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Dalla Sicilia anticipazioni sul voto nazionale

Andiamo avanti dopo il post precedente nella lettura del voto siciliano, che offre molti dati interessanti, ora che il quadro è completo. Si diceva che avrebbe fornito elementi sul futuro della politica nazionale: cerchiamo di scovarli.


Partecipazione.
Stabilmente al di sotto del 50%, come nel 2012, ma nelle politiche del 2013 aveva superato il 64%. Un delta di quasi 20 punti percentuali che trova conferma a 5 anni di distanza si presta a riflessioni, al di là della disaffezione per la politica, su quanto i cittadini sentono lontana l’istituzione Regione, a maggior ragione se si considera lo Statuto dell’Autonomia.
Chi ripone molte speranze in una scarsa partecipazione alle politiche è avvertito: come il referendum ha smentito questi calcoli, anche le politiche possono riservare sorprese, l'aumento dell'astensione non è affatto scontato.


La vittoria della destra
In realtà la destra ha preso circa 3mila voti in meno del 2012, quando era divisa tra due candidati. Un risultato che è la somma algebrica tra un aumento di 47mila voti nelle province di Caltanissetta, Messina e Ragusa e una diminuzione di 50mila nelle altre sei.
Non è una vittoria schiacciante. Musumeci deve la sua risicata maggioranza di un seggio, oltre che al premio previsto dalla legge elettorale per il primo arrivato, al regalo ricevuto da Alfano e Micari, le cui liste sono rimaste sotto la soglia di sbarramento disperdendo il voto. E non sarebbe nemmeno bastato (sarebbe arrivato a 35 su 70) se i seggi fossero stati assegnati su base regionale: il 36mo seggio extra è sbocciato dalla lotteria dei resti provinciali. Con questo, i guai giudiziari degli impresentabili sparsi nelle liste in appoggio costringeranno Musumeci a scendere a patti. Se ne vedranno delle belle, e chi immagina un traino sulle politiche, per ora, fa solo training autogeno.


La solitudine del PD
Il candidato del PD ha perso dappertutto, ma in modo particolarmente vistoso (fin oltre la metà dei voti raccolti da Crocetta cinque anni prima) nelle tre province dove aumenta di più la destra e a Siracusa che è invece, con Agrigento, la provincia dove è stato più consistente l’exploit dei Cinquestelle.
Seguiamo l’andamento tra il 2012 e il 2017. I 617mila voti presi da Crocetta si confermano nelle politiche dell’anno successivo ma si divaricano: il PD raccoglie 468mila voti superando di molto la somma dei voti di lista del partito e di Crocetta alle Regionali (257mila e 118mila rispettivamente), mentre l’UDC si riprende i voti in appoggio a Crocetta (208mila) arrivando a 215mila alle politiche. Sostenere quindi, come ha fatto Renzi, che il partito ha tenuto avendo confermato (con una perdita di soli 7mila voti) la quota del 2012 (250 anziché 257mila) è solo una bugia pietosa, perché il PD è rimasto solo. I voti portati dalla lista di Micari e dagli alfaniani sono niente in confronto a quelli della lista di Crocetta e dell’UDC 5 anni prima: ha perso sia gli alleati che i “civici” a sostegno. Dunque, per le politiche di qui a qualche mese non può sperare neanche in un risultato all’altezza di quello di Bersani nel 2013.
Da notare anche come, nell’apparente stabilità, cambia invece la fisionomia territoriale: aumenta in modo significativo (del 50% circa) i suoi voti a Catania e Trapani; ne perde i 2/5 a Messina (terra di Francantonio Genovese, con figlio candidato a destra) e 1/3 a Palermo e Caltanissetta.


Le mappe della diaspora
Dove sono andati i voti del PD? Anche senza un’analisi approfondita dei flussi, è già eloquente la correlazione che abbiamo rilevato tra perdite del PD e aumenti della destra a Caltanissetta Messina e Ragusa (quest’ultima è anche la provincia dove i Cinquestelle crescono meno). Benché, prese nel loro insieme, le perdite di Micari rappresentino la parte più consistente dei guadagni dei Cinquestelle, è fuori di dubbio che si sia verificato un travaso dagli alleati del PD verso la destra. Se poi guardiamo all’insieme delle liste del 2012 (non solo quelle di Musumeci e Micciché ma anche le liste minori, che avevano raccolto più di 80mila voti) possiamo dedurne che la destra ha a sua volta fornito un tributo significativo sia al non voto che ai Cinquestelle.
Anche nel caso della destra, dunque, il dato numerico stabile nasconde movimenti consistenti: non solo tra le due tornate regionali ma anche rispetto alle politiche 2013 che pure potrebbero sembrare in continuità (appena 40-45mila voti al disotto del dato delle regionali). Tutto lascia ritenere infatti che la destra abbia piuttosto restituito ai Cinquestelle e al non voto quello che ha guadagnato sul versante del centrismo. Su cui il PD renziano aveva scommesso tutte le sue carte e di cui queste ultime elezioni celebrano il funerale.


