Medio Oriente.
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MOVIMENTO CINQUE STELLE
Quello dei Cinquestelle risponde ai requisiti classici di un programma politico. Esagerando perfino un po’. Elenca le misure che quel partito ha intenzione di adottare nel caso in cui dovesse avere i numeri necessari in Parlamento, spingendosi in molti casi in un dettaglio che non solo non sarebbe richiesto ma potrebbe perfino rivelare una tentazione totalitaria, un dispregio del ruolo del Parlamento – luogo dove la volontà dei rappresentanti del popolo si forma, come dice il nome, parlandosi, confrontandosi nel dibattito, nelle commissioni e in aula – se dovesse essere interpretato come una proposta a scatola chiusa, perfezionata nel dettaglio. Ma sappiamo che così non è e che si tratta piuttosto dello sforzo di dimostrare la propria competenza, a dispetto della campagna di cui sono oggetto. Oltre ad essere un effetto collaterale, quasi ineliminabile, di un metodo di costruzione del programma che ha visto la partecipazione di molte persone, anche non iscritti, a dispetto anche qui delle caricature che li vogliono attori inconsapevoli di un copione deciso dall’alto, da una cupola ristretta, inespugnabile, nascosta dietro un’oscura piattaforma informatica. Non basta a rassicurarci sulla democraticità delle scelte che ne conseguiranno se si dovesse mai passare alla sua attuazione ma è comunque un dato che ne spiega in buona parte la genesi e le caratteristiche.
Qualcosa del genere era stato fatto ai tempi della coalizione che portò al secondo governo Prodi, un programma anche allora molto dettagliato, di cui si ricorda come un’aberrazione l’ampiezza (281 pagine). Nel caso dei Cinquestelle l’ampiezza è perfino maggiore (24 schede di 10-20 pagine ognuna) ma allora, in realtà, fu il risultato politico a risultare aberrante per le divisioni che fecero seguito a quell’accordo di programma. Senonché il metodo era ben diverso da quello dei Cinquestelle di oggi: non un dialogo tra individui che si ritrovano su un progetto comune in base a competenze e interessi ma un confronto tra persone che, in rappresentanza dei rispettivi partiti in base ai ruoli ricoperti (non necessariamente secondo competenze) stabiliscono un’intesa elettorale.
Metodo democratico, spazio alle competenze, trasparenza sono tutte condizioni necessarie, che è importante siano state rispettate: ma sono sufficienti per un giudizio politico? 
Qui il discorso cambia. Tanto più se si tiene presente che il loro caso non è assimilabile a quello di un partito al potere che illustra come intende proseguire l’attività di governo (vedi le “100 cose da fare” del PD in cui si arriva spesso al dettaglio). In quel caso la sostanza politica è tutta riassunta nella continuità, rivendicata apertamente, ma qui invece si tratta della principale (per non dire dell’unica) forza di opposizione presente nel Parlamento della XVII Legislatura appena conclusa. È quindi lecito, se non doveroso, domandarsi di che opposizione si tratti. In che cosa il loro governo promette di essere alternativo?

La risposta canonica, finora, ha evitato di misurarsi con gli schemi classici della dialettica politica: ma per quanto ci si possa dichiarare “né di destra né di sinistra”, una volta al governo non ci si può sottrarre a un giudizio sull’operato secondo quei parametri: quanto meno, quello più grossolano, che il senso comune meglio riconosce, l’uguaglianza, dei diritti e delle opportunità. Il programma dei Cinquestelle non dà una risposta a questa domanda. L’alternativa che propongono continua a non volersi far riconoscere, né come di destra né come di sinistra. Quella che è chiaramente espressa è la promessa di ricondurre la funzione politica al ruolo di servizio che dovrebbe esserle proprio e di riportare quindi in auge i requisiti di trasparenzae di imparzialità che oggi sono traditi. E sono incoraggiati da una crescente popolarità nella misura in cui i partiti loro concorrenti anziché rivendicare anch’essi, o quanto meno promettere, una rigorosa aderenza a quei principi rispondono accusandoli di essere anche loro “come tutti” (ossia come loro ammettono di essere).
