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Uno scenario cupo, tra realtà e finzione


In momenti come questi prima di prendere la parola occorre riflettere e ponderare tutto il tempo necessario. Non più di tanto, però, perché in momenti come questi tacere è reato.
Quello a cui assistiamo segna un punto drammatico di degrado della vita politica in Italia. La democrazia sprofonda e lascia il popolo senza sovranità e senza rappresentanza politica. Più che un golpe, l’ultimo sigillo apposto al disastro. Può essere il preludio di un golpe, e non è il caso di sottovalutare il pericolo, ma ad ora è un collasso: senza prospettive di riscatto democratico se non a condizione di recuperare la coscienza collettiva di ciò che sta accadendo.
Non possiamo permetterci il lusso di aspettare che gli storici facciano il loro lavoro, non abbiamo molto tempo. Dobbiamo vederci chiaro adesso, anche se non è facile, perché non è detto che le cose stiano davvero come appaiono.

È accaduto che il governo del cambiamento non è riuscito a vedere la luce. Non sappiamo, se fosse nato, a quale cambiamento avremmo assistito, né quanto sarebbe durato. Ma non è nato. Per una forzatura del Presidente della Repubblica? Indubbiamente. Lascio ad altri il dotto dibattito sulla interpretazione dei poteri del Presidente in base alla Costituzione, anche se personalmente mi convince la posizione espressa dai giuristi democratici[1]. Che sia stata una forzatura inedita è però fuori discussione; peserà sulla sua biografia e sulla sua immagine. Un’alzata di ingegno, l’atto d’imperio di un uomo solo al comando? Che smentisce d’un colpo il modo di operare di una vita intera? Su questo avanzo invece seri dubbi: quale che sia il peso dell’operato del Presidente, il suo gesto si colloca nel quadro di potenti interessi contrari che si sono mossi, all’interno e all’estero, e di una dinamica contrastata, tutt’altro che lineare, tra i due partiti che avevano promosso quel governo.


L’incubo
Parliamo di quest’ultimo tema. Quella dinamica è stata negata e oscurata da chi è stato in prima linea per impedire la nascita del governo. Politici e opinionisti hanno voluto accreditare una loro omogeneità, nel segno del populismo (un incubo, un film horror, secondo la linea del pop corn). Ma le cose stanno davvero così come appare? o così si vuole che appaia?


Andiamo al voto, dicono i due vincitori delle elezioni, respinti sulla soglia di Palazzo Chigi. 
Senza i loro voti nessun governo è possibile, quindi si vota in estate o giù di lì. E se sono strategicamente convergenti, nel voto subito (quindi con questa legge elettorale) dovrebbero allearsi. Oppure andare entrambi da soli: i Cinquestelle lo han sempre fatto, la Lega dovrebbe sganciarsi da una coalizione che garantisce un premio nei collegi per misurarsi in quello che Salvini, in una delle sue tante versioni, ha già definito un ballottaggio Lega-5S.


Davvero?  Davvero Salvini, che non è il genio che ultimamente viene dipinto ma non è nemmeno l’ultimo dei coglioni, si butterà a capofitto in un’avventura che lo vedrebbe tornare in una posizione ai margini estremi del centro-destra, per tornare a confrontarsi con un Di Maio a rischio declino per scavalcarlo come ha fatto con Berlusconi a marzo? È davvero così sicuro di farcela da non mettere in conto l’eventualità di ritrovarsi in coalizione da secondo o come secondo partito del panorama politico? senza la possibilità di spendere il bluff della “rappresentanza unitaria del centro-destra”? mettendo a rischio l’alleanza con cui governa (direttamente o per interposta persona) quattro regioni del nord? Così le cose appaiono ma se stanno davvero così lo sapremo presto. Sfiduciato il governo si deve fissare il voto prima della legge di stabilità, con legge elettorale immutata. E Salvini dovrà scegliere

Il ritorno alla realtà
Se poi guardiamo la cosa dal versante dei Cinquestelle, non c’è dubbio che la loro “pancia” ospita molto ribellismo / plebeismo contiguo a quello della Lega. Ma questo non vuol dire che prevalga quel sentimento, e gli interessi sottostanti, rispetto a quello di cui sono portatori altri milioni di loro elettori orientati a sinistra. Per questi il rischio è quello di un brusco risveglio, dal “Paese delle Meraviglie” promesso dal Cappellaio Matto al paese reale. Ma non tornerebbero indietro: piuttosto si troverebbero in territori sconosciuti, senza gli strumenti per orientarsi e trovare una via di uscita.



