Passa ai contenuti principali

Ancora sui risentimenti a sinistra. SI e Possibile


Devo tornare sull’argomento dei pentimenti e dei risentimenti, che stanno ammorbando l’atmosfera a sinistra ben più di quanto temessi.


Dalle parti di Sinistra Italiana stanno sfociando in un aspro confronto politico, che porterà a un’ennesima scissione: da una parte, chi aderirà a Liberi e Uguali, dando vita al terzo tentativo di costruzione di un partito, come burocrazia di supporto a una pattuglia di parlamentari asfittica (tanto da non potersi costituire in gruppo) destinata a riaccasarsi a breve nel PD de-renzizzato; dall’altra chi resterà a nuotare nel mare aperto di una sinistra che ancora non c’è, tutta da costruire.


Va perfino peggio in Possibile. A differenza di Fratoianni, le cui dimissioni sono durate lo spazio di una notte, Civati si è dimesso sul serio (al pari di Renzi ma convinto, senza che nessuno lo abbia costretto). D’altronde il risultato per Possibile è stato ancora più deludente, salvo che per Luca Pastorino che nella sua Liguria ha creato una realtà politicamente viva e attiva. Tuttavia, anche se a Civati non manca la lucidità per rendersi conto degli errori commessi, si è rifugiato anche lui nel “mondo crudele” con l’aggiunta di un “lo sapevo”:  non l’avevo detto ai quattro venti, non ne avevo tratto le conseguenze … ma lo avevo fatto capire (e detto a chi di dovere).


Di Possibile non mi riesce facile parlare: sono stato tra i fondatori, ho avuto ruoli non secondari e ne sono uscito non ritenendo di poter incidere su scelte che vedevo destinate all’insuccesso, più che altro per una mancanza di coraggio del gruppo dirigente dovuta a una radicata sfiducia negli iscritti.[i]
Molti dei delusi e frustrati dall’esperienza di Possibile li ho incrociati e avuto modo di tentare nuove strade e nuovi percorsi. Ma ora mi intristiscono – e mi preoccupano –quelli che, ancora dentro, stanno vivendo il tormento di una sconfitta cocente e oscillano, o si dividono, tra la frustrazione che porta al ritiro e l’avversione verso il mondo (soprattutto verso chi è, o è stato, più vicino).
A questi temo di non saper parlare, non essendone stato capace quando ero anch’io “dentro”, ma provo a trarre spunto da chi ha con più lucidità espresso critiche: non in sua difesa quindi, ma per un’operazione di verità che può essere salutare e in ogni caso è doverosa. Riprendo quindi le considerazioni svolte nel suo blog a proposito del ruolo di Possibile nella vicenda di Liberi e Uguali e delle conclusioni cui è giunto il suo gruppo dirigente[ii] da un altro ex di Possibile, Tomaso Montanari con cui ho condiviso l’esperienza del Brancaccio e il suo fallimento (dichiarato, non eluso né negato).
Mi permetto anche di ricordare la sua formazione cattolica, ispirata al rigorismo e alla dottrina sociale, i riferimenti a don Milani, la vicinanza a don Ciotti, il vedere una guida spirituale in Papa Francesco: più che altro per rimarcare come sia davvero arduo mettere in dubbio la veridicità delle sue affermazioni. Si può dissentire, anche radicalmente, dalle sue posizioni politiche, figuriamoci, ma per accusarlo di dire il falso ce ne vuole davvero. Eppure…


Scrive Montanari che “fu proprio Possibile, con Paolo Cosseddu, a uscire per primo dal percorso del Brancaccio rivendicando l'autonomia dei partiti”. E si scatena un putiferio. Tralascio gli attacchi personali nello stile tipico degli hater, ripetizione di quelli che già avevano costellato le bacheche dei “comunicatori” di Possibile durante l’esperienza del Brancaccio e, dopo la fine di quel percorso, per la rottura con LeU. Mi limito ai due dirigenti nazionali di Possibile chiamati in causa da Montanari, che si sono sentiti in dovere di controbattere. Potevano rivendicare la giustezza della loro scelta, ma hanno preferito la modalità aggressiva accusandolo entrambi di dire il falso. Smentendosi però a vicenda e, nella foga, confermando senza accorgersene l’affermazione incriminata[iii], sia pure con due versioni diverse del modo in cui Possibile ha rivendicato l’autonomia dei partiti. Per Cosseddu il Brancaccio serviva a “federare le forze civiche” ma evitando di “asciugare i partiti esistenti” (forse al Brancaccio era convenuta troppa gente, rispetto alle previsioni di Civati e Fratoianni che pure avevano spronato Anna e Tomaso a chiamare a raccolta la c.d. “società civile”) e di fischiare, con poca educazione, MdP (quelli che ora vengono definiti, educatamente, autori di un assassinio politico nei confronti di Possibile e del suo leader) come è invece successo giustificando la presa di distanze (che viene così confermata). Per l’altro, Gianpaolo Coriani, è invece falso perfino il presupposto. Nel riscrivere la storia (ricordate 1984?) riscrive però anche la versione di Cosseddu: Possibile in quel percorso non c’era nemmeno mai entrato.