Ora, il degrado della funzione politica in Italia è sotto gli occhi di tutti (nel mondo, per nostro disdoro) e certamente una destra “civile” al posto di una destra rapace e immorale sarebbe un passo avanti per tutto il Paese. Certamente, se arrivassimo a liberarci di chi ritiene che la politica non possa che albergare nel suo seno volontà di dominio e sopraffazione, corruzione e mercimonio, prevalenza dell’interesse privato sulla funzione pubblica, ne trarrebbero giovamento le istituzioni oggi deboli e delegittimate che ritroverebbero un po’ di credibilità e di autorità. Ne guadagnerebbe la convivenza civile e l’economia nazionale e migliorerebbe quindi anche la condizione dei meno abbienti. E la ricchezza non poggerebbe quanto avviene ora sulla violazione delle leggi e dei diritti altrui. Ma non è detto che diminuirebbero le diseguaglianze e le discriminazioni: e il programma dei Cinquestelle scansa questa prova tenendosi lontano da questo terreno.
Lo testimoniano alcuni punti salienti del loro programma ed è ancor più evidente nella selezione che ha portato ai 20 punti presentati da Di Maio come manifesto programmatico per il governo. Paradossalmente, mentre ci si caratterizza per la promessa di una svolta radicale nei modi della politica, si fa di tutto per rassicurare dando l'idea di una continuità moderata nelle scelte che incidono sulla distribuzione e sui modi di produzione della ricchezza materiale e sull'uguaglianza dei diritti
Lascio giudicare a una lettura più approfondita, per chi si voglia cimentare con i documenti originali, della correttezza di questa valutazione critica, ma provo a segnalare quali, a una mia lettura, sembrano gli indizi più chiari di ciò che ho sostenuto.

Il primo riguarda le tasse. Della proposta, congegnata nel dettaglio facendo tesoro di competenze riconoscibili, salta agli occhi la caratteristica politica più rilevante: nel modificare il sistema vigente si rende la struttura delle aliquote ancora meno progressiva, andando contro il dettato della Costituzione ispirato al valore dell’uguaglianza. Vero è che oggi quel principio è contraddetto, oltre che dalla struttura delle aliquote, dal massiccio ricorso, per fini di consenso elettorale, a forme quali bonus, detrazioni, ecc. Ma su questo la proposta si limita a prevedere forme di sconto fiscale per gli incapienti: un intento lodevole, che evita tuttavia di andare alla radice del problema.
C’è poi il tema del reddito di cittadinanza. Nelle schede di dettaglio la proposta è qualificata come “di primaria importanza” e rinvia alla proposta di legge già discussa nella scorsa legislatura. I 20 punti di sintesi predisposti da Di Maio non sono però molto chiari: si richiama il reddito di cittadinanza nel titolo di un punto che riguarda in realtà i 2 miliardi destinati al potenziamento dei centri per l’impiego; in un altro titolo si citano poi i 17 miliardi, che sarebbero da stanziare per il reddito di cittadinanza secondo i calcoli diffusi dal Movimento in altre occasioni, ma il punto riguarda invece le misure per le famiglie, quali “rimborsi per asili nido, pannolini e baby sitter”. Insomma, se i 20 punti sintetizzano la proposta politica che, in caso di incarico per un mandato esplorativo, sarà presentata agli altri partiti, la convergenza sarà richiesta sugli sconti sui pannolini o sui 17 miliardi necessari per garantire il raggiungimento di un reddito base di 780 euro per tutti? E sarà o no questo punto quello dirimente per stabilire le alleanze (pardon, le convergenze) in Parlamento?