In Di Maio e Di Battista, ciascuno a suo modo, affiora questo smarrimento, quando se la prendono con Mattarella e difendono a spada tratta Salvini. Ma se le cose non stanno come appaiono, se Salvini tornerà, a questo punto da leader indiscusso, nella coalizione di centro-destra dovremo concludere che non hanno compreso il gioco di cui sono stati vittime o non hanno idea di come uscirne. Non solo, ma in questo caso ingigantire le responsabilità di Mattarella rischia di farne l’eroe (negativo) di una vicenda di cui più che altro non è riuscito ad essere protagonista. E' questo che Di Maio sembra percepire quando lancia messaggi in codice verso il Colle.

Una stangata?
Il dubbio che dobbiamo fugare, insomma, è che Salvini più che giocare una partita anti-sistema ci abbia fatto assistere a una sceneggiata. Che la sua partita sia restata all’interno del campo della destra per spostarne l’asse sulla demagogia più spregiudicata. Per battere Berlusconi, il maestro al tramonto, sul suo stesso terreno: dell’inganno, dell’irresponsabilità, del tradimento degli elettori.
Posso sbagliare, e i fondo lo spero. Però - andiamo! - morire per Savona? Rifiutando qualunque alternativa, targata Lega in ogni caso, perché si sarebbe disarmato il governo del cambiamento rendendolo docile strumento dei poteri forti di Bruxelles e Francoforte? Si fa molta fatica a crederlo.

E Mattarella? Se non è stata un’alzata di ingegno, quello che è certo è che ha fatto una scelta di campo. Che non gli competeva. Che lo ha reso, da rappresentante della Repubblica, fautore di una parte, per di più perdente nel voto.
Di quella scelta uno con la sua storia non poteva certo ignorare le conseguenze: tutto il suo discorso sui mercati e i risparmi degli italiani è quasi un’autoaccusa: sapeva perfettamente che andare al voto per due volte in pochi mesi, senza alcuna ragionevole prospettiva di un esito alternativo, avrebbe determinato proprio quella instabilità su cui mercati e speculatori si scatenano. 
Per non dire dei ricatti e delle intimidazioni, mercati e agenzie di rating all’opera, che avrebbero dominato la scena in campagna elettorale. E, sullo sfondo, il rischio che facesse capolino la tentazione di usare la forza per determinare l’alternativa. 
Non è credibile che sia arrivato a tanto per eliminare Savona: quell'attempato signore proveniente dai palazzi del potere, protagonista dei tempi del crepuscolo della Prima Repubblica, avrebbe rappresentato un pericolo per l’Europa, tale da provocare reazioni letali per il nostro Paese? Davvero Mattarella ha paventato questo pericolo quando Salvini ne ha fatto l’eroe insostituibile dell’indipendenza nazionale? Perfino i gonzi intrappolati nel gioco delle tre carte finiscono per accorgersi, tardi, della presenza dei compari!



Forse anche Di Maio (con Di Battista) si è illuso che nessuno stesse barando al tavolo. Ma se è stata tutta una sceneggiata, non possiamo solo pensare che Mattarella abbia commesso un errore politico di prima grandezza spianando la strada alle due forze a cui ha voluto opporsi: viene piuttosto da chiedersi se c’erano armi nascoste sotto il tavolo. Puntate contro la democrazia. Dobbiamo insomma tornare all’altro corno esposto all’inizio, i potenti interessi contrari che si sono mossi all’interno e all’estero.

