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Note su una campagna deludente (3). I Cinquestelle

Prima di qualunque considerazione sul programma dei CinqueStelle, avendo preso in esame fin qui quelli del PD[i] e della destra[ii], è bene aver presente che non è solo diverso dai precedenti ma non è proprio confrontabile: perché dice quello che vorrebbero fare, non come vorrebbero apparire, e perché chiede di credere in un futuro diverso, non di proseguire su un tracciato conosciuto.
Tra PD e destra la concorrenza si gioca sulla memoria: meglio gli anni del Cavaliere o quelli del Bomba? Facendo entrambi affidamento sulla possibilità che non si colga la stretta continuità tra i due periodi, che è poi la base su cui poggia il progetto che li unisce entrambi, di una riedizione dell’intesa cordiale con cui aveva preso avvio la passata legislatura.



PD e destra. Tra continuità con il passato e inciucio futuro

Per evitare questo imbarazzante precedente, non a caso il programma del PD, benché tutto incentrato sulla continuità (abbiamo fatto 100 cose, ne faremo altrettante proseguendo lungo la stessa strada) sorvola però sulle prove più scabrose della continuità, per non dire della totale adesione all’impostazione che era stata propria dei governi di destra
Si celebrano i risultati, il progresso del PIL, della occupazione, della giustizia sociale, a cui si dovrebbe dedicare la solita, necessaria, operazione verità sullo stato del Paese, smontando uno per uno gli slogan autoelogiativi. Provate però a trovare nell’elenco delle 100 cose fatte parole come “articolo 18, voucher, precarietà”, o “Sblocca Italia, concessioni autostradali, consumo di suolo, cemento, edilizia pubblica”, o “armi, armamenti, F35” o “Buona scuola” (o almeno “presidi manager”). Si citano piuttosto bonus per giovani coppie, o regime dei minimi per il lavoro autonomo, o contratti per le forze dell’ordine, a caccia di benevolenza in questo o quel target sociale.
Per il centrodestra invece il programma sono loro, i leader, i messaggi subliminali e quelli più sguaiati. Tanto, i dieci punti del programma, sottoscritto solennemente dai cinque “capi politici”, è assai improbabile che sia mai stato, non dico letto ma neanche visto, da un qualsiasi iscritto (per non dire degli elettori). Quanto a Lega, o Fratelli d’Italia, non è nemmeno presente nei rispettivi siti, che riportano i loro programmi invece di quello della coalizione, che è solo un’invenzione… di Ettore Rosato. E quanto a Forza Italia il sito web è solo un Berlusconi-show, con i lanci pubblicitari delle proposte di un programma che però si trova solo … sul sito del Ministero dell’Interno. Non serve, l’importante è sentire i leader rievocare i messaggi del passato: “padroni in casa nostra”, “le tasse si pagano il giusto” (quello che ognuno ritiene il giusto), ossia “liberi tutti”. Che poi il programma, a leggerlo, ci si accorge che se è introvabile non è per evitare che lo leggano i seguaci (a cui non serve) ma per lasciare meno impronte possibili. E invece ogni sincero democratico dovrebbe leggerlo punto per punto (bastano cinque minuti) per farsi un’idea chiara dell’ispirazione che anima quello schieramento. Una destra populista, razzista e classista che imbarazzerebbe i famosi “moderati” di tutta Europa, mentre ambisce alla maggioranza in Italia godendo della loro solenne benedizione.


Il programma dei Cinquestelle: la promessa di un'alternativa...
Quello dei Cinquestelle risponde invece ai requisiti classici di un programma politico[iii]. Esagerando perfino un po’. Elenca le misure che quel partito ha intenzione di adottare nel caso in cui dovesse avere i numeri necessari in Parlamento, spingendosi in molti casi in un dettaglio che non solo non sarebbe richiesto ma potrebbe perfino rivelare una qualche tentazione totalitaria, un dispregio del ruolo del Parlamento – luogo dove la volontà dei rappresentanti del popolo si forma, come dice il nome, parlandosi, confrontandosi nel dibattito, nelle commissioni e in aula – se dovesse essere interpretato come una proposta a scatola chiusa, perfezionata nel dettaglio. 
Ma sappiamo che così non è e che si tratta piuttosto dello sforzo di dimostrare la propria competenza, a dispetto della campagna denigratoria di cui sono oggetto. Oltre ad essere un effetto collaterale, quasi ineliminabile, di un metodo di costruzione del programma molto partecipato, molto collegiale, a dispetto anche qui delle caricature che li vogliono attori inconsapevoli di un copione deciso dall’alto, da una cupola ristretta, inespugnabile in quanto nascosta dietro un’oscura piattaforma informatica.
Qualcosa del genere era stato fatto ai tempi della coalizione che portò al secondo governo Prodi, un programma anche allora molto dettagliato, di cui si ricorda come un’aberrazione l’ampiezza (281 pagine). Nel caso dei Cinquestelle l’ampiezza è perfino maggiore (24 schede di 10-20 pagine ognuna) ma allora, in realtà, fu il risultato politico a risultare aberrante per le divisioni che fecero seguito a quell’accordo di programma. Senonché il metodo era ben diverso da quello dei Cinquestelle di oggi: non un dialogo tra persone raccolte attorno a un progetto comune in base a competenze e interessi ma un confronto tra persone delegate a rappresentare i rispettivi partiti in base ai ruoli ricoperti (secondo competenze e interessi, si presume) per stabilire un’intesa elettorale.