Infine il tema delle imprese e del lavoro. Si parla di Ires e Irap, di semplificazione degli adempimenti, di banca pubblica per gli investimenti (50 miliardi nei settori strategici). E di salario minimo, di diritti del lavoro autonomo (equo compenso, welfare, tutela della dignità del lavoro), di nuove professioni e nuove tecnologie. Si richiama la libera adesione ai sindacati e l’articolo 39, e si pone molta enfasi su smart working, riduzione delle disparità salariali e politiche di conciliazione (come tappa di passaggio verso la corresponsabilità). Un quadro condivisibile, ma colpisce la mancanza di un tassello, che Di Maio aveva evocato all’inizio della campagna elettorale: il ritorno al reintegro per i licenziamenti arbitrari, non solo per le imprese al sotto i 15 dipendenti. Che fine ha fatto?  Non solo, ma in tema di licenziamenti collettivi, come mai non si fa cenno al fatto che l'Italia è l'unico paese europeo dove un'impresa che intende chiudere uno stabilimento – per trasferirsi altrove, o perché non vuole investire per ammodernarlo, o perché si sono finite di sfruttare tutte le agevolazioni disponibili – può farlo senza che questo costi un solo centesimo? Il peggio che potrà capitarle è qualche epiteto insolente da un ministro tanto borioso quanto inconcludente. Che accusa di concorrenza sleale gli stati che incentivano chi si trasferisce nei loro confini, dimenticando di essere al governo di un paese che invece consente di chiudere e licenziare a piacimento. 
Ecco, la domanda è questa: è chiaro per i Cinquestelle il peso che la disciplina dei licenziamenti (articolo 18 e regime dei licenziamenti collettivi) ha sui rapporti di forza tra impresa e lavoro nelle modalità di produzione della ricchezza (leggasi dignità e diritti dei lavoratori)? e sono chiare le conseguenze che comporta quanto a distribuzione equa della ricchezza prodotta?

Partendo da questi spunti, una considerazione conclusiva vale la pena di rivolgerla al tema del rapporto tra Cinquestelle e sinistra. 
Non si tratta delle etichette né dei simboli, che pure hanno la loro importanza. La questione di sostanza è che i temi connessi a quello centrale dell’uguaglianza, al di là che siano anche quelli cari alla sinistra, sono quelli che permettono di restituire voce agli esclusi e agli sconfitti della crisi e di proporre loro un progetto politico in cui intravedere una risposta alle loro istanze e ai loro interessi. Se è stata questa la molla originaria per il Movimento Cinquestelle, allora questi temi non sono solo il terreno per un incontro a metà strada con una sinistra che torni a ricoprire il suo ruolo storico ma il terreno di comune impegno e di contaminazione reciproca.

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LA SINISTRA
LINK: (LIBERI E UGUALI) http://liberieuguali.it/programma/
L’excursus tra i programmi dei principali partiti si conclude con le due liste di sinistra destinate a raccogliere maggiori consensi, Liberi e Uguali e Potere al Popolo.
Più che commentarli, qui mi limito a estrapolare i passaggi essenziali sugli stessi tre temi – lavoro, fisco, equità – su cui ho focalizzato l’attenzione nel paragrafo dedicato al programma Cinquestelle.