Le trame oscure
L’estero: l’attenzione è tutta rivolta alla Germania. C’è il suo zampino? Difficile pensare che siano solo stati a guardare. Poi, quelle pagine sul nazismo risorgente… forse Savona li ha offesi. Come gli apprezzamenti di Berlusconi sulla Merkel che hanno fatto schizzare lo spread nel 2011... Non sembra un po' un guardare la storia dal buco della serratura?
Non vorrei d'altro canto addentrarmi negli scenari geopolitici che vedono Macron, e Putin, e Bannon e – udite, udite! – Mario Draghi coalizzati contro la Germania e Mattarella che li respinge con perdite salvando la supremazia della Merkel. Tendenzialmente, quanto più si allargano e si ingigantiscono questi scenari planetari tanto più andrei a scavare nella storia nostrana. Senza andare troppo lontano nel tempo, limitandomi al biennio 2011 – 2013: referendum beni comuni, sindaci arancioni, crisi di consenso del governo di centro-destra. 
Che parte svolge la sinistra in quei frangenti? Strizza un po’ l’occhio ai movimenti (fino a chiamare Italia Bene Comune la coalizione del 2013) ma di fatto lascia che Berlusconi regga ancora un anno e quando collassa accetta di sostenere, insieme a lui, il governo Monti. Accade così che nelle elezioni del 2013 quel fenomeno, fin lì considerato, più che anti-sistema, folklore da vaffa-day, esplode fino a raggiungere il PD in cima alla graduatoria dei consensi. Grazie allo spostamento di alcuni milioni di elettori di sinistra convinti che il voto ai Cinquestelle fosse il solo modo di porre un argine al dilagare della politica che ha prevalso da Berlusconi in poi. La più di destra, classista, che l’Italia abbia conosciuto nel periodo repubblicano, via via fatta propria dalla sinistra “ufficiale” fino ad esserne protagonista egemone.
Da allora, tutta una parte del PD (non solo i renziani) li ha visti come un pericolo mortale. Hanno ostacolato, con Napolitano, l’ipotesi di Bersani a capo di un governo “aperto” e hanno poi tramato nell’ombra contro Prodi Capo dello Stato, per trovare infine una sponda in Berlusconi. Perso il referendum (che ripeteva quello del 2005), hanno congegnato una legge elettorale per impedire la vittoria dei Cinquestelle e ora si è alleano con chi ha manovrato per impedire la nascita del “governo del cambiamento”
Ma l’idea che alla fine di questa crociata contro il male anti-sistema chi si è perduto ritrovi la ragione e rientri nei ranghi è un sogno ad occhi aperti.


Che quello cui stiamo assistendo nasca dalla decisione di passare alle maniere forti, con il cinismo e la spregiudicatezza che alla cultura della destra non hanno mai fatto difetto, è solo un sospetto. Che Salvini ne sia stato complice, anche. Una volta fissate le elezioni a breve con questa stessa legge, ripeto, finiremo per scoprirlo.

È però legittimo chiedersi perché - quando Di Maio ha prima chiuso la porta a Salvini, che restava legato a Berlusconi, e poi, preso atto della “mossa” di Renzi (da Fazio), ha chiesto le elezioni subito (accontentato, ricordiamolo, da Mattarella) - il centro-destra lo ha invitato a proporsi come premier per andare a cercare i voti in Parlamento. E perché non ha rifiutato subito ma solo quando Mattarella ha chiuso questa strada: solo allora si è gettato anima e corpo nell’intesa con i 5S.


L’illusione letale
Se questi sospetti sono fondati, sia i Cinquestelle che Mattarella escono perdenti, incassando una sconfitta da cui, ciascuno per la sua strada, dovranno cercare il modo di risollevarsi. Non sarà facile per Mattarella, a cui giunge la solidarietà del PD che lo ha piegato ai suoi voleri. Dovrebbe avere il coraggio di rovesciare il tavolo e far venire allo scoperto le pistole puntate. E' ancora in tempo?

