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Perché non c'è un Corbyn in Italia

Guardando al triste destino della sinistra in Italia e facendo un confronto con i grandi paesi occidentali in cui la crisi della socialdemocrazia ha prodotto un sussulto e un processo di rinascita della sinistra solido ed esteso, viene da domandarsi quale delle due vie che quel processo ha preso sia praticabile da noi.
Finora gli sforzi si stanno indirizzando tutti verso la costruzione ex novo, di un soggetto diverso da quello che ha fin qui rappresentato l’opzione socialdemocratica. C’è però chi si domanda se non sia praticabile la via alternativa, un ribaltamento di posizioni e un cambiamento radicale di linea politica di quel soggetto (nel nostro caso il PD). Un fenomeno simile, insomma, a quello che in UK ha avuto come protagonista Corbyn. 
Ma la risposta è negativa.


Non c’è, per cominciare, il protagonista: chi possa fare da guida, o da simbolo. Il blairismo all’italiana, prima, e il liberismo a guida tedesca, poi, non hanno trovato sulla loro strada un’opposizione strutturata e radicata né all’interno dei progenitori, PDS e Popolari, DS e DL, né nel PD. Quei pochi personaggi, anche in vista, anche con incarichi di governo, che su specifiche materie hanno tentato di portare avanti una politica alternativa - viene in mente un V. Visco per la politica fiscale, o W. Tocci per la politica del territorio, o R. Bindi per la politica sanitaria - sono stati, non a caso, messi da parte. Né, del resto, hanno lavorato a dare un seguito e una base di consenso alle loro posizioni. Fatti oggetto di forti contestazioni (anche all’interno) sono stati “avvicendati” dalle amministrazioni subentranti, che non intendevano portare argomenti a sostegno dell’indirizzo assunto nei loro campi (e forse non erano nemmeno in grado di farlo).


È un copione che si è ripetuto più volte negli ultimi decenni. Amministrazioni di (centro-)sinistra che ammainavano bandiera di fronte alle campagne orchestrate dall’informazione in mano alla destra, basate in genere su argomenti privi di rigore logico o di una attinenza alle verità dei fatti. E il guaio è  che ciò avveniva, più ancora che per tatticismo miope, per una vera e propria mancanza di convinzione e spesso perfino di conoscenza delle motivazioni. 
Restando nei tre campi portati ad esempio: teorie come quella dell’evasione di sopravvivenza o (da ultimo, quando ormai ogni argine culturale era crollato) dell’abbassare le tasse come cosa “né di destra né di sinistra” ma giusta in sé, in materia fiscale; o come quella dell’abusivismo di necessità, o dell’edificabilità come “diritto esigibile in termini di economici” alla base dello scempio urbanistico e di un consumo di suolo senza precedenti e senza paragoni; o come quella che antepone il diritto alla libertà di impresa e di esercizio della professione al diritto alla salute e trasforma il servizio sanitario in un “sistema” in cui il privato non solo può sostituirsi come forma giuridica del soggetto che eroga il servizio ma può essere destinatario di sussidi (di stato, alla faccia dell’Europa) e perfino partecipe a pieno titolo dei processi decisionali pubblici benché portatore di interessi privati.


Fermiamoci un momento su questo esempio che è cruciale per inquadrare lo sviluppo del ragionamento. Quello della sanità è un paradigma che si è replicato in molti altri campi che, a norma di Costituzione, dovrebbero essere tutelati dalla Repubblica ma sono stati via via dislocati verso il mercato, per dare spazio alla iniziativa privata. Con un’aggravante: che si tratta di un mercato in cui la mano pubblica ha un ruolo predominante proprio in virtù delle caratteristiche particolari dei servizi volti a soddisfare una domanda, un bisogno, tutelato come diritto dalla Costituzione. Per cui, l’accesso non è libero ma regolato, così che gli operatori privati godono di una posizione di particolare vantaggio in termini di protezione dalla libera concorrenza. Parliamo della scuola, della formazione, delle agenzie del lavoro, della tutela dell'ambiente, dei beni culturali. E bussa alla porta (o forse ha già fatto irruzione) la previdenza. E la giustizia civile. E (pensiamo alla vicenda dei contractor privati al servizio … dei servizi per una operazione “off limits” nel canale di Sicilia per impedire l’intervento umanitario delle ONG) andiamo verso un regime in cui nemmeno le funzioni tipiche dello “stato guardiano notturno” sono al riparo da questa tendenza.
In questi altri campi che ho citato c’è una differenza rispetto agli esempi da cui siamo partiti. Che qui una cultura alternativa, di sinistra, non è stata sconfitta: non si è neppure vista in campo. Anzi, col tempo, i casi di una battaglia politica organizzata o anche solo di gestioni “controcorrente”, sia pure da parte di singoli, ai vari livelli di governo si sono fatti sempre più rari e isolati. Quanto al governo nazionale, poi, chi ricorda qualche atto limpidamente e coraggiosamente fuori dagli schemi del liberismo dominante nel governo Prodi 2? E da Monti in poi, coperta dall’alibi della coalizione, la subalternità è stata incontrastata.
È stata fatta la guerra ai poveri, e i ricchi l’hanno vinta. È stata fatta la guerra al lavoro salariato, e il capitale, l’impresa (quella sussidiata perché ai margini del mercato, o quella protetta di cui sopra) e la finanza, soprattutto, l’hanno vinta. Da che parte è stato il PD? Da dove si sono levate voci alternative?