LAVORO
PaP: cancellare Jobs Act, legge Fornero sul lavoro, e tutte le leggi che negano il diritto ad un lavoro stabile e sicuro - cancellare le principali forme di lavoro diverse dal contratto a tempo indeterminato, a partire dal contratto a termine “acausale” e dai voucher - ripristino dell’originario articolo 18 e la sua estensione alle imprese con meno di 15 dipendenti - riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore settimanali - fine delle discriminazioni di genere e della disparità salariale
LeU: intervenire con decisione, superando il Jobs Act e tutte le forme contrattuali che alimentano il peggiore sfruttamento - tornare a considerare il contratto a tempo indeterminato a piene tutele, con il ripristino dell’art.18  come la forma prevalente di assunzione superando la giungla di forme contrattuali precarie dell’ultimo ventennio, rafforzate da decreto Poletti e Jobs - riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario -  annullare il divario salariale tra uomini e donne
FISCO
PaP: ripristino della progressività del sistema fiscale secondo il dettato costituzionale (art. 53), diminuendo le tasse sui redditi bassi e aumentandole su quelli più alti - lotta seria alla grande evasione ed elusione fiscale, a partire da quella delle grandi multinazionali - Polo finanziario pubblico per il credito - ripristino della separazione tra banche di risparmio e di affari
LeU: Irpef: riduzione dell’aliquota più bassa, scaglioni di reddito più stretti e aliquote più progressive (art. 53) - strumento unico (assegno) di sostegno alle famiglie, esteso agli autonomi, per superare incapienza - imposta unificata su redditi da capitale e patrimonio - a livello europeo, imposta sulle transazioni finanziarie (Tobin Tax), tassazione sui profitti delle multinazionali e lotta all’elusione, web tax - lotta all’evasione utilizzando le nuove tecnologie per recuperare almeno 50 miliardi - distinzione tra banche commerciali e di investimento
WELFARE
PaP: reddito minimo garantito, contro l’esclusione sociale e la precarietà, per superare la soglia di povertà relativa - garanzia dei livelli essenziali di assistenza erogati dal SSN e la loro omogeneità su tutto il territorio nazionale - eliminazione dei ticket sulle prestazioni sanitarie - piano nazionale per la non autosufficienza, centrato sull’assistenza domiciliare integrata - riduzione dell’orario di lavoro nell’arco della vita, cancellando la controriforma Fornero
LeU: strumento universale di contrasto alla povertà assoluta - piano sociosanitario nazionale per la non autosufficienza incentrato sulla domiciliarità - piano integrato di interventi a favore delle persone con disabilità, che ne favorisca la vita indipendente - rilancio del finanziamento della salute e dell’assistenza sanitaria - superare l’attuale sistema dei ticket e abolire i superticket - rivedere in profondità la riforma Fornero.
Confrontando le posizioni, non è da questi – che pure sono i temi decisivi per giudicare del peso attribuito alla questione centrale dell’uguaglianza, dei diritti e delle opportunità – che si ricavano le ragioni che hanno portato le due liste a prendere strade diverse. Dunque, a meno che non si vogliano enfatizzare le differenze che ci sono su argomenti di diverso peso (abrogazione art. 81 sul pareggio di bilancio, ripristino scala mobile, abrogazione art. 41bis sul regime carcerario), ci si deve basare sulle accuse che si muovono reciprocamente: da una parte, quelle di PaP, perché l’altra lista accoglie persone che avendo votato i provvedimenti oggi al centro delle critiche non danno garanzie di voler rompere con quel passato, mentre da parte di LeU li si accusa di rivendicare, in un sussulto identitario, il percorso seguito in passato senza preoccuparsi di quanto le loro scelte odierne possano riuscire a incidere sulla situazione presente. Una situazione che entrambe le liste, come si può riscontrare dal box seguente, concordano nel giudicare pesantemente negative per i più deboli colpiti dalla crisi.
Nella premessa di PaP si legge “Nel mondo in cui viviamo 8 persone hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di essere umani; c’è la capacità di produrre cibo per 12 miliardi di abitanti, ma un miliardo di persone soffre la fame. Questa è la conseguenza di scelte politiche precise che hanno trasferito poteri e risorse ai ricchi e ai potenti in una dimensione senza precedenti, smantellando i diritti, privatizzando e mercificando ogni cosa, assumendo la competizione di tutti contro tutti come criterio di ogni relazione sociale . A tutto questo diciamo NO… Il SI che vogliamo costruire è il #poterealpopolo, la riappropriazione di sovranità popolare a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti della società.
In quella di LeU si legge “La crescita delle diseguaglianze è oggi il principale fattore di crisi dei sistemi democratici. [La crisi e la globalizzazione hanno] accresciuto le diseguaglianze, svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, costretto alla chiusura tante piccole e medie aziende, condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, indebolito l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, colpito il ceto medio e allargato l’area di povertà e di insicurezza sociale. Il progetto di Liberi e Uguali nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità del modello sociale ed economico disegnato dalla Carta costituzionale.
