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Che (bruttissimo) tempo che fa


Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio.
Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.


Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candidato, al fondatore dell’Ulivo a cui si richiamava alla nascita[3], è arrivato al capolinea il 4 dicembre del 2016. Qualunque fosse stato il risultato del referendum, scrivevo all’immediata vigilia del voto, si sarebbe chiusa la storia del Partito Democratico.[4] Così sono andate le cose, e non ci voleva un genio per prevederlo.
Eppure se solo quel consesso di professionisti della politica si decidesse ad uscire dalla campana di vetro in cui lo ha rinchiuso Renzi con la sua narrazione e tornasse a relazionarsi con il corpo vivo della società, con l’enormità dei problemi con cui le persone nella loro vita quotidiana stanno facendo i conti, la materia non mancherebbe di certo. Si confronterebbero attorno a soluzioni diverse, in base a valutazioni altrettanto diverse delle politiche seguite, ma è così che si svolge la normale dialettica democratica in un partito.



Qualche voce isolata ha cominciato a farlo in varie sedi, altri si sono limitati a mostrare dubbi, lanciando flebili segnali sotto forma di interrogativi[5]: poca cosa, perché pesa il distacco che li separa dalla società, ma basterebbe smettere di ignorare i documenti prodotti dalle maggiori istituzioni internazionali, per non dire di quelli dell’Istituto di statistica (dipendente dalla Presidenza del Consiglio), mettersi nella condizione di misurarsi sulle grandi questioni.


Si parlerebbe delle disuguaglianze e della crescita impressionante del numero di famiglie in condizioni di povertà, sia relativa che assoluta, per dire di una realtà ampiamente documentata, che è comunque sotto gli occhi di tutti. Mentre la narrazione celebra la grande novità del Reddito di Inclusione, per un importo tra i 190 e i 539 euro riservato a una platea circa 50 volte inferiore a quella dei poveri censiti dalle statistiche ufficiali.


Si parlerebbe dell’occupazione, oggetto di un gran numero di report, basati sull’andamento delle principali variabili del marcato del lavoro, che ci dicono della bassissima qualità della domanda da parte di datori di lavoro (precarietà, bassi salari, privazione di diritti elementari, per non dire del numero di laureati occupati, penultimi in Europa, del numero di giovani emigrati con titoli di studio superiori), mentre la nostra esperienza ci pone sotto gli occhi di continuo episodi che confermano quanto emerge dalle statistiche. Eppure il Jobs Act continua ad essere, nella narrazione, “la riforma che aspettavamo da decenni” (meglio non domandarsi chi si cela dietro il noi), l’alternanza scuola-lavoro è magnificata come un modo “per avvicinare l’offerta formativa al mondo del lavoro” (possibile che non si pensi che, al contrario, debba crescere la qualità del mondo del lavoro per dare un futuro ai giovani che la scuola aiuta nell’apprendimento, per qualificarsi al meglio?).

Oppure si potrebbe parlare di fisco, di giustizia, di sostenibilità, di diritto alla salute. Si potrebbe passare in rassegna quella Costituzione che il 4 dicembre 2016 ha rischiato di essere stravolta nei rapporti politici e nell’ordinamento della Repubblica per imporre finalmente la costituzione materiale che l’ha già stravolta nei rapporti etico-sociali e in quelli economici, e dunque nei principi fondamentali. E tornare a dichiarare vivo, attuale, il progetto che ci hanno consegnato i nostri padri 70 anni fa dopo aver combattuto per restituire al popolo italiano libertà e speranza nel futuro.


Nulla di tutto questo avverrà il 3 maggio. Il destino del PD è segnato ed è quello che prevedevo, al pari di tanti altri, alla vigilia del referendum. Ce lo ha voluto notificare il suo ex segretario dimissionario-ma-non-rinunciatario presentandosi in prima serata sulla prima rete televisiva pubblica per fare il massimo di ascolti e offrendo uno spettacolo preoccupante. È arrivato perfino a esclamare, più di una volta “Parliamo del futuro dell’Italia!”, proprio come avrebbe dovuto fare per davvero. Ma poi ha spiegato che il futuro dell’Italia è … pentirsi di aver bocciato la sua riforma costituzionale.

Non c’erano dubbi che lo avrebbero visto in molti.[6] Ho un monte di dubbi sul fatto che fossero attratti dall’idea di scoprire quale visione del futuro offre un leader che ha ancora cotanto peso nel partito che fino a qualche settimana fa occupava la maggioranza degli scranni in Parlamento. Penso invece che la curiosità che spingeva i più era un’altra: capire fino a che punto questo giovane, che le vicende della politica italiana hanno proiettato in un ruolo per il quale non aveva alcuna preparazione, avrebbe pensato di utilizzare il potere di interdizione che è riuscito a riservarsi con scaltrezza (aiutato da una diffusa fellonia intorno a lui) per mettere a repentaglio il sistema democratico del nostro paese.


La sua mimica, le sue battute insulse e il suo argomentare surreale (nessi logici traballanti e fantasie di comodo spacciate per dati di fatto), più ancora che il messaggio ripetuto alla noia (chi ha perso non può governare, con chi ci ha insultati non si può governare), non possono non aver destato seria preoccupazione. L’idea che abbia in mano una pistola carica puntata alla tempia del Presidente della Repubblica (tradotto: più di sette parlamentari d’accordo con lui) credo abbia scosso qualche coscienza. La mia, lo confesso, sì. E si cominciano a vedere le conseguenze dell’azione combinata dei due pistoleros di cui parlavo nell’ultimo post.
Se le minacce di Renzi non aiutano il PD, che perde circa 2 elettori su 5 rispetto alle politiche, il solo fatto che il Movimento Cinquestelle per dare un governo al Paese si trovi a dover fare i conti con il partito di cui lui è ancora il despota scuote enormemente la fiducia del suo elettorato che diserta in massa le urne: restano a casa quasi 2 dei loro votanti ogni 3. Le minacce di Berlusconi invece, pur avendo su Forza Italia (abbandonata da un elettore su 3) lo stesso effetto di quelle di Renzi sul PD, favoriscono la Lega (che pure perde 1/5 dei suoi 176mila voti alla Camera) dal momento che il suo candidato alla Presidenza fa il pieno dei voti presi dalla coalizione di centro-destra alle politiche, aumentando anzi il bottino (+10mila voti) grazie a 40mila voti personali più della coalizione. La conclusione è elementare: la destra assapora la vittoria e torna compatta alle urne.