La lezione della sinistra. Il caso Palermo
Quello su cui deve riflettere la sinistra è che l’apporto della diaspora del PD al nascente (tra mille difficoltà) polo di sinistra è stato poco più che irrisorio. Solo nel caso di Ragusa si riscontra una corrispondenza tra il forte calo del PD e il balzo in avanti (in termini percentuali) della sinistra, ma pesa in modo particolare il successo di un candidato civico che nella sua città (Modica) ha raccolto quasi gli stessi voti di preferenza di Fava a Palermo (grazie ai quali siederà in Consiglio Regionale).
Istruttivo a questo riguardo è proprio il voto nel comune di Palermo, dove appena qualche mese prima di questa tornata elettorale Leoluca Orlando è stato eletto sindaco con il sostegno sia della sinistra tutta sia del PD e di Alfano, uniti sotto mentite spoglie in una lista civica.
Scorporiamo dai 126mila voti raccolti da Orlando i 16mila della lista di Sinistra Comune, i cui promotori hanno respinto la proposta di ripetere attorno a Micari l’operazione messa in piedi al Comune e hanno preferito partecipare alla costruzione della lista di sinistra con Fava candidato. Dei rimanenti 110mila voti, a Micari ne sono rimasti solo 51mila: dove sono andati a finire i restanti 59mila?
Aggiungiamo pure, per un conto completo, i 14mila voti persi dalle liste minori a quelli della diaspora del PD. Considerando che Musumeci ha preso gli stessi voti del candidato sindaco Ferrandelli (750 voti in meno su circa 85mila), ecco dove sono andati a finire: i Cinquestelle hanno aumentato i loro voti di 39mila unità e quasi 28mila elettori sono rimasti a casa.
Ovviamente dietro i saldi netti si nascondono movimenti più complessi perché la destra prende voti dal PD e dai minori cedendone anch’essa al non voto e ai Cinquestelle. Sta di fatto che di un sommovimento di questa portata la quota che giunge al candidato di sinistra è di 7mila voti in più rispetto a quelli della lista di Sinistra in Comune.


Tiriamo le somme
Se il lettore è ancora lucido dopo questo balletto di cifre, può essere forse interessato a trarne qualche conclusione di validità più generale.
La prima riguarda la vittoria della destra, su cui si sono concentrati i commenti. Abbiamo visto che si tratta di un’illusione ottica. Non guadagna consensi, nonostante abbia serrato le fila in modo molto energico: prosciuga il centro e spazza via i particolarismi e i personalismi ma la chiamata alle armi non produce un solo voto in più. Vince grazie a una legge elettorale che, tra premio di maggioranza e soglie di sbarramento, ottiene un effetto ipermaggioritario trasformando in maggioranza assoluta una percentuale inferiore al 40%. Tuttavia, guardando al risultato in proiezione nazionale col pensiero ai collegi uninominali, Rosatellum alla mano, la coalizione di destra nel suo insieme è dietro ai Cinquestelle in 5 province su 9. Per inciso, non c’è una sola provincia in cui la coalizione intorno al PD sia avanti agli altri.
La seconda riguarda la solitudine del PD. La leadership di Renzi ha certamente accelerato il processo perché lo sfondamento a destra, che sembrava possibile alla luce del risultato delle Europee del 2014,si è rivelato per quello che era: un’altra illusione ottica, un’idea semplicemente sballata che pretendeva di smentire i fondamenti elementari della dinamica politica. Ma già da prima di Renzi predominava lo “sguardo al centro” (ossia alla propria destra) e la presa di distanza da tutto ciò che si collocava a sinistra, dentro e fuori il partito.

Da ultimo la sinistra non beneficia di questo smottamento se non in minima parte. La protesta si indirizza verso i Cinquestelle, il disincanto verso l’astensione. Pesa l’inganno di un partito che dicendosi di sinistra mentre fa politiche di destra danneggia l’idea stessa di sinistra, ma c’è anche altro. Una difficoltà della sinistra a mettere a fuoco le domande insoddisfatte e interpretare con adeguati strumenti concettuali le ragioni della protesta. Una scarsa convinzione nelle proprie ragioni. Una distanza culturale e, per molti aspetti, una separatezza sociale dai luoghi dove è più acuta la sofferenza per i prezzi che la politica di destra sta facendo pagare e dai soggetti che la vivono.
Processo irreversibile? Destino immodificabile? Insistendo come mosche in un vaso di vetro, sostenevo nell'ultimo post, sì. Ma la sinistra sa pensare: deve anche imparare a pensarsi.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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