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C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconfitte dalle urne (LeU e PaP); o di risolvere il problema puntando sui movimenti, spingendoli a sottrarsi alle mire egemoniche dei partiti(ni) di sinistra. Non ci sono soluzioni a buon mercato. E l’analisi critica deve andare più a fondo.
Tra le questioni su cui è necessario un approfondimento critico c’è quella della “forma partito” (come viene comunemente definita) ovvero della forma associativa idonea per un soggetto politico radicato nei valori e negli obiettivi della sinistra (a loro volta da aggiornare). Senza commettere l’errore di considerare questo problema distinto o susseguente rispetto a quello dei contenuti.

Il contributo che segue si propone di alimentare un dibattito fin qui assai poco animato, avanzando una tesi che può essere così sintetizzata: nelle condizioni attuali sarebbe un errore per la sinistra continuare a proporsi la costruzione di un partito.
Il modo migliore in cui i cittadini possono associarsi per “concorrere a determinare la politica nazionale” (art. 49 Cost.) dovrà essere radicalmente diverso da quello dei partiti così come li conosciamo. Talmente diverso che non potrà essere definito con lo stesso nome. Perché il rapporto tra rappresentati e rappresentanti dovrà essere stabilito in termini non paragonabili con quelli in uso, con uno spazio inedito (non illusorio né utopistico) per nuove forme di democrazia diretta e di partecipazione. Non come concessioni simboliche all’interno delle strutture tradizionali ma come parti costitutive, fondamentali, della struttura portante. 




Una versione sintetica di questo contributo è disponibile qui.

La lezione del 4 marzo

I nove partiti di sinistra presenti alle elezioni del 4 marzo, cinque dei quali si richiamano al comunismo e uno al trotzkismo, raccolti in 4 liste cui se ne aggiunge una quinta “di popolo”, hanno raccolto nel loro complesso 1.631.774 voti pari al 4,95% dei voti validi[i].


Per chi aveva sperato che prendesse forma una proposta politica unitaria a sinistra del PD (un “quarto polo”) l’obiettivo è stato mancato clamorosamente. Né unità, né proposta politica che abbia smosso l’elettorato. Qualcuno continuerà a lavorare per questo, come se niente fosse accaduto, magari ponendosi dubbi del tipo “proseguire con LeU fondando un partito attorno al gruppo parlamentare?” o “aprire un dibattito nei territori per valorizzare il risultato fantastico di PaP?”. chiamando a raccolta attorno a sé. Mentre c’è chi si pone la domanda esistenziale, se ha ancora senso parlare di sinistra: domanda senza senso (almeno nel resto del mondo). Pochi si sforzano di comprendere, come dovrebbero, dov’è andato il “popolo di sinistra” (posto che si riesca a identificarlo), a chi si è rivolto, quali istanze ha posto, con quali priorità.

Se ne dovrà riparlare, e la risposta richiede uno studio attento dei movimenti nella società, non solo dei flussi di voti. La prima domanda da porsi è però se quel progetto non era sbagliato e se non sarebbe ora di prendere atto definitivamente che l’idea di costruire un partito (a sinistra) non ha più molto senso. Ce ne sono nove, destinati, più che a unirsi, a scindersi semmai ulteriormente. Ammesso pure che la fatica di Sisifo di unire partiti destinati a scindersi ulteriormente non duri in eterno, davvero la meta finale potrà essere un partito a immagine e somiglianza di quelli attuali, per quanto amalgamati? Si potrà ancora parlare di un partito?



[i]Di questi, 1.113.969 voti (3,39%) sono andati a Liberi e Uguali e 372.022 (1,13) a Potere al Popolo, mentre l’insieme delle tre liste restanti non ha raggiunto i 150.000 voti (0,42%).

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"Concorrere a determinare la politica nazionale" è un diritto dei cittadini
Partiamo dalle basi, dall’articolo 49 della Costituzione. Proviamo a rileggerlo cancellando il riferimento ai partiti: “tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. La sostanza è rimasta immutata. Il soggetto sono i cittadini e la Costituzione riconosce loro il diritto di associarsi. Non necessariamente nella forma dei partiti che conosciamo; peraltro è tutto da dimostrare che garantiscano l’esercizio di questo diritto. Se contiamo gli iscritti, si associa un cittadino con diritto di voto su cento[i]: ma neanche quei pochi, possiamo dire che concorrano davvero a determinare la politica nazionale.