Stili e argomentazioni possono variare ma in definitiva questi sono i bersagli che tornano ogni volta a riproporsi: il passato, da cui non ci si riscatta; il futuro, di cui non ci si cura. Niente di scandaloso. Meglio una genuina passione politica piuttosto che arricciare il naso difronte a chi alza un po’ i toni dell’invettiva: la dialettica politica non ci guadagna dal perbenismo né dall’ipocrisia, se non ci si accanisce contro le persone ma contro le idee. Il guaio è che si perde qualcosa (anzi, si perde molto) se nel far questo si trascura di andare più a fondo in quelle che possono essere le ragioni dell’altro.
Domando in particolare a chi convintamente parteggia per una delle due tesi (e di conseguenza ha già scelto a chi affidare, con il proprio voto, un mandato di rappresentanza generale e non vincolata): siamo sicuri che, anziché avere ragione solo una delle due parti, non abbiano ragione entrambe? (anche se questo comporta che in qualche misura vi sia del torto da entrambe le parti). Abbiamo approfondito adeguatamente il senso della scelta che condanniamo? Perché questo di cui sto parlando è un errore che chiunque dia alla politica un valore elevato non dovrebbe commettere. Comprensibile per chi affronta la politica con pura passione civile, non lo considero giustificabile per chi fa della politica la sua professione e ha ruoli di rappresentanza. Ammettiamo che davvero una parte stia facendo una scelta irrimediabilmente sbagliata: nel momento in cui ce ne convinciamo abbiamo messo in conto di perdere in modo altrettanto irrimediabile chi resta fedele a quella idea. Per chi coltiva un progetto politico di governo (o, meglio, di egemonia) perdere consenso ha sempre un prezzo alto. Se lo si paga a cuor leggero, senza approfondire le ragioni della scelta che si giudica sbagliata, si fa male la propria professione. E si tradisce la fiducia che altri ripongono in noi.
Veniamo al dunque, proviamo a ragionare sugli errori che ci si rimprovera, partendo da PaP.
La situazione è molto grave, non c’è dubbio, non si può stare alla finestra. Ma abbiamo chiaro che una gran parte delle masse che soffrono le conseguenze delle politiche ultra-liberiste nella globalizzazione vivono un profondo disorientamento? Che hanno perso gli strumenti per concettualizzare il loro stato, per guardare al futuro al di là della contingenza, di fenomeni che oltre tutto osservano in modo fortemente condizionato e distorto per opera di chi detiene il potere dell’informazione e dell’educazione? Se questo ci è chiaro, sappiamo allora che ricostruire un movimento ampio, basato su un consenso consapevole e sull’impegno attivo di tante persone, è necessariamente un processo complesso, che può trovare accelerazioni in momenti di maggiore intensità ma non può saltare i passaggi necessari. Richiede tempo. Un tempo che può essere, come è stato in questa occasione, maggiore di quello che ci separa dalla prossima elezione. È giusto non prescinderne, ma è un errore misurare tutta la propria azione sulle scelte tattiche mirate al gioco parlamentare.
Quanto all’accusa rivolta a LeU, si può davvero pensare che un “popolo”, ovvero un insieme di persone che si sono impegnate, magari per anni, su un progetto che erano convinti fosse il migliore possibile per l’emancipazione degli ultimi e per la difesa dei loro interessi e la tutela dei loro diritti, possa ora essere messo al bando perché non ha rotto il cordone ombelicale che lo lega al gruppo dirigente (che pure ha la responsabilità di aver tradito o corrotto quel progetto)? Quasi che questo attaccamento a un passato che non c’è più fosse più grave della perdita di fiducia in un futuro che non c’è ancora. Ossia, del senso di disorientamento che caratterizza il popolo sterminato a cui diciamo di voler restituire voce, che lo ha spinto ai margini della politica e relegato nell’astensione o nelle braccia dei Pentastellati. Invece dovremmo sforzarci di non mettere in contrapposizione il lavoro da compiere nelle due direzioni: da un lato, grande rigore, per dare solidità a una visione e uno schema concettuale che rendano chiari gli errori commessi negli anni seguiti al crollo del Muro, quando si è finito per credere alla “fine della storia”; dall’altro, pazienza e tenacia, senza chiusure e senza settarismi, per confrontarsi con tutti i potenziali interlocutori a cui la sinistra si rivolge.