... ma quale alternativa? Nè di destra né di sinistra?
Abbiamo detto dunque: metodo democratico, spazio alle competenze, trasparenza. Tutte condizioni necessarie, che è importante siano state rispettate: ma sono sufficienti per un giudizio politico? 
Qui il discorso cambia. Tanto più se si tiene presente che il loro caso non è assimilabile a quello di un partito al potere che illustra come intende proseguire l’attività di governo. Nelle “100 cose da fare” del PD, come si è detto, si arriva spesso al dettaglio e il contributo specialistico è ben rintracciabile. Ma la sostanza politica è tutta riassunta nella continuità, rivendicata apertamente. Qui invece si tratta della principale (per non dire dell’unica) forza di opposizione presente nel Parlamento della XVII Legislatura appena conclusa. È quindi lecito, se non doveroso, domandarsi di che opposizione si tratti. In che cosa il loro governo promette di essere alternativo?
La risposta canonica, finora, ha evitato di misurarsi con gli schemi classici della dialettica politica: ma per quanto ci si possa dichiarare “né di destra né di sinistra”, una volta al governo non ci si può sottrarre a un giudizio sull’operato secondo quei parametri: quanto meno, quello più grossolano, che il senso comune meglio riconosce, l’uguaglianza, dei diritti e delle opportunità.

Bene: a leggere il programma dei Cinquestelle non è possibile dare una risposta a questa domanda. L’alternativa che propongono continua a non volersi far riconoscere, né come di destra né come di sinistra. Quella che è chiaramente espressa è la promessa di ricondurre la funzione politica al ruolo di servizio che dovrebbe esserle proprio e di riportare quindi in auge i requisiti di trasparenza e di imparzialità che oggi sono traditi. E sono incoraggiati da una crescente popolarità nella misura in cui i partiti loro concorrenti anziché rivendicare anch’essi, o quanto meno promettere, una rigorosa aderenza a quei principi rispondono accusandoli di essere anche loro “come tutti” (ossia come loro ammettono di essere).
Ora, il degrado della funzione politica in Italia è sotto gli occhi di tutti (nel mondo, per nostro disdoro) e certamente una destra “civile” al posto di una destra rapace e immorale sarebbe un passo avanti per tutto il Paese. Certamente, se arrivassimo a liberarci di chi ritiene che la politica non possa che albergare nel suo seno volontà di dominio e sopraffazione, corruzione e mercimonio, prevalenza dell’interesse privato sulla funzione pubblica, le istituzioni oggi deboli e delegittimate potrebbero ritrovare un po’ di credibilità e di autorità. Ne guadagnerebbe la convivenza civile e l’economia nazionale e migliorerebbe quindi anche la condizione dei meno abbienti. E la ricchezza non poggerebbe quanto avviene ora sulla violazione delle leggi e dei diritti altrui. Ma non è detto che diminuirebbero le diseguaglianze e le discriminazioni: e il programma dei Cinquestelle scansa questa prova tenendosi lontano da questo terreno.
Lo testimoniano alcuni punti salienti del loro programma ed è ancor più evidente nella selezione che ha portato ai 20 punti presentati da Di Maio come manifesto programmatico per il governo. Paradossalmente, mentre ci si caratterizza per la promessa di una svolta radicale nei modi della politica, si fa di tutto per rassicurare dando l'idea di una continuità moderata nelle scelte che incidono sulla distribuzione e sui modi di produzione della ricchezza materiale e sull'uguaglianza dei diritti
Lascio giudicare a una lettura più approfondita, per chi si voglia cimentare con i documenti originali, della correttezza di questa valutazione critica, ma provo a segnalare quali, a una mia lettura, sembrano gli indizi più chiari di ciò che ho sostenuto.