Non c’è bisogno di essere politologi per rendersene conto: anche se non si è letto il rapporto di Fabrizio Barca sul PD (e le sue teorizzazioni che in quel rapporto hanno trovato conferma) basta un’occhiata intorno, anche superficiale. Sul territorio l’attività dei partiti si concentra sulla formazione delle liste elettorali e sulle designazioni di loro spettanza nel variegato mondo del settore pubblico e parapubblico. A livello nazionale il concorso dei cittadini alla determinazione delle scelte politiche avviene più che altro attraverso indagini di mercato e sondaggi di opinione (che ci sia o meno l’ausilio di Facebook è del tutto irrilevante). Per di più il loro apporto è soverchiato di gran lunga dal condizionamento che si esercita in senso opposto, da parte dei vertici dei partiti e degli apparati di “comunicatori” alle loro dipendenze nei confronti dell’opinione pubblica.

Non me la sentirei di sostenere che queste dinamiche fossero del tutto assenti nel modello di partito di massa che abbiamo conosciuto nel dopoguerra, ma sappiamo che i padri costituenti hanno scritto quell’articolo avendo in mente la i partiti nati sul finire del secolo precedente e con il fermo proposito di impedire che potesse ripetersi un atto dittatoriale come lo scioglimento dei partiti politici per riservare il monopolio al partito di regime. Erano anzi convinti che con il suffragio universale la partecipazione potesse ampliarsi e acquistare perfino maggiore efficacia, fino a una piena affermazione della democrazia rappresentativa. Le cose però non sono andate così.

È un difetto insito nel suffragio universale? Questa tesi, che la si voglia definire aristocratica o elitista o oligarchica, non si inquadra certo nel sistema dei valori che distingue la sinistra, eppure si è diffusa proprio a sinistra, nella parte che ha scelto la via dell’immedesimazione nello stato di cose esistente. Quella che si inchina al mercato e ai poteri che il mercato rende “forti” tanto da alterare l’omogeneità del demos su cui poggia lo stato di diritto (quindi la democrazia), quella che rende omaggio al merito nonostante produca diversità nell’accesso ai diritti anche quando le opportunità all’origine sono davvero pari, è una sinistra che identifica il suo ruolo nel limitare i danni, in un contesto al quale non è data alcuna alternativa (dopo che l’utopia comunista si è rivelata distopica).
Se invece pensiamo che un altro stato delle cose sia non solo possibile ma necessario, come dovrebbe essere naturale per la sinistra, allora dobbiamo prendere sul serio, come un impegno da onorare, il dettato dell’articolo 49. E di conseguenza dobbiamo deciderci a pensarlo senza più il riferimento, storicamente datato, ai partiti. Perché non possiamo dare ancora questo nome, così fortemente connotato dall’esperienza di più di un secolo, a altre forme di associazione radicalmente diverse da quella dei partiti che abbiamo conosciuto.

C’è una montagna di letteratura attorno all’evoluzione della forma partito lungo il periodo storico che ha visto affermarsi la democrazia rappresentativa. Lasciando da parte le deviazioni dalla via principale sfociate nel totalitarismo, Il partito di massa delle origini si è fatto comitato elettorale, partito personale, partito azienda: fenomeni limitati, eccezioni? Difficile crederlo, vista la loro estensione, in Italia addirittura totalizzante. C’è un solo partito che non si identifichi in un leader, che sia scalabile o contendibile, che non funzioni solo come comitato elettorale e dispensatore di posizioni di potere e di privilegio, che abbia attivato modalità di partecipazione diretta all’elaborazione dei programmi e alle decisioni sulla loro attuazione? Il tentativo più spinto in una direzione alquanto diversa, quello dei Cinquestelle, si presta anch’esso a molti di questi rilievi, come non mancano di rimarcare i partiti esistenti a cui resta ormai come unico argomento di difesa il “siamo tutti uguali”. È in larga parte vero. Ed è un ottimo motivo per cambiare strada e fare a meno dei partiti.



[i]  I sondaggi di opinione intanto registrano un progressivo calo di fiducia e di popolarità fino a scendere all’ultimo gradino della scala, apprezzati da 3 cittadini su 100: appena 2 per ogni iscritto.

