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La sinistra tra pentimenti e risentimenti


Aria di pentimento, ma soprattutto di risentimento, dalle parti di LeU.
Non tutti, s’intende. Non da parte di chi ha centrato il bersaglio con precisione chirurgica avendo strappato una candidatura talmente blindata da non richiedere neppure una campagna elettorale. 
Tanto per dare un’idea (senza offesa per chi, al contrario, ha dimostrato acume e lungimiranza): Stumpo, MDP, è stato eletto in Calabria con il 3,01%, così come Epifani (MDP, Sicilia, 3,08), Fornaro (MDP, Piemonte, 3,2), Rostan (MDP, Campania, 3,28). Chapeau. Tutti con una percentuale al di sotto della media nazionale, tutti parlamentari uscenti, al pari di 11 degli altri 14. Eletti perché i loro collegi facevano parte di circoscrizioni che, grazie al meccanismo inventato dal Rosatellum, garantivano l’elezione mentre c’è chi avendo ottenuto percentuali doppie è rimasto a casa.


Dei pentimenti non c’è molto da dire. In questi casi è il tempo a rivelare se sono sinceri, che è quello che conta. Ossia se si è andati alla radice dell’errore commesso, per non ripeterlo, e se si mette in conto una qualche penitenza, per non dare l’idea di voler far pagare ad altri il prezzo dell’errore.
Il risentimento merita invece qualche parola in più perché, in genere, è un sentimento negativo, a meno che non sia associato a un pentimento sincero. Se non si sono saputi interpretare nel modo giusto i comportamenti degli altri, il risentimento è giustificato solo se l’errore viene imputato prima di tutto a se stessi e lo si riconosce, per non ricascarci. Chi poi se la prende con il mondo esterno, di solito in termini generici e poco precisi (gli elettori non hanno capito, i media non hanno dato spazio, gli avversari ci hanno avversato, magari qualche sfortunata coincidenza o eventi imprevedibili) dovrebbe prima di tutto rendersi conto di aver sbagliato nel valutare le circostanze, o le persone cui affidarsi, senza di che si dimostra incapacità di analisi e ci si condanna a ripetere immancabilmente gli stessi errori. Il che è ancora più grave se si tratta di chi riveste responsabilità di direzione.



Capire e spiegare gli errori commessi facendo ammenda, assumere un comportamento all’insegna dell’umiltà e della severità verso se stessi, è il solo modo per andare avanti e trarre lezione dall’accaduto. Il contrario di quello che si è visto ai vertici di LeU. 
La tragedia è al di fuori di noi, non carichiamoci la responsabilità di un mondo che sbaglia. Se Renzi cova la rivincita dopo aver ceduto lo scettro, qui non si ammette neanche il fallo, tanto non c’è un arbitro che fischia. Piuttosto, ondate di risentimento verso chi ha imposto le sue condizioni, da parte di chi però non aveva fatto nulla per impedirlo. 
Scaricare su altri la responsabilità del pessimo risultato, quando si è voluto sottostare alle lamentate imposizioni con la giustificazione che da soli non si sarebbe raggiunto il quorum. Rifiutarsi di riconoscere a chi aveva messo in guardia e esortato a seguire altre strade la giustezza delle sue ragioni, anche solo dicendo “scusate, abbiamo sbagliato” (cit. Fonzie), e dargli invece dell’arrogante. 

Sono comportamenti che possono essere definiti meschini o puerili, ma in termini politici il metro di giudizio non è quello psicologico-caratteriale, trattandosi di dirigenti. A parte il fatto che incitano all’arroccamento e al settarismo i loro seguaci, dimostrano miopia strategica e deficit di cultura democratica.
Quanto a chi aveva denunciato in anticipo gli errori che i fatti hanno poi confermato (quorum ego) non c’è alcun dubbio che non si può permettere nessuna forma di arroganza. Non è affatto indenne dal rischio di scivolare negli stessi errori e manifestare gli stessi sentimenti, visto che rimanere inascoltati è altrettanto un insuccesso. Senza contare che i risultati sono andati al di là delle più fosche previsioni, che evidentemente peccavano anch’esse di ottimismo. Dunque anche in quel caso si devono indagare gli errori per evitare di ripeterli.

Quanto a me, tra gli insegnamenti che credo di aver tratto per il prossimo futuro ce n’è uno a cui mi sembra, a rifletterci bene, di dover dare importanza più degli altri. Mai più accettare di stare dentro ambiti di azione in cui le regole non siano chiaramente improntate al principio della sovranità di ogni singolo individuo in tutti i processi decisionali. Non solo per un omaggio alla teoria, che ne fa un cardine della democrazia, ma perché credo sia stato ampiamente dimostrato che è anche l’unico modo efficace di far politica a sinistra alla luce del collasso storico di entrambe le costruzioni politiche della sinistra otto-novecentesca, comunismo autoritario e socialdemocrazia paternalistica. Di quelle regole non basta però l’enunciazione. Non hanno alcun valore se non sono previsti istituti di garanzia che diano la certezza che siano rispettate, ossia esigibili.


Utopia? Non più di quanto lo fosse per i cittadini borghesi che ne hanno fatto la loro bandiera nelle rivoluzioni che li hanno portati a diventare la classe egemone.

Ho fatto parte per un certo periodo del massimo organo di garanzia nazionale del Partito Democratico. Ha pesato, non poco, nella mia scelta di lasciare quel partito (e quell’organismo) la constatazione che non c’era alcun modo di sanzionare il mancato rispetto dello statuto se la violazione in qualche modo avvantaggiava chi deteneva il potere. Essendo l’organo di garanzia diretta emanazione dell’organo di direzione mancava la terzietà e una magistratura sottomessa al potere è l’indice più eloquente di una mancanza di democrazia. Se soffre di questo vizio un partito cui è affidata la direzione politica di uno Stato, la democrazia in quello Stato è in pericolo. Se avviene qualcosa di simile in partiti che quel potere si propongono di combatterlo, quei partiti non potranno mai conquistare la fiducia di chi si batte per la democrazia, per restituire al popolo la piena sovranità che è stata mutilata. 
Di questo, che non è solo un errore ma una ferita inferta alla democrazia, non intendo rendermi complice dovunque si verifichi.


Il percorso che ha portato alla decisione di dare vita alla lista di Liberi e Uguali e alla scelta dei candidati è avvenuto al di fuori delle regole dei partiti che lo hanno promosso, senza contare la pretesa di rappresentare anche la volontà di chi a quei partiti non era iscritto ma puntava una più ampia unità. Il guaio ancora peggiore è che si è voluto attribuire a quel percorso una patente di democraticità per il fatto che era scaturito da una decisione largamente maggioritaria di un consesso di delegati a loro volta eletti con la regola democratica della maggioranza. Così facendo si è fatto finta di dimenticare che gli statuti esistono proprio per impedire che una maggioranza si sottragga alle regole poste alla base della convivenza in una medesima formazione politica.
Di questo ci si può pentire. Si può recriminare per aver lasciato che ciò avvenisse, ci si può rimproverare l’acquiescenza. Ma se ci si sottrae alla penitenza, di strapparsi dal petto gradi e mostrine non per ossequio a un copione o per amore del bel gesto, ma per spogliarsi di ogni potere e mettersi, come cittadini, al servizio dei cittadini, non si può pretendere di essere creduti perché si dà prova di quella miopia e vocazione autoritaria di cui ho già parlato.  Di una qualità non diversa, al di là delle proporzioni, da quella che il popolo italiano ha imputato a Matteo Renzi il 4 dicembre.



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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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