Oltre il recupero di dignità della politica, la questione dell'uguaglianza
Il primo riguarda le tasse. Della proposta, congegnata nel dettaglio facendo tesoro di competenze riconoscibili, salta agli occhi la caratteristica politica più rilevante: nel modificare il sistema vigente si rende la struttura delle aliquote ancora meno progressiva, andando contro il dettato della Costituzione ispirato al valore dell’uguaglianza. Vero è che oggi quel principio è contraddetto, oltre che dalla struttura delle aliquote, dal massiccio ricorso, per fini di consenso elettorale, a forme quali bonus, detrazioni, ecc. Ma su questo la proposta si limita a prevedere forme di sconto fiscale per gli incapienti: un intento lodevole, che evita tuttavia di andare alla radice del problema.
C’è poi il tema del reddito di cittadinanza. Nelle schede di dettaglio la proposta è qualificata come “di primaria importanza” e rinvia alla proposta di legge già discussa nella scorsa legislatura. I 20 punti di sintesi predisposti da Di Maio non sono però molto chiari: si richiama il reddito di cittadinanza nel titolo di un punto che riguarda in realtà i 2 miliardi da stanziare per il potenziamento dei centri per l’impiego; in un altro titolo si citano poi i 17 miliardi, che sarebbero da stanziare per il reddito di cittadinanza secondo i calcoli diffusi dal Movimento in altre occasioni, ma il punto riguarda invece le misure per le famiglie, quali “rimborsi per asili nido, pannolini e baby sitter”. La questione, insomma, è questa: se i 20 punti sintetizzano la proposta politica che, in caso di incarico per un mandato esplorativo da Mattarella, sarà presentata agli altri partiti, la convergenza sarà richiesta sugli sconti sui pannolini o sui 17 miliardi necessari per garantire il raggiungimento di un reddito base di 780 euro per tutti? E sarà o no questo punto quello dirimente per stabilire le alleanze (pardon, le convergenze) in Parlamento?
Infine il tema delle imprese e del lavoro. Si parla di Ires e Irap, di semplificazione degli adempimenti, di banca pubblica per gli investimenti (50 miliardi nei settori strategici). E di salario minimo, di diritti del lavoro autonomo (equo compenso, welfare, tutela della dignità del lavoro), di nuove professioni e nuove tecnologie. Si richiama la libera adesione ai sindacati e l’articolo 39, e si pone molta enfasi su smart working, riduzione delle disparità salariali e politiche di conciliazione (come tappa di passaggio verso la corresponsabilità). Un quadro condivisibile, ma colpisce la mancanza di un tassello, che Di Maio aveva evocato all’inizio della campagna elettorale: il ritorno al reintegro per i licenziamenti arbitrari, non solo per le imprese al sotto i 15 dipendenti. Che fine ha fatto?  Non solo, ma in tema di licenziamenti collettivi, come mai non si fa cenno al fatto che l'Italia è l'unico paese europeo dove un'impresa che intende chiudere uno stabilimento - per trasferirsi altrove, o perché non vuole investire per ammodernarlo, o perché si sono finite di sfruttare tutte le agevolazioni disponibili, può farlo senza che questo costi un solo centesimo? Il peggio che potrà capitarle è qualche epiteto insolente da un ministro tanto borioso quanto inconcludente. Che accusa di concorrenza sleale gli stati che incentivano chi si trasferisce da loro dimenticando di essere al governo di un paese che invece consente di chiudere e licenziare a piacimento. 
Ecco, la domanda è questa: è chiaro per i Cinquestelle il peso che la disciplina dei licenziamenti (articolo 18 e regime dei licenziamenti collettivi) ha sui rapporti di forza tra impresa e lavoro nelle modalità di produzione della ricchezza (leggasi dignità e diritti dei lavoratori)? e sono chiare le conseguenze che comporta quanto a distribuzione equa della ricchezza prodotta?


Una conclusione ancora da scrivere: il rapporto tra sinistra e Cinquestelle
Partendo da questi spunti, una considerazione conclusiva merita sia rivolta al tema del rapporto tra Cinquestelle e sinistra. 
Non si tratta delle etichette né dei simboli, che pure hanno la loro importanza. La questione di sostanza è che i temi connessi a quello centrale dell’uguaglianza, al di là che siano anche quelli cari alla sinistra, sono quelli che permettono di restituire voce agli esclusi e agli sconfitti della crisi e di proporre loro un progetto politico in cui intravedere una risposta alle loro istanze e ai loro interessi. Se è stata questa la molla originaria per il Movimento Cinquestelle, allora questi temi non sono solo il terreno per un incontro a metà strada con una sinistra che torni a ricoprire il suo ruolo storico ma il terreno di comune impegno e di contaminazione reciproca.
E, a proposito di sinistra, resta un ultimo capitolo da affrontare prima del 4 marzo: i programmi della sinistra, nelle due liste principali in cui è divisa. Sarà la prossima (ultima) puntata.



Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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