Non è avvenuto. Neppure da parte di chi dissentiva, neppure da parte di chi ha poi lasciato il partito (parliamo in questo caso degli eletti). La giustificazione è deboluccia, lealtà di partito, regola della maggioranza (centralismo democratico?). In realtà non c’è stata mai battaglia su proposte alternative. Né negli organi di partito né all’interno dei gruppi. Erano luoghi  impraticabili, sedi dove le regole democratiche erano calpestate? Se così fosse, era un’ottima ragione per venir meno alla lealtà di partito, o per lasciarlo, senza indugi. Altrimenti è solo la copertura per un’incapacità di reggere il confronto politico, per debolezza (o mancanza assoluta) di una proposta alternativa.



Ecco, da qui si torna al punto di partenza. Il succo delle considerazioni fatte fino adesso è che non solo non c’è un leader ma non c’è stata un’opposizione visibile nel partito della socialdemocrazia italiana, nel PD. E che, qui la conclusione più drastica, non c’è stato un popolo che abbia espresso valori e interessi alternativi.
Oggi il compito, per una sinistra che si ritrovi nei valori dell’uguaglianza e della democrazia, non è quello di stabilire un compromesso, misurandosi in una negoziazione le cui regole sono stabilite dal contendente e che porta al disastro per masse sempre crescenti di persone. È piuttosto quello di far valere un paradigma alternativo, altre regole. Il popolo, quindi, non si crea convincendo le vittime del liberismo che si è stati bravi a strappare il massimo ma convincendole che un’altra regola, un’altra società è possibile. Che lo Stato non è il nemico da combattere ma lo strumento da conquistare per realizzare quello che il mercato nega.
Per questo la partita si gioca fuori. Non può che giocarsi fuori. È l’intuizione che ha fatto la fortuna dei Cinquestelle, che riducono però – almeno fino a questo stadio del loro percorso – l’alternativa a un fatto esteriore, l’onestà, la trasparenza: di cui non va sottovalutata l’importanza, dovendo però risalire alle cause profonde che determinano quei fenomeni per estirparli e non solo condannarli.


Vale anche per chi viene da dentro: non avendo crediti alle spalle da vantare dovrà acquistare credibilità attraverso la forza alternativa delle proposte. Che non sta insieme con la nostalgia, con l’idea di riappropriarsi di una casa finita in mano a un usurpatore, quando invece rappresenta appieno un popolo da cui è stato eletto. Né con il richiamo ripetuto a uno schema, il centrosinistra, che è esattamente il nome della cosa a cui si deve contrapporre un’alternativa.
Per finire, sono rimasti fuori dal quadro quegli intellettuali a cui pure va riconosciuto il merito di aver tenuto vivo un discorso e una cultura alternativa. Non sono più uno stuolo, come quando vigeva il compromesso e la sinistra che ne era un polo riusciva a ergersi a loro protezione. Oggi prevale il silenzio, come ci ricorda Tomaso Montanari nel suo ultimo libro (1), e i pochi che parlano sono per lo più inascoltati. Riviste di nicchia, dipartimenti universitari sotto assedio, locali di proprietà pubblica sotto sfratto in nome del “valore di mercato”. Queste sono le ridotte in cui sono costretti. Ma sono in crescita. E tra i più giovani, che mal sopportano di essere costretti al silenzio, si diffonde un fermento.


NOTE

(1) Tomaso Montanari, Cassandra muta, Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2017

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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