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La parabola del partito di massa

Che si debba abbandonare l’idea di costruire un partito a sinistra è tanto più vero in quanto la forma che doveva meglio corrispondere agli ideali della sinistra, il cosiddetto partito di massa, ha tradito le speranze trasformandosi nel suo contrario. Attraverso quella forma associativa si doveva dare rappresentanza alle classi popolari (al traino, almeno così si pensava, del lavoro salariato) grazie a un corpo di politici combattenti “professionali”, posto al vertice come interprete e guida, ma quello che si è verificato in realtà è stato un processo di progressiva separazione di quello stesso corpo di rappresentanti dai rappresentati. Culminato da un lato nell’autoreferenzialità (autoritaria o imbelle, a seconda delle circostanze e dei sistemi politici), dall’altro in un crollo della fiducia riposta nei rappresentanti dalle masse popolari, che le ha portate a ricercare altre forme di rappresentanza.

Non è stato un processo lineare e non si può dire che abbia trovato uno sbocco stabile. Il populismo è una delle forme che ha assunto. Ma la sinistra ha perso la rotta e non si dimostra cosciente, o quanto meno attenta al problema, vittima della sua autoreferenzialità. La politica si è fatta docile espressione del potere economico (a cui era socialmente assimilabile in quanto partecipe anch’essa dei benefici diseguali prodotti dal sistema economico)[i]. Il potere economico ha così potuto far leva su questo divorzio e sul conseguente vuoto di rappresentanza rendendo ancora più disordinato il senso di marcia e sempre meno decifrabile l’origine del problema (e più lontana la soluzione).
Eppure la strada da seguire dovrebbe essere chiara: un’inversione di segno, una riduzione della distanza tra rappresentanza politica e società rappresentata. Ovvero, un aumento della partecipazione diretta dei rappresentati alla vita politica.

Altro che disintermediazione, riduzione della complessità, quindi. Non più un partito apparato, che esercita la funzione politica in nome e per conto di una società rappresentata attraverso mediazioni culturali, ma un partito comunità. Articolata, funzionale, innervata da intelligenza organizzativa e operativa, ma comunità di interessi, mediati da una cultura condivisa, da un’immagine di sé e del proprio contesto esterno, vivente o inanimato, condivisa. E comunità di impegno per la loro tutela.

Questa tesi, vale la pena di aggiungerlo per chiarezza anche se dovrebbe essere del tutto evidente, di un’organizzazione orizzontale, un partito-comunità che promuova il dettato costituzionale, la partecipazione dei cittadini per “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” non può essere confusa con una “battaglia culturale contro i partiti e contro la politica nel nome di una visione apologetica della società civile”. A meno di non considerare la nostra Costituzione una apologia della società civile contro la politica.  [ii]



[i] Ovviamente, l’evoluzione che questo processo ha assunto negli stati socialisti presenta caratteristiche peculiari. Ciò non toglie che si possano facilmente cogliere, nella diversità, molti aspetti comuni, riconducibili agli stessi vizi di fondo.
[ii] Eppure è proprio in base a questa confusione che uno dei massimi protagonisti della politica italiana, sul versante della sinistra, degli ultimi trent’anni, Massimo D’Alema arriva alla conclusione che l’esito della recente sconfitta elettorale del centro-sinistra (accomunando in questo, lucidamente, le sorti del PD e quelle di LeU) rappresenti (anche, bontà sua) “il punto di arrivo” di questa “lunga estenuante battaglia culturale” che accusa di “moralismo populista” (Il voto italiano è il punto di rottura della crisi europea, Il Manifesto, 10/04/18) . Non deve essere facile, essendo stati educati alla politica all’interno di uno schema culturale terzainternazionalista (versione italico-togliattiana), liberarsi di questa visione elitaria del rapporto con il “popolo”.
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Come fare? Qualche ipotesi di lavoro
Un confronto serio, partecipato e approfondito, su questo tema non è mai davvero cominciato. Sarebbe invece ora di porsi il problema di come una nuova forma associativa possa garantire ai partecipanti che il loro apporto abbia un peso e che quel peso sia uguale a quello di ogni altro.[i] Che la sintesi degli apporti produca gli effetti desiderati e che gli effetti siano vagliati in modo da arricchire e migliorare l’efficacia dell’azione collettiva.[ii]
Il tema andrebbe evidentemente affrontato all’interno di un processo di elaborazione condivisa. Si possono però formulare alcune ipotesi partendo dalle considerazioni precedenti.