Facciamoci venire questo dubbio, proviamo a pensare che non abbiamo avuto ragione noi e torto loro ma che non abbiamo saputo, né noi né loro, ascoltarci a vicenda. E domandiamoci perché. Dove, in questo caso, abbiamo sbagliato. E perché anche chi, per il suo ruolo, aveva il dovere di sforzarsi di farlo, e gli strumenti necessari, non lo ha fatto. Se per caso non abbia sopravvalutato quel ruolo e attribuendosi un peso esagerato ai fini del successo di un progetto che richiedeva piuttosto spirito di servizio.
Ci tengo a dire che se Liberi e Uguali avrà un successo elettorale al di sopra delle previsioni della vigilia centrando in pieno la doppia cifra e se Potere al Popolo, pur guardando al tempo lungo, riuscirà a conquistarsi una tribuna nelle massime istituzione rappresentative varcando la soglia del 3%, si dovrà riconoscere, e ne sarò lieto, che chi ha fatto quella scelta che ho definito un errore, ha con tutta probabilità visto giusto e ha saputo raggiungere con successo, da due versanti diversi, gli elettori che, agendo uniti, si sarebbe rischiato di non convincere.
Se così non sarà, invece, nessuno potrà gioire. Tanto meno ci si potrà vantare di averlo detto: per nessuno restare inascoltati può essere motivo di soddisfazione. Una sola linea di demarcazione sarà necessaria e separerà chi vorrà riparare all’errore commesso da chi vorrà continuare per la stessa strada. Ma il tempo delle risposte è imminente, non serve precorrerlo.                           *             *             *    


DOPO IL 5 MARZO


Gli strateghi del PD renziano, in realtà specialisti in sconfitte elettorali, hanno commesso un errore autolesionistico fatale: per impedire la vittoria del M5S, saldamente primo partito nei sondaggi, hanno abolito il premio di maggioranza; per favorire un recupero del centro-destra, che rendesse possibile un governo di coalizione imperniato su PD e FI, hanno ripristinato le coalizioni.

Grazie a questo colpo di genio, il PD è destinato a restare indietro sia come partito che come coalizione. E l’arma del ricatto del “voto utile”, che il PD pensava di usare contro la sinistra tanto da impedire il voto disgiunto, viene ora imbracciata con cinica spregiudicatezza da Cinquestelle e centrodestra. Il pericolo è il fascismo alle porte? Votate M5S, unico possibile argine. Il pericolo è il caos grillino? Votate centrodestra, approdo obbligato per chi cerca ordine e sicurezza.
Se ne sono accorti nei palazzi del potere economico e finanziario: incombe quello che ai loro occhi è un passaggio più pericoloso di quello tra Scilla e Cariddi. Da un lato un ritorno ai fasti del berlusconismo, che ha lasciato sprofondare l’Italia in coda all’Europa sia come economia che come qualità del tessuto sociale, dall’altro un salto nel buio, un’incertezza che, per chi è abituato a scommettere su partite truccate, per fare soldi vincendo facile, fa perfino più paura. Perciò “colà dove si puote” si è escogitato un espediente furbastro, in linea con la dottrina politica del “pilota automatico”, alla faccia dei principi elementari della democrazia costituzionale: tenere in vita il governo Gentiloni per la ”ordinaria amministrazione”, nella speranza che si vada ad uno stallo prolungato delle trattative per il nuovo governo, magari fino a nuove elezioni in tempi “mattarelliani”. Tanto sanno di poter contare su un’interpretazione dell’ordinaria amministrazione che rubrica come tale qualunque atto di governo che si possa far passare come “imposto dall’Europa”. Stando alla storia politica recente del nostro paese, ci rientrerebbe il 99,9% della nostra produzione legislativa, per l’abitudine inveterata (vedi l’ultimo caso dei sacchetti biodegradabili) di attribuire all’Europa, quando conviene, anche decisioni che sono lasciate invece agli stati nazionali.
