Passa ai contenuti principali

Note su una campagna desolante (1) PD

“La crescita è andata avanti ma le disuguaglianze sono aumentate”. È Gentiloni che lo dice, testualmente, nella sua prima uscita di campagna elettorale.
Dopo che Renzi si è lasciato scappare una battuta con cui ha spiegato a favore di chi è stato pensato il Jobs Act (“lo vada a dire agli industriali del Nord-Est”, rivolto a Berlusconi che minacciava di abolirlo) tocca a Gentiloni spiegare come è andata l’economia del nostro Paese con il PD al governo.
Non è entrato nei dettagli per cui le sue parole potrebbero anche far pensare che negli ultimi anni di crescita zerovirgola o giù di lì qualcuno sia “rimasto indietro”, ma la verità è che la maggioranza della popolazione ha visto peggiorare la sua situazione mentre pochi se la godevano.



L’una e l’altra “voce dal sen fuggita” rivelano lo stato confusionale del vertice del PD e la progressiva perdita di lucidità. Una battuta dopo l’altra, stanno spazzando via i pilastri della propaganda degli ultimi anni, con una caduta verticale di credibilità.
Ora dobbiamo passare a una fase di crescita inclusiva” ha aggiunto Gentiloni subito dopo la battuta riportata all’inizio. Giustissimo, ma allora devono farsi da parte: come può essere credibile chi fin qui ha fatto tutto il contrario? Probabilmente non i volontari entusiasti che lo circondavano mentre parlava, ma l’elettore medio (che gli spin doctor del PD si ostinano a considerare a livello asilo nido) capisce subito: o sta dicendo che è andata così e loro non ci possono fare niente, o sta dicendo che hanno sbagliato qualcosa. Qualcosa di grosso.

In effetti, a guardar bene, sono vere entrambe le cose.
Non che non potessero fare niente, ma se una modesta ripresa economica c’è stata, la politica non c’entra. C’è stata perché parte del sistema industriale costituisce una piattaforma di alta qualità per rifornire i “big” della trasformazione finale (RFT, USA, Cina): nel momento in cui il mercato mondiale ha conosciuto di nuovo una discreta espansione quel pezzo della nostra economia ha ripreso a correre, forte della qualità dei suoi processi e dei suoi prodotti, al vertice della scala mondiale.
Quel sistema è radicato nel territorio, ha alle spalle una lunga storia di accumulazione di saperi e di creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo e ha sempre meno rapporti con una politica nazionale che, semmai, è solo un intralcio che hanno imparato a scansare minimizzandone gli effetti negativi. Una parte è nel nord-est e Renzi dimostra di non conoscerli perché il Jobs Act lo hanno più che altro ignorato evitando di cadere nella spirale del degrado della qualità del lavoro. 
Un discorso simile può essere fatto per il tanto declamato “made in Italy”, che nella narrazione leopoldina sembra fatto da furbi venditori di fumo mentre, nella parte solida che è cresciuta e si è perfino rafforzata nella crisi, poggia su una ricerca, un’innovazione, una creatività ad altissimo livello. Che, si badi bene, non può essere delocalizzata perché non è patrimonio di qualche genio con superpoteri ma, anche lì, di un tessuto sociale in cui si coltiva la fantasia di chi disegna, la manualità di chi confeziona, l’intelligenza innovativa di chi sceglie i materiali e perfeziona il modo di trattarli, o applica le tecniche più evolute di automazione ai processi artigianali per serie limitate.
Potrei andare avanti con l’agricoltura di qualità, oppure l’industria alimentare e la filiera che comprende l’alta cucina e confina con il turismo e l’accoglienza, a sua volta confinante con la cura e la valorizzazione (che è tutt’altra cosa della “messa in valore” cara al modello Franceschini) del nostro patrimonio artistico, culturale e paesaggistico.


Tutto questo per dire che c’è anche una parte del Paese che cresce per suoi meriti. Nonostante la politica, che si è adoperata soprattutto a favorire i furbi e a proteggere gli scadenti, purché amici. Ragion per cui è vera anche la seconda ipotesi. C’entrano, non è che non abbiano fatto niente, ma quello che hanno fatto è andato in direzione della crescita delle diseguaglianze.
Hanno lavorato per favorire l’altra parte del paese che ha guadagnato in questi anni: quella che si è arricchita con gli appalti pubblici, con le concessioni (dai giochi alle infrastrutture “strategiche”, dal welfare esternalizzato alla erogazione di servizi in regime di monopolio o semi-monopolio naturale), con l’evasione “contrattata” o tollerata, con il riciclaggio e più in generale con lo sfruttamento dei patrimoni accumulati attraverso attività criminali, per finire con il sottobosco dell’economia marginale che si regge sullo sfruttamento del lavoro, che assume le forme di uno schiavismo sempre meno mascherato.