[i] Uno vale uno” esprime questo concetto con una felice sintesi. Tra esprimerlo e attuarlo ci corre però una certa distanza
[ii] Al di fuori dell’ambito politico in senso stretto non mancano elaborazioni, proposte e persino sperimentazioni attorno a questi aspetti: basti pensare all’esperimento islandese di scrittura della Costituzione facendo ricorso a una quota di cittadini sorteggiati, per ridurre il potere di condizionamento degli apparati politici professionali; oppure, quanto al “fact checking” e alla valutazione di impatto dei provvedimenti di legge alle proposte riassunte con il termine “doparie” (da associare alle primarie come loro complemento indispensabile) su cui si è esercitato R. Calabretta del laboratorio “LARAL” dell’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR

Orizzontalità. 
In un’organizzazione davvero partecipata è possibile un ampio ricorso alla delega nell’articolazione delle funzioni, in quanto avrebbe alla base un solido rapporto di fiducia tra le persone, deleganti e delegate; al contempo però si dovrebbe ridurre al minimo la delega negli aspetti decisionali, dalle scelte di indirizzo a quelle operative vincolanti per gli associati. Questa idea, di un ritorno alle origini, nel senso di un ampliamento consistente degli spazi di democrazia diretta che nel tempo sono rimasti confinati a casi di piccole comunità molto coese, si è fatta strada nella convinzione che oggi siano ampiamente disponibili strumenti che permettono di condividere e di decidere anche a distanza, senza bisogno di una presenza fisica (le piattaforme di cui tanto si parla). L’uso di quegli strumenti non è però neutro né impersonale. Al contrario, le regole per la loro gestione e il loro funzionamento devono essere rigorose e rispondere agli stessi criteri posti a base della vita associativa in generale: una delega di carattere funzionale per la gestione, basata sulla fiducia e quindi garantendo la massima trasparenza, ruoli decisionali caratterizzati da circolarità e orizzontalità.
Requisiti trascurati (o contraddetti) entrambi nell’esperienza del Movimento Cinquestelle con il conseguente deficit di democrazia (ma anche di partecipazione attiva) degli associati. Ciò che ha reso il loro esperimento, che da un lato si presenta come fortemente attrattivo per ciò che innova negli strumenti di partecipazione, al tempo stesso fortemente limitativo nel momento in cui di quegli strumenti si evidenziano i limiti e le storture.

Processo costituente. 
Il processo di costituzione del soggetto associativo non può nascere da un nucleo fondatore che si pone come centro motore bensì da un incontro su basi paritarie tra persone, associate o disperse ma comunque radicate e attive nei contesti territoriali. Ed è sul territorio che deve crescere la partecipazione, facendo tesoro delle migliori esperienze emerse nelle tornate amministrative, guardando alle quali dovremmo imparare a correggere l'errore di prospettiva che si commette quando si parla di “percorso dal basso”, essendo proprio quelle buone pratiche le più “alte”, da imitare. L'importante è che le aggregazioni non vengano meno ai principi di partenza nel corso del processo di crescita, perché la forza di attrazione prevalga sulla repulsione. Riconoscendo di andare, passo dopo passo, tutti nella stessa direzione e rinunciando, ciascuno, all’idea di porsi alla guida della carovana.

Leadership
Una tendenza alla personalizzazione è parte del patrimonio genetico della sinistra italiana, anche per la derivazione terzainternazionalista della sua componente più rappresentativa, il PCI. Il togliattismo, come culto della personalità in versione italica e, di nuovo, la celebrazione poco “laica” della figura di Berlinguer (soprattutto dopo la sua fine prematura), per finire con la personalizzazione, perfino alquanto caricaturale, della concorrenza al vertice tra D’Alema e Veltroni, sono tutte manifestazioni di un’idea di leadership fortemente centrata sulla persona. Il filone democristiano, l’altra componente confluita nel PD, non aveva conosciuto fenomeni di questo genere ma l’irruzione sulla scena politica di Craxi e di Berlusconi aveva cambiato profondamente il clima generale e influito profondamente sulla formazione del giovane Renzi. Si è arrivati così alle estremizzazioni del processo di personalizzazione della leadership politica per cui perfino una formazione che sembrava voler innovare le forme della politica e i valori di riferimento (a sinistra), come Liberi e Uguali, ha dovuto scovare il leader maximo da offrire alla scena politica, con un risultato deludente e però con una perseveranza dell’errore anche dopo il risultato che ha dell’incredibile. Al punto che si è pensato di risolvere l’analisi della sconfitta attribuendone la responsabilità principale allo scarso traino di immagine del leader scelto. Errore non umano, effettivamente, ma diabolico … .