È però un’altra affermazione di Montanari che, avendo suscitato una reazione non meno veemente, ha anche messo a nudo le vere ragioni dello sconforto odierno: "fu sempre Possibile a imporre quote predeterminate per i delegati all'assemblea: così che nessun margine di reale partecipazione dal basso e da fuori fosse possibile. L'obiettivo era mettere in sicurezza il ceto politico nelle liste”.[iv] Coriani, ”avvocato di Possibile” chiamato in causa per aver diffidato il Fatto che aveva pubblicato un’intervista di Montanari in cui dichiarava anzitempo quello che ora ha ripetuto nel suo post, anche in questo caso smentisce confermando: non è vero che Possibile voleva che le quote fossero predeterminate, contro la partecipazione dal basso, perché invece “si è opposta … alle quote che ci erano state riservate [ossia, predeterminate] da altri”. 


Difatti, la sua opposizione ha avuto un qualche successo e i delegati sono stati “eletti” dappertutto su liste bloccate (ossia determinate prima) concordate da tutti e tre i partiti e non da “altri” senza Possibile. Che ha ottenuto così quel che voleva. E qui viene il bello, perché Coriani prosegue denunciando la “ennesima violazione di patti[v] subita successivamente da Possibile al momento della formazione delle liste e afferma che “abbiamo sempre sostenuto che in quel modo avrebbe fatto perdere consensi… Siamo stati facili profeti, oltre ad aver incolpevolmente pagato il prezzo più alto con l’esclusione dal parlamento del nostro segretario”. Ebbene, su questo, su quanto successo alla formazione delle liste, sorprendentemente Cosseddu non insista più di tanto[vi]. Quando invece, se Possibile ha contestato (“da subito” secondo Coriani), dovrebbe rivendicarlo più di chiunque altro perché proprio lui, dopo quella “ennesima violazione”, ha partecipato per conto di Possibile alle trattative per la formazione definitiva delle liste. Perché dunque Possibile non ha deciso allora, anziché ora a conti fatti (male), di non rendersi complice? Saltando un giro, come Montanari, o rimettendosi alle decisioni altrui e partecipando alla campagna con spirito di servizio, come Anna Falcone, che non ha detto una parola di recriminazione per non essere stata eletta, accontentandosi di registrare il contributo dato con la percentuale di voti più alta d’Italia nel suo collegio uninominale.


Avendo ampiamente attinto al post di Montanari, approfitto ancora per riprendere in chiusura il concetto centrale che ha espresso (gli accenni a Possibile erano solo alcuni dei tanti argomenti a sostegno) e che condivido: “bisogna voltare pagina. Senza se e senza ma... in questo Parlamento la Sinistra di fatto non c'è… questa storia è finita”.
So bene che non è facile, per chi della “storia che è finita” è stato protagonista, ricominciare da zero. Non basta che un consesso ristretto di fedeli militanti chieda di ritirare le dimissioni (subito accontentati) o celebri la superiorità, morale e intellettiva, del suo amato leader, se il popolo degli elettori ha guardato altrove senza accorgersi di loro. Ne sono talmente convinto che credo probabile un ritorno al caldo abbraccio del partito maggiore, a dispetto delle ragioni che hanno portato a restarne fuori o a lasciarlo prima di altri. Perché costruire da zero richiede coraggio, ossia fiducia nelle persone intorno a te, comprese quelle che ti hanno abbandonato e quelle che non ti hanno mai considerato. A noi, che questo coraggio ci sforziamo di conservarlo, lasciateci tentare. Continuate anche a pensare che siamo sognatori impolitici. Non pretendete però che ci rassegniamo a mettere i nostri sogni e le nostre speranze nelle vostre mani. State lontani, restiamo lontani: è meglio così.