È sintomatico a questo proposito che il discorso di Gentiloni abbia avuto come bersaglio i braccialetti di Amazon. Anche qui, una distorsione rivelatrice. Nessuno si scandalizzi: quello sul braccialetto di Amazon è davvero un dibattito paradossale. Pensare che a Piacenza abbiano bisogno di un braccialetto per sorvegliare e irreggimentare il lavoro, modello caserma, fa un po’ ridere. Che Gentiloni (e più ancora il “ministro intelligente”, quel Calenda che non ne azzecca una nemmeno per sbaglio) si siano concentrati sul “braccialetto” è significativo, perché evoca il braccialetto dei detenuti e risveglia un sussulto di coscienza in chi sa benissimo che quell’immagine viene associata, dall’elettore medio che non è un bimbo dell’asilo, alla liberalizzazione dei controlli introdotta (e vantata) dal Jobs Act.
Il fatto è che il lavoro irreggimentato, privato della sua qualità, non è tale perché chi lo fa è recluso (in molte catene di montaggio, per non dire all’Ilva o alla Thyssen-Krupp, per chi vi lavora il magazzino Amazon è quasi un sogno) ma perché è privato della sua umanità. Il braccialetto non spaventa i sindacati di Piacenza perché permette di controllare (più controllati di così!) ma perché è un passo avanti nella robotizzazione. Chi lo indossa sa di essere la cavia di un test finalizzato a sostituire, a breve, in tutte quelle mansioni l’essere umano con un automa. Ma di questo Gentiloni-Calenda non hanno cognizione: “è contro la legge”, “in Italia mai” è la loro reazione. Ridicola.
Ecco, tornando al tema iniziale, questa è la campagna elettorale di un partito e di un “gruppo dirigente” che ha retto le redini del paese in un modo che ha fatto oltraggio alla sua storia e alle sue tradizioni, portando a compimento il processo degenerativo avviato dall’avvento di Berlusconi e della Lega.
E se è così al vertice figuriamoci in periferia. Circola un prospetto propagandistico elaborato da qualche genio del PD (gli stessi attivisti romani che attorniavano Gentiloni) per dare una parvenza di sinistra (!!!) all’operato dei suoi governi.




Non credo ci sia alcun bisogno di commento. Tra leggi “a metà”, o piene di “insidie” e favori nascosti - giustificazione ufficiale: perché frenate da una forza politica alleata, che ora ha come obiettivo l’1% - e altre che erano adempimenti amministrativi obbligati, arrivati in ritardo di lustri, questo è il bilancio sociale. Le grandi riforme? Rimosse. Non sono “più sociali di sempre”. 
E con quale coraggio si può spacciare come “la più sociale di sempre” una legislatura che ha visto (cito un dato per tutti, una vergogna nazionale) la spesa pubblica per la sanità ridursi dal 7% al 6,2% del PIL e la capacità assistenziale del Servizio Sanitario Nazionale crollare dal 92% al 77%, mentre in tutti i maggiori paesi europei la spesa aumentava fino a sfiorare il 10% e la media superava l’8%?
Così si spiega come mai Il partito pigliatutto, “della Nazione”, ormai ridotto ad essere senza più finzioni il “Partito di Renzi”, ambisca appena a conservare una percentuale pari alla metà di quella raccolta quattro anni fa alle Europee. Temendo fortemente di non farcela.

Non solo: se i candidati sono frutto di una selezione ferrea, il corpo del partito (che dovrà sostenere la campagna per loro) è invece ancora in misura non irrilevante composto da persone che aspettano fiduciose di vedere passare il cadavere del “leader che ci fa vincere”. Si moltiplicano endorsement che hanno tutto il sapore di un chiamarsi fuori: “se andate a sbattere non date la colpa a me che vi ho appoggiato fino all’ultimo momento”. Sembrano ripetere quegli appelli per il SI fatti tre giorni prima del voto quando ormai i sondaggi (non pubblicabili ma conoscibili da chi può) non lasciavano più alcuna speranza di vittoria alla falange renziana.


Il dopo 4 marzo sarà una fase complicata. E il PD sarà l’ingombro principale. I mercati che dopo la vittoria del NO hanno pensato che l’Italia si fosse liberata di un peso ora ci guardano con preoccupazione: non è detto che le cose vadano come sperano. E noi speriamo che i loro timori siano fondati.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…