Si dovrebbe invece arrivare alla conclusione che solo un collettivo, organizzato per deleghe funzionali, di coordinamento e di portavoce, e con compiti esecutivi strettamente connessi all’implementazione degli indirizzi strategici assunti attraverso un percorso decisionale ampiamente condiviso, può rappresentare una leadership riconosciuta, coerente con le premesse. Il che non cancella le persone, i volti, le voci sincere e credibili attraverso cui l’associazione comunica con l’opinione pubblica attraverso i diversi media. Ma non per questo si dovrebbero considerare i volti e le voci come vertici di una piramide. Dobbiamo semmai immaginare un poliedro le cui facce non sono tutte visibili allo stesso tempo e allo stesso modo, secondo l’angolo visuale.

Andando oltre nel ragionamento, ad una assegnazione di responsabilità su basi funzionali e un’ampia condivisione dei momenti decisionali dovrebbe corrispondere una esaltazione della collegialità come ricchezza. Uno schema che presenta chiare analogie con quanto si va affermando in campo economico nell’analisi dei vantaggi comparati che si ottengono nelle forme di produzione collaborative basate su una radicale inversione di paradigma nella valorizzazione (socializzazione) delle cosiddette “economie esterne”.

All’opposto della deriva personalistica ora in auge, si dovrebbe quindi sostenere con coraggio la tesi di una leadership di gruppo, articolata al suo interno per funzioni in base a competenze e inclinazioni, con un’alternanza frequente (1-2 anni) consentita da una larga fungibilità dei ruoli, che presuppone circolazione di esperienze e trasparenza. In questo quadro ci si possono permettere soluzioni “estreme” come quella di riservare quote delle funzioni di leadership a persone sorteggiate all’interno di una rosa con i requisiti necessari, nonché riserve di garanzia per minoranze (non politiche, non correnti) quando non si tratti di individuare un capo (o alcuni capi) ma di designare persone per una candidatura a funzioni amministrative da sottoporre al vaglio degli erlettori

È questa del resto la sola leadership coerente per una rete articolata e radicata sul territorio. Ed ogni nodo della rete deve avere a sua volta una struttura analoga, basata sugli stessi principi e regole di funzionamento.

E di rete si deve parlare, oltre che per i nodi orizzontali, se così vogliamo definire quelli radicati ed attivi su base territoriale, per quelli, che andrebbero intrecciati con questi, a carattere verticale, intendendo con questo gruppi di progetto o di elaborazione su temi.

Rapporto con gli eletti nelle istituzioni
È un tema cruciale in quanto i cittadini associati rappresentano una parte – sempre, per definizione – mentre le istituzioni devono rappresentare l’insieme della nazione.

Su questo va dato il merito a Fabrizio Barca di aver gettato un sasso nello stagno nel suo libretto che prendeva le mosse dallo statuto del PD criticando con molto acume la novità dell'identificazione del segretario nazionale con il candidato premier[i]. Una novità introdotta alla nascita di quel partito come omaggio tardivo, pedissequamente accodato al mainstream del momento, al partito personale e all'interpretazione autoritaria del sistema maggioritario in vigore

Il problema che si pone, ad oggi irrisolto, presenta un aspetto più generale, di cui quello affrontato da Barca, del rapporto tra partito/parte e istituzioni, è una derivazione: come restituire il giusto valore al vincolo associativo da cui è scaturita l'espressione della candidatura, partendo dal presupposto (da verificare) che sia stata in effetti espressa dai cittadini “associati per concorrere a determinare la politica nazionale”. E come evitare che di quel vincolo non resti alcuna traccia, come avviene quando il programma sottoscritto all'interno di quello stesso vincolo viene apertamente contraddetto dall'operato dell'eletto nelle istituzioni, senza con questo calpestare il principio della libertà di decisione di chi, una volta eletto, è chiamato a rappresentare l’interesse generale al di là di quello di parte, svincolato pertanto da qualunque mandato imperativo.