                                                                              *             *             *
Andrà davvero così? Pur non potendo basarci su sondaggi né guardare in una sfera di cristallo, possiamo però dire che nessun bookmaker quoterebbe il PD né come primo partito (essendo favorito il M5S) né come perno di una coalizione vincente (essendo favorita la destra). Non solo: anche se i candidati sono frutto di una selezione ferrea, nel corpo del PD (che ha dovuto sostenere la campagna per loro) sono ancora presenti in misura non irrilevante persone che aspettano fiduciose di vedere passare il cadavere del “leader che ci fa vincere”. Si moltiplicano endorsement che hanno tutto il sapore di un chiamarsi fuori: “se andate a sbattere non date la colpa a me che vi ho appoggiato fino all’ultimo momento”. Sembrano ripetere quegli appelli per il SI fatti tre giorni prima del voto quando ormai i sondaggi (non pubblicabili ma conoscibili da chi può) non lasciavano più alcuna speranza di vittoria alla falange renziana. Tanto più se l’appoggio è rivolto alla coalizione anziché al partito, quando è arcinoto che è stata costruita nella speranza che le altre liste superino l’1%, senza di che quei voti si disperdono (ed è già un obiettivo che non è garantito per tutti), ma restino rigorosamente al di sotto del 3%, senza di che sottraggono eletti al PD.
Con queste premesse il dopo 4 marzo, che sarà senza dubbio una fase complicata, rischia di dipanarsi avendo nel PD l’ingombro principale. Chi, in giro per il mondo, dopo la vittoria del NO pensava che l’Italia si fosse liberata di un peso ora ci guarda con preoccupazione: non è detto che le cose vadano lisce.
In un impasse di questo genere, con un’alternativa secca tra la coalizione di destra (minoritaria, divisa al suo interno e appesa al filo di una compravendita one-to-one che non sarebbe un bel vedere) e i Cinquestelle riesce difficile immaginare che il Capo dello Stato possa affidare il primo incarico esplorativo ad altri che al “capo politico” del partito di maggioranza relativa. Se poi volesse prendere in considerazione le coalizioni – con una forzatura istituzionale di non poco conto persino in base all’impianto sgangherato del Rosatellum – dovrebbe rivolgersi al “capo politico” di uno dei due partiti che si piazzerebbero in terza posizione, se non in quarta in caso di sorprese dalla lista di sinistra: un populista di estrema destra oppure una persona che, contestata dagli stessi alleati della coalizione, dovrebbe l’investitura a un pluricondannato che lo sdoganamento da parte del PPE non è bastato a rendere digeribile al mondo civile.
Se i due Matteo non possono stare nella stessa maggioranza, una maggioranza PD-destra non ci sarà, né con Renzi in sella né con Renzi nella polvere. Si torna subito a votare? con una legge elettorale in forte odore di incostituzionalità e con un Parlamento in cui i fautori di quell’obbrobrio potrebbero comunque ritrovarsi in minoranza e un’altra maggioranza potrebbe lavorare a una diversa legge elettorale?
Può darsi che chi lavora a una prospettiva strategica per la sinistra italiana trovi in questo scenario un forte stimolo a ragionare in termini inediti, con un respiro più ampio e in un panorama meno opprimente di quello che ci è stato offerto dalle vicende parlamentari degli ultimi mesi. Alla faccia del Rosatellum. Perché i Cinquestelle, se terranno fermi gli impegni solenni presi in chiusura di campagna elettorale, dovranno chiamare i parlamentari a confrontarsi sulla politica, sul merito delle scelte. E saranno costretti nello stesso tempo a rivelarsi: a chiarire le loro priorità e le loro scelte di valore. Qualcosa che da tempo non si vedeva.

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