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La sinistra in Sicilia. Mosca nel vaso di vetro?

Si possono commentare a caldo le elezioni siciliane, prima ancora che i risultati siano definitivi e senza andare più nel dettaglio con l’analisi dei flussi?
Si può fare, perché alcune evidenze sono già macroscopiche. 


1) Il macigno dei 53 elettori su 100 che non hanno votato 5 anni fa non solo non è stato scalfito ma si è perfino ingrossato facendo segnare un nuovo record. 
2) La destra, senza riuscire a ripetere le percentuali di 5 anni fa, vince ma – nonostante il premio di maggioranza e un voto di lista superiore a quello per il presidente – arriva per il rotto della cuffia (un solo seggio nel gioco dei resti) alla maggioranza per governare, grazie ad Alfano e alla lista di Micari, i soli rimasti sotto soglia a disperdere il voto.
3) Il candidato del PD perde, come somma algebrica di flussi diversificati, i voti guadagnati dai Cinquestelle. All’incirca per la metà è il risultato di un travaso tra le liste, per il restante si tratta di voto disgiunto. 
4) L’ampiezza del voto disgiunto verso i Cinquestelle (e in piccola parte verso la sinistra) conferma il peso dei vincoli clientelari, che condizionano quasi esclusivamente il voto per i candidati nelle liste di partito: in particolare, stavolta, quelle della coalizione attorno al PD. 
5) La sinistra ripete il risultato di 5 anni fa.


Quest’ultimo è il dato su cui spendere qualche parola in più.
In questi 5 anni è successo di tutto nel campo che va dalla sinistra socialdemocratica neo-iberista alla sinistra radicale. Nel mondo più che in Italia, ma l’anomalia italiana più che l’entità del movimento riguarda la sua qualità: non ha un senso di marcia chiaro come in molti altri paesi. Se in termini elettorali il saldo netto va a vantaggio quasi esclusivamente dei Cinquestelle, che rifiutano di essere ascritti al campo della sinistra e coltivano il trasversalismo, l’emorragia è però soprattutto verso il non voto. Lo scontento sceglie l’uscita (exit) più che alzare la voce per protestare (voice) se non per proporre un’alternativa.


Sono usciti dal PD in questi anni i civatiani, poi un primo drappello di bersaniani, infine gran parte del quadro dirigente della “ditta”. Tutti insieme adesso in Sicilia, a sostegno di quello che già la volta scorsa doveva essere il candidato della sinistra. Ma il risultato non cambia. Solo, la lista in appoggio, che rievoca nel nome la figura di Peppino Impastato, ottiene il doppio dei voti che erano andati alla lista che portava già allora il nome di Claudio Fava (incandidabile come presidente). Almeno, non essendocene una seconda, come allora IdV, stavolta potrebbe superare la soglia di sbarramento.
Eppure, già dal 2011 (stagione dei beni comuni e dei sindaci arancioni) si doveva avere il sentore che la geografia politica a sinistra stava cambiando. Che gli strati sociali di riferimento cambiavano. Che per rovesciare il predominio del neoliberismo e ribaltare i rapporti di forza tra i pochi ricchi e potenti e “i più” (per dirla con Corbyn), o il 99% (per dirla con Occupy) si imponeva una nuova agenda, nuovi terreni di conflitto e nuove forme di rappresentanza. Invece il dibattito a sinistra ripete stancamente gli schemi della divisione tra socialdemocrazia e comunismo, tra Seconda e Terza Internazionale, aggiornati al più alle rispettive versioni della “Terza Via”, blairismo e eurocomunismo.


Vittima di questa coazione a ripetere la sinistra italiana si condanna ad essere come una mosca in un vaso di vetro. A scontrarsi incessantemente contro le proprie barriere culturali. A regalare energie, intelligenze (oltre che voti) a chi, con innegabile ingenuità ma con maggiore libertà nel modo di operare (e talvolta, ammettiamolo, di pensare), si propone come argine al potere dominante.

Non è presunzione ritenere che il compito di cambiare questo stato di cose e di battersi per una democrazia radicale (sociale, economica, politica) spetti alla sinistra, che sola può esserne il motore. Non rivela una pretesa di superiorità: semplicemente in questo consiste la sua missione storica nei confronti di una destra arroccata attorno agli interessi economici di chi occupa una posizione dominante nel mercato. 
Destra e sinistra non sono concetti superati, il trasversalismo conduce inevitabilmente all’impotenza o ad essere inconsapevole strumento di disegni altrui. Ma la sinistra o è pensante o è perdente. Non si può trasformare il mondo senza comprenderlo. 


Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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