Se non si affronta questo aspetto, la soluzione di tornare a una distinzione chiara tra ruoli interni al soggetto associativo e candidature a ruoli di vertice nelle istituzioni[ii] pur andando nella direzione giusta, ma non è sufficiente. Quand’anche il premier fosse una figura diversa, resterebbe il problema: il governo risponde al Parlamento, composto dai gruppi parlamentari: se questi recidono ogni legame con chi li ha candidati e si rapportano agli elettori come corpo indistinto, i cittadini associati nel partito (o in qualunque altro genere di formazione politica) resterebbero relegati a una funzione esclusivamente di stimolo culturale o costretti dentro una funzione rivendicativa al pari di qualunque altra associazione di interesse (o corpo intermedio) di natura non diversa da quella di una qualunque lobby.  Invece, il modo in cui lo si sta affrontando si dimostra solo un pretesto per giustificare l’introduzione di una qualche forma di vincolo di mandato per gli eletti, manomettendo in questo senso l'attuale inibizione contenuta nell’articolo 67.

Non che si debba lasciar correre di fronte alle transumanze parlamentari, ma quei comportamenti opportunistici trovano origine proprio nel processo degenerativo che ha stravolto le forme della rappresentanza politica. Non si può quindi contrastare questo andazzo deplorevole se non si ripristinano le basi della rappresentanza misurandosi sul rapporto tra cittadini associati ed eletti. Rivedere i regolamenti, a partire dal Parlamento, così da escludere, in caso di migrazione, dal godimento dei benefici connessi all’appartenenza ad un gruppo – la soluzione di sui si parla – è un passo ulteriore. Non è però neanch’esso un rimedio efficace se non si va alla radice, al modo in cui si selezionano le candidature, ripensando sia il come (si debba svolgere) che il chi (abbia titolo a partecipare).



[i] La traversata, Roma, Feltrinelli, 2013. Da ultimo, su questo ed altri aspetti della forma partito, alla luce in particolare della distanza tra gli statuti del PD e di Sinistra Italiana e la “costituzione materiale” di quei partiti, si sofferma Antonio Zucaro in Rovesciare la politica, Roma, Bordeaux, 2018.
[ii] In particolare, sull’identificazione della figura del segretario con quella di candidato premier prevista nello statuto del PD, vedi la nota precedente
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Primarie
Si arriva quindi al tema delle primarie e dei confini del vincolo associativo: se debba essere un vincolo con una solidità nel tempo, con alle spalle un impegno che risponda a un minimo di requisiti (di durata e di intensità), o possa esaurirsi nel momento dell’espressione di una preferenza. In sintesi, nel gergo politico: primarie riservate agli iscritti o aperte ai cittadini?

Le primarie aperte, i gazebo bene in vista nelle piazze, sono indubbiamente un richiamo e in pratica anticipano la campagna elettorale. Possono però aprire la porta ad ogni forma di inquinamento, sia opportunistico che ostile. Per scongiurare questo rischio non c’è altra soluzione che limitare la partecipazione agli associati: al più si può prevedere un intervento di elettori registrati solo come atto finale del percorso quando dagli iscritti non emerga un candidato con una maggioranza chiara, per un eventuale ballottaggio da prevedere quando si verifichi questa condizione identificabile secondo parametri molto precisi stabiliti in precedenza.

Tutti questi aspetti però, che si tratti di scoraggiare i cambi di casacca o di coinvolgere gli associati in una decisione democratica scongiurando inquinamenti che alterino la loro espressione di volontà, si riferiscono a un momento preciso, importante ma assai limitato nel tempo, come le elezioni. In sostanza, ruotano intorno al funzionamento di un partito nella veste di comitato elettorale. Torniamo però al punto di partenza: non è di questo che parla l’articolo 49; non è questo il solo momento, e non può essere il solo modo, in cui i cittadini possono concorrere a determinare la politica nazionale.
                                     
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Partecipazione e protagonismo. Nuovi spazi di democrazia diretta

La partecipazione deve necessariamente realizzarsi in un continuum: i diritti non si tutelano ad intermittenza, la vita delle istituzioni non ha pause, i cittadini avanzano quotidianamente le loro istanze. Associarsi non può avere come unico fine quello di scegliere i candidati per le elezioni (o le “persone fidate” da collocare al vertice degli snodi del sistema economico sottoposti al controllo pubblico): la partecipazione implica un impegno civile, non diverso da quello che si esplica nelle varie articolazioni del volontariato e dell’impresa sociale (anche senza volerlo porre su un piedistallo che non ha più alcuna giustificazione, ammesso che l’abbia avuta in altre fasi storiche). Un impegno continuativo (sia pure misurato sulle disponibilità individuali in base agli altri ambiti della vita di relazione), consapevole e informato (con ciò che comporta, anche qui, come disponibilità di tempo e di energie).