E i Cinquestelle?
Partiamo da una certezza: se questa vicenda si risolvesse in una loro sconfitta, mettendo a nudo la loro debolezza di fondo, che pure li ha aiutati a crescere (l’incapacità di darsi una collocazione tra destra e sinistra), questa non produrrà tuttavia un ritorno all’ovile della sinistra che li ha votati. 
L’altra sinistra, fuori dal PD, si culla anch’essa in questa illusione, ma così rischia di accelerare il cammino verso la scomparsa. Ha scommesso sulla vittoria della Lega (degli interessi del blocco sociale cui dà voce) nel confronto con i 5S illudendosi che a quel punto i delusi non potessero fare altro che tornare indietro: nei partiti “a sinistra del PD”, per farli essere finalmente competitivi alla pari con il PD “moderato”, se non nel PD stesso, per riportarlo a sinistra.
Non so se davvero è il gioco della Lega che ha prevalso. So però per certo che questa linea della sinistra si rivelerà un disastroso errore che il popolo giudicherà severamente. E la sentenza sarà probabilmente senza appello. Perché della sconfitta nel confronto con la Lega quella sinistra sarà considerata responsabile al pari del sodalizio tra PD renziano e destra.

Se poi i Cinquestelle insisteranno nel fare la corte a Salvini per trasferire nella nuova tornata elettorale l’alleanza che hanno sancito con il contratto di governo, rischieranno di consegnarsi nelle sue mani (e Salvini a sua volta rischierebbe moltissimo, come ho già provato a spiegare). E resterebbe l'incognita di quale forma assumeranno le dinamiche contrarie, da mettere certamente in conto.

Se invece si verificherà l’isolamento dei Cinquestelle, costretti di nuovo alla testimonianza solitaria, magari primo partito ma superato da una maggioranza di destra che va dai cosiddetti moderati ai cosiddetti populisti, dai cosiddetti europeisti ai cosiddetti sovranisti, solo il ritorno in campo di una sinistra, senza aggettivi ma con un impianto di valori appena un po’ solido – che ora manca del tutto – può modificare un quadro così cupo, paragonabile a momenti come il 1960 e il 1978.


La guerra di movimento
Se oggi ha senso una sinistra, non può che lanciare una sfida. Perché le parti del programma 5S che hanno la sua stessa impronta, quelle che la sinistra mette in cima ai suoi programmi, vengano portate avanti: non domandando “dove sono le coperture” ma proponendo le soluzioni perché siano realizzabili e aggiustandone le contraddizioni e le incertezze. E perché quanto di reazionario è contenuto in quel programma sia travolto da un’ondata di sdegno civile e buttato a mare. 
Facendo appello a interessi e passioni, suscitando energie, non appoggiandosi alle trame del potere economico finanziario, che gioca con molta spregiudicatezza e usa il ribellismo contro la ribellione degli ultimi.


Il popolo disperso
Chi pensa che il PD finirà per posizionarsi su questa sfida e che questo possa rappresentare il terreno con cui tornare ad incontrarlo, è padrone di pensarlo. E di sperare che finalmente Renzi si faccia il suo partito, assieme a Forza Italia o contendendole quel po’ di elettorato che le è rimasto fedele. Temo che i cittadini di sinistra, per quanto possano essere delusi e per quanto siano dispersi, abbiano smesso da un po’ di aspettare che quelle speranze si realizzino e guarda altrove.
Se queste visioni oscure fossero fondate, se questo fosse il vuoto che la crisi ci consegna - sinistra dispersa, Cinquestelle irretiti, establishment perdente nelle urne ma vittorioso nei palazzi del potere, la destra che incassa i frutti dell’investimento sulle paure del ceto medio disorientato e incattivito contro gli ultimi - anche nel vuoto, e nel buio, si dovrebbe però riuscire a guardare.

Non ci vuole un mago dei numeri per leggere il risultato elettorale in un microcosmo come la val d’Aosta e per accorgersi che Lega, Cinquestelle, PD, FI (con FdI al seguito) fanno tutti insieme il 35,9%. E con l’Union Valdotaine (altro partito paladino del sistema) arrivano al 55,1%. Dunque non c’è solo un 35% che non ha votato ma un 45% dei votanti ha votato altro. Fuori dai partiti. E a ben vedere, per lo più a sinistra dei partiti.


In quattro liste diverse, però.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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