Con questo, anche il famigerato Piano B di Renzi è servito: l’idea di convogliare su di se la destra moderata come ha fatto in Francia Macron si mostra illusoria. In Italia non c’è quella destra, non ci sono quegli strati sociali di riferimento. Renzi può semmai vantare di aver portato a termine la sua “missione” di sradicare  la sinistra politica dal panorama del paese. Se questo, ripeto, non è mettere a repentaglio la democrazia nel nostro paese…
E non si dica che questa è una esagerazione allarmistica, tipica di un estremismo che grida all’antidemocrazia quando il mondo non va come si vorrebbe. Il lamento e l’allarme nascono invece dalla constatazione che in questo paese la politica non va come nel resto del mondo dove vige la democrazia. La sinistra è sotto attacco dappertutto, verissimo, e fatica a trovare la chiave per ribaltare questa situazione (che, va detto, molti autorevoli studiosi considerano pericolosa per la democrazia, ma in un senso che va oltre quello di cui abbiamo parlato fin qui). Da noi la sinistra è stata invece sgominata, con largo uso di strumenti “non convenzionali”, e fa fatica anche solo a ritrovarsi.

Mala tempora, dunque. Brutti tempi, bruttissimi. 

NOTE


[1] Sono parole di Walter Veltroni nel discorso di presentazione della nascita del Partito Democratico il 27 giugno 2007 (testo integrale in http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/politica/partito-democratico5/discorso-integrale-veltroni/discorso-integrale-veltroni.html
[2] All’indomani del voto, il 12 marzo, la Direzione si era riunita per prendere atto delle dimissioni del segretario e per decidere il percorso verso la sua sostituzione, annunciando la convocazione di un’assemblea nazionale (l’organo cui spetta l’elezione del segretario ovvero la convocazione del congresso), successivamente fissata, in un primo momento per il 21 aprile, quindi rinviata sine die (ad una data non ancora definita). 
[3] Il PD, la sua nascita, rappresenta “quello a cui ha pensato, a cui ha lavorato, per cui si è speso con coerenza e determinazione il fondatore dell'Ulivo, Romano Prodi” (ibidem)
[4] Richiamo qui quello che scrivevo in proposito in un post del giorno precedente, il 3 dicembre 2016: “Se vince il SI resterà il nome, e con ogni probabilità resteranno anche i travisamenti e gli opportunismi. Ma si formerà un'opposizione di sinistra consistente, liberata dalle ipocrisie e dai settarismi del passato, se emergerà un nuovo gruppo dirigente esente da quei vizi e con un curriculum credibile, che sappia ricostruire il consenso perduto. Altrimenti, i Cinquestelle si approprieranno del monopolio dell'opposizione di sinistra, per quanto ambigua e trasversale possa essere la loro proposta, in assenza di alternative. E il PD sarà quel partito di centro moderato che le élite economico-finanziarie nazionali hanno tenacemente lavorato per costruire negli ultimi venticinque anni, dopo la fine della DC.
Se vincerà il NO si assisterà al tentativo della “vecchia guardia” di riprendere il partito. Ma non avranno un futuro perché senza più il “corpaccione”, il ”ventre molle” definitivamente bruciato dall'adesione al renzismo, dovranno rassegnarsi alla definitiva marginalità. Proveranno magari a riconquistare un minimo di credito in chi ha lasciato il PD rimanendo nei suoi paraggi ma avranno pochissime chance di estendere quel credito al corpo elettorale. Né un futuro lo avrà il renzismo sconfitto, che dovrà dare addio al sogno di ricostruire la DC “provenendo da sinistra” e ripercorrerà i passi dei Casini, dei Rutelli, dei Monti e dei Mastella. Si riproporranno dunque le stesse alternative descritte per la vittoria del SI: una formazione di sinistra credibile e consistente, o il monopolio saldamente in mano ai Cinquestelle”
[5] Perfino di Paolo Gentiloni si potrebbe citare qualche esternazione, come questa: “la crescita economica non è riuscita a ridurre le disuguaglianze, non possiamo accettare un'idea di una crescita economica che non riduca le disuguaglianze, abbiamo bisogno di un'economia più inclusiva” (discorso di presentazione della “Lista Civica e Popolare, 11/2/18-at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Gentiloni-presenta-lista-Civica-Popolare-Abbiamo-grande-responsabilita-una-seconda-stagione-di-riforme-4d9419ef-28b6-441a-ac7b-0550d65ac152.html). O questa, in cui sembra prendere le distanze dalla litania del “grazie a noi” e della monotona ripetizione di simili vanterie del suo predecessore: “Non dobbiamo mai dimenticare che la crescita è merito di famiglie, imprese, comunità. I Governi possono solo indirizzare le politiche in un senso o nell'altro” (Paolo Gentiloni, discorso all’ inaugurazione del Salone del Mobile, 17/4/18)
[6] 4.145mila spettatori (18% di share) è sopra la media di Fazio, anche se è più o meno la stessa cifra dei 4.058 mila registrati in campagna elettorale

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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