In virtù di un pregiudizio duro a morire, questa idea di partecipazione viene da molti considerata escludente, troppo selettiva, quasi elitaria. Tuttavia se si distoglie per un attimo lo sguardo dallo spettacolo poco esaltante della politica professionale oggi dominante, ci si accorge che la realtà è ben diversa. È probabilmente vero che la qualità del discorso politico nella vita quotidiana è molto scaduta rispetto al tempo in cui occupava un posto centrale fin nell’ambito familiare. L’informazione politica per prima è scaduta a un livello di banalità insopportabilmente noioso. Anche qui, sembra che a giudicarla noiosa siano le élite che dispongono di strumenti interpretativi più raffinati ma è anche questa una distorsione indotta ad arte. Le élite culturali impiegano gli strumenti “più raffinati” in campi del tutto diversi ma comunque la generalità delle persone, indipendentemente dal livello culturale, può essere più attratta da temi meno impegnativi ma pretende comunque una qualche vivacità e una attinenza con le sue esperienze di vita, che l’informazione politica on offre. Così, quelli che restano a interessarsene, a dispetto della noia, sono proprio i professionisti (a parte quei pochi che hanno contratto una qualche forma di dipendenza).

Se invece ci si trova a intavolare un discorso politico che abbia un minimo di concretezza e una relazione dimostrabile con la vita quotidiana con un qualunque “cittadino medio”, pur superficialmente informato, si scopre un interesse genuino e una capacità di analisi e di argomentazione ben al di sopra di quella di cui si fa sfoggio nell’infotainement o nei talk show serali: non a caso, non appena appare sullo schermo (o viene condiviso sui social) un intervento che tocchi in modo chiaro, senza la stanca ripetitività delle formule “politichesi” le questioni che si pongono ai cittadini nella vita reale, quella persona diventa immediatamente un volto popolare, un nome di richiamo (correndo inevitabilmente il rischio di venire assimilato rapidamente, dopo appena qualche apparizione, alla “compagnia di giro” perdendo ogni appeal).

Venendo al dunque, la partecipazione, continuativa e consapevole, a forme associative che abbiano senso in quanto si dimostrano realmente volte a concorrere a determinare la politica nazionale, è la condizione necessaria perché la politica si liberi e torni a svolgere la sua funzione originaria. Quella da cui il potere costituito intende svincolarsi, quella di cui la politica professionale non ha bisogno e a cui volentieri si sottrae; ma anche quella senza la quale una politica di sinistra, di alternativa, è semplicemente impossibile e una formazione politica di sinistra è inevitabilmente imbelle.

Non solo. Per concludere il ragionamento precedente sulla selezione delle candidature: se chi si fa avanti ha partecipato continuativamente, se presenta le proprie esperienze e competenze maturate anche all’esterno dell’impegno politico e le sue personali priorità, con contributi specifici e ogni altro genere di considerazioni di merito, consente a chi è chiamato a scegliere di farlo a ragion veduta e fornisce una base solida per l’investimento di fiducia che, candidandosi, sollecita. È così che si riduce al minimo il rischio di imprevisti a elezione avvenuta.

Su queste basi la distinzione di ruoli vagheggiata da Barca torna ad avere senso e si può ragionare in termini di autonomia del partito. Cui è giusto e ragionevole che corrisponda un’autonomia di giudizio degli eletti nel loro esercizio del mandato: libero ma non svincolato dalla fonte di legittimazione associativa, per quanto di parte.

Commenti

  1. Caro Gianni, è molto tempo che penso al problema della "forma partito" che non è solo organizzazione ed in cui il tipo di organizzazione deriva dal tipo di politica che vuoi fare. Purtroppo non so scrivere e non ho mai messo nero su bianco, ma so che questo è il problema. Per me anche la proposta Brancaccio era piuttosto debole su questo argomento. A proposito, a che punto è la terapia di rianimazione del Brancaccio ? o è già stato portato alla morgue ?
    Fraterni saluti

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  2. Caro Gianni, ho partecipato ad alcune riunioni di PaP locale (cè' dentro molta RC) e ho notato una cosa emblematica, che peraltro non stupisce perchè è comune negli altri partiti . Sia he le riunioni siano ristrette ai (sedicenti) dirigenti, sia anche ai militanti o anche agli interessati , ogni intervento ha la caratteristica della asservità. Non ne ho sentito uno che finisse con un punto di domanda non retorico.
    Fraterni saluti