[i] Non essendo affatto detto che interessi chi legge, aggiungo in nota qualcosa sulla mia personale esperienza in Possibile. Per chiarire, con molta nettezza, che giudico la mia uscita da Possibile una sconfitta, di cui non faccio mistero: non sono stato all’altezza del compito che mi era stato assegnato e che avevo accettato di ricoprire. È questo il motivo che mi ha portato, da allora, a entrare il meno possibile nelle loro questioni interne e ad astenermi dal pronunciare giudizi sul loro operato. Ora però mi sento in dovere di dire qualcosa di fronte a uno spettacolo che mette tristezza, perché ho sempre considerato la persone che si erano raccolte in quel progetto generose, ispirate agli stessi valori in cui mi riconosco. Insomma, una risorsa preziosa per qualunque progetto politico che miri a costruire in questo paese la sinistra che non c’è più (ovvero che non c’è ancora).
Con altrettanta nettezza affermo però che quando chi ha il compito di guidare non ha fiducia in quelli che gli si sono affidati, le loro energie, da cui dipende il successo dell’impresa politica, finiscono per essere soffocate, frustrate, e l’effetto è un calo di tensione che si ripercuote nell’insieme del corpo sociale. A questo è dunque doveroso reagire. Non solo: può anche accadere che quelle energie restino invece imprigionate nel rapporto di delega e che alla mancanza di fiducia da parte de dirigenti corrisponda dall’altra parte, anziché una revoca, una fiducia più intensa, un affidarsi in tutto e per tutto, aggrappati alla speranza di non averla riposta nelle persone sbagliate. In questo caso non cala la tensione ma si disperde. O viene sviata e prende le direzioni sbagliate, si accanisce contro chi istilla il dubbio, o esercita una critica, tanto più se rigorosa, quindi spietata. Questa deriva, a maggior ragione, va contrastata per impedire un circolo vizioso autodistrutti8vo. Frequente a sinistra…
[iii] Paolo Cosseddu: “Falso, e intanto contraddittorio: Possibile aveva auspicato che qualcuno federasse le forze civiche che si erano attivate nella campagna contro la riforma costituzionale, e quel qualcuno poteva nelle intenzioni ritrovarsi proprio nel Brancaccio. Peccato che quell’intento venne tradito fin dal primo appuntamento nell’omonimo teatro, per i fischi [a Gotor], per l’imposizione di una leadership che nessuno aveva votato … ma soprattutto per l’immediata trasformazione di quella che doveva appunto essere un’operazione di raccolta del civismo in un maldestro e non dichiarato intento di asciugare i partiti esistenti costringendoli ad accettare logiche assembleari totalmente prive di garanzie e di regole precise, legittimate” (https://www.facebook.com/paolo.cosseddu/posts/10213840649323365). Fortuna che le garanzie le hanno poi offerte le regole assembleari del percorso di Liberi e Uguali!
Gianpaolo Coriani: “Falso. Possibile non è uscito per primo dal “percorso” del Brancaccio per il semplice motivo che Possibile nel mitologico e immaginario percorso del Brancaccio non è mai entrato. Ripeto, mai entrato. Per entrare Possibile avrebbe dovuto (perché questo era il tuo progetto) annullare la sua identità partitica e sottostare a decisioni prese non si sa da chi (a parte te [Montanari]) scelto non si sa come (se non da te). Non poteva farlo per statuto, perché è, appunto, un partito. Possibile ha seguito e ascoltato, ma la presenza a un’assemblea non significa adesione.” (https://www.facebook.com/notes/gpgiampi-giampaolocoriani/gentile-tomaso-montanari/10156222105979850/)
[iv] Gianpaolo Coriani: “[Possibile] non impose nulla, ma al contrario si oppose nei territori … alle quote che altri ci avevano “riservato”… Le liste non erano state ancora fatte... Quindi la richiesta di rettifica [al Fatto Quotidiano] era assolutamente legittima, fondata e corretta.” Vedi il link in nota ii.
[v] Quello che è successo dopo in Liberi e Uguali è stata una grave violazione delle decisioni assembleari per mettere effettivamente al sicuro un certo ceto politico, ma non il nostro”. Quindi si è trattato di una “ennesima violazione di patti” subita da Possibile “anche perché abbiamo sempre sostenuto che la formazione delle liste in quel modo avrebbe fatto perdere consensi e automaticamente avrebbe reso inutile quel colpo di mano proprio per chi lo stava mettendo in atto e avrebbe danneggiato tutti. Siamo stati facili profeti, oltre ad aver incolpevolmente pagato il prezzo più alto con l’esclusione dal parlamento del nostro segretario, ma tutto questo, ripeto, l’abbiamo contestato e subito”. Vedi link in nota ii
[vi]Si limita a definire “ridicola” l’affermazione di Montanari, “visto il ruolo minoritario in cui Possibile è stato costretto dagli altri alleati dentro LeU” confermandola però subito dopo (ancora una smentita-che-conferma): ”proprio grazie alle insistenze di Possibile dal livello nazionale fino ai territori più remoti quelle liste sono state rese più aperte” (vedi il link in nota ii). S’intende, aperte ai delegati di Possibile, tenendo conto che dei 1200 delegati (1000 eletti e 200 di diritto) se ne contavano in tutto una trentina esterni ai tre partiti…  

Le immagini sono tratte da un Olio su tela di Joseph Nicolas Robert-Fleury (1847, Louvre) raffigurante il processo alla teoria eliocentrica presso il Sant'Uffizio

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…