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  3. Caro Gianni, è molto tempo che penso al problema della "forma partito" che non è solo organizzazione ed in cui il tipo di organizzazione deriva dal tipo di politica che vuoi fare. Purtroppo non so scrivere e non ho mai messo nero su bianco, ma so che questo è il problema. Per me anche la proposta Brancaccio era piuttosto debole su questo argomento. A proposito, a che punto è la terapia di rianimazione del Brancaccio ? o è già stato portato alla morgue ?
    Fraterni saluti

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  4. caro Gianni, noto con positiva meraviglia che piu' sotto hai scritto :"Agli amici e amiche che leggono". anteponendo il maschile al femminile ; non credo che tu l'abbia fatto di proposito; semplicemente perchè non è un problema : io avrei fatto egualmente ; al diavolo il politicamente corretto !!!
    Fraterni saluti

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  5. caro Gianni, noto con positiva meraviglia che piu' sotto hai scritto :"Agli amici e amiche che leggono". anteponendo il maschile al femminile ; non credo che tu l'abbia fatto di proposito; semplicemente perchè non è un problema : io avrei fatto egualmente ; al diavolo il politicamente corretto !!!
    Fraterni saluti

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  6. Caro Gianni , non è che i sondaggi sbaglino, ma quando escono , la situazione è già cambiata velocissimamente. ( vedi balzi della Lega). Questi sbalzi ci sono anche a bocce ferme, quando ormai le balle sono state sparate tutte . Quindi i programmi non contano un fico secco . E noi continuiamo ingenuamente a pensare che siano importanti . Quel che contano sono certe arie, venticelli, chiamali se vuoi, emozioni.

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  7. Caro Gianni , non è che i sondaggi sbaglino, ma quando escono , la situazione è già cambiata velocissimamente. ( vedi balzi della Lega). Questi sbalzi ci sono anche a bocce ferme, quando ormai le balle sono state sparate tutte . Quindi i programmi non contano un fico secco . E noi continuiamo ingenuamente a pensare che siano importanti . Quel che contano sono certe arie, venticelli, chiamali se vuoi, emozioni.

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Cinquestelle e sinistra. Una conclusione

Se la sinistra si unisse all’attuale opposizione al governo Conte in una campagna per farlo cadere in nome dell’antifascismo darebbe un colpo letale ad ogni residua, flebile speranza di recuperare un ruolo significativo sulla scena politica italiana per il prossimo futuro. Deve invece prioritariamente ricostruire un suo profilo riconoscibile su un progetto convincente, chiaro nei presupposti di valore.
Questa affermazione, con cui ho chiuso il post precedente, non solo non è una dimostrazione del settarismo identitario che impedisce alla sinistra di ritrovarsi ma è la condizione per riuscire in questo arduo compito. Lo è in base a banali considerazioni dettate da un’analisi appena obiettiva della situazione politica attuale. Mi sono impegnato a motivarlo e provo a farlo di seguito.

Riassunto delle puntate precedenti. - Il governo ora in carica era ufficialmente abortito per la pretesa di Salvini di rappresentare la coalizione di centrodestra anziché solo la Lega e per il rifiuto dei Ci…

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

Combattere la destra a fianco della destra?

L’unico modo sensato, per la sinistra, di rapportarsi al governo Conte è confrontarsi con i Cinquestelle in modo chiaro e forte, criticandoli per le contraddizioni, le ambiguità, le concessioni alla destra ma sfidandoli in modo propositivo sulle cose da fare. Perché il pericolo principale che incombe è che si realizzi la prospettiva su cui sta lavorando la destra, in pieno accordo con il PD: far fuori i Cinquestelle per dar vita a un “governo di salute pubblica” di cui la Lega sarà chiamata a far parte con o senza Salvini. E, ancora una volta, senza passare per le elezioni. Questo è il disegno che la sinistra deve sconfiggere: un compito arduo, che diventa impossibile se al momento della rottura viene meno la forza organizzata e la presa elettorale dei Cinquestelle.
Chi lavora per un governo "di salute pubblica"? È questa la conclusione cui sono giunto negli ultimi post, partendo dalla considerazione che Salvini è, sì, la destra estrema ma è in missione per lo schieramento di …