Passa ai contenuti principali

Le pulsioni autoritarie degli sconfitti del 4 dicembre

Le pulsioni autoritarie che accomunano il Berlusconi della riforma del 2005 e il Renzi di quella del 2016, ora mirano a fondersi in un programma politico di legislatura. Una legge elettorale astrusa, frutto di una forzatura antidemocratica, dovrebbe fare da grimaldello per portare a compimento questa macchinazione contro il volere della maggioranza degli elettori. Due giocatori d’azzardo, come nel più classico degli schemi, avendo perso ripetutamente le scommesse – fatte sulla pelle degli italiani – hanno alzato la posta. La risposta dovrà essere ferma e intelligente, per liberare definitivamente il nostro Paese da questa politica-casinò che lo opprime.  



Le pulsioni autoritarie per Matteo Renzi sono un nervo scoperto. Guai a volergliele attribuire. Il segretario del Partito Democratico è, per definizione, un democratico: non è a lui (solo) che si fa offesa con questa accusa, ma a tutti gli iscritti e i simpatizzanti che lo hanno eletto a rappresentarli.
Invece sono proprio un suo tratto caratteristico. Sempre più marcato, via via che vede calare i suoi consensi e il prestigio che ne derivava. Non si tratta solo dell’idea del primato della governabilità: ossia, che si debba sacrificare il principio base della democrazia parlamentare – la rappresentanza del cittadino sovrano come fonte di legittimazione del potere – per rafforzare l’esercizio del potere esecutivo da parte del governo. Questa tesi dall’innegabile sapore autoritario è molto in voga, in quanto è strettamente collegata alla crisi del neo-liberismo, i cui alfieri da tempo sollevano l’esigenza di salvaguardare, facendo anche ricorso alla forza della coercizione, le libertà economiche in un mercato che torna a dimostrarsi, come tante altre volte nella storia recente, causa di profondi traumi nel tessuto della convivenza civile. E sappiamo che una larga parte delle leadership socialdemocratiche nel mondo si sono unite al coro avendo sposato quella ideologia, dapprima come un compromesso, tramutatosi poi in un’adesione senza riserve.

Nella personalità del giovine fiorentino c’è qualcosa in più: è fortemente portato all’autoesaltazione. La manifestazione più recente (l'intervista a La Repubblica per il decennale del PD) è addirittura imbarazzante quanto a perdita di contatto con la realtà. L’insieme di questo tratto personale ai limiti del patologico e dell’impronta ideologica di destra porta a evocare lo spettro del fascismo. La forzatura è evidente, visto che i ricorsi storici delle grandi tragedie, come ci insegnano i classici, si presentano solitamente in una versione farsesca. Tuttavia dobbiamo essere consapevoli che l’operazione che Renzi ha congegnato con Berlusconi ha davvero connotati estremi.


Questi due leader sono alla testa di due partiti che meno di dieci anni fa sembravano monopolizzare l’intero spettro della politica italiana, ma hanno subito un declino che li porta a raccogliere ora appena i due quinti di quello spettro, in un quadro di partecipazione al voto stimata a sua volta in calo di un terzo.

Forza Italia: parabola discendente dal 2011 (referendum e amministrative), agonia del governo Berlusconi (durata un anno grazie allo scudo protettivo del Presidente ora emerito), 21% alle politiche (in una coalizione al 29%), 17% alle europee fino alle rilevazioni più recenti, oscillanti tra il 10 e il 15%.
PD: non vittoria del 2013 con il 25% (in una coalizione anch’essa sotto il 30), cura Renzi e exploit delle europee (lo “storico” 41%) nel 2014: da allora una parabola discendente, fino alle rilevazioni attuali attorno al 27% (ma l’ultima tornata di amministrative ha fornito un quadro ancora più fosco, nonostante il diffuso ricorso all’espediente di presentarsi sotto insegne “civiche”).

A questo declino si aggiunge lo sfaldamento delle rispettive coalizioni: Forza Italia ha subìto il divorzio dalla Lega; il PD ha deciso di suo di denunciare unilateralmente l’accordo di programma con la sinistra (Italia Bene Comune) mentre scomparivano le formazioni di centro.
In questo quadro, nessuna delle due formazioni potrebbe ambire a governare l’Italia, da sola o con i rimasugli di coalizione che l’accompagnano: ma nemmeno un accordo tra loro potrebbe farcela. Eppure Berlusconi, in piena coerenza con il cinismo e l’opportunismo che hanno sempre contrassegnato la sua vita politica, ha assunto l’intesa con Renzi come la sua meta ideale.


È da qui che nasce la specificità degli avvenimenti odierni; è così che si spiega la piega estrema presa dagli eventi politici. Perché questa linea, di avventurismo eversivo, ha prevalso oltre che dalle parti di Berlusconi, che non ha mai avuto remore in quel senso, anche nella testa del PD a guida renziana che ha deciso di aderire all’accordo proposto dalla destra. Un accordo che ora entrambi i contraenti tentano, timidamente, di spacciare come intesa istituzionale, sulle regole (legge elettorale) quando è del tutto chiaro che si tratta di una convergenza politica per l’esercizio del potere nel prossimo quinquennio.
Non è normale che una destra (sedicente) e una sinistra (sedicente) si presentino agli elettori avendo come prospettiva di governare insieme senza enunciare uno straccio di programma, o almeno qualche proposta di emergenza, di salvezza nazionale, di trincea democratica: nulla, se non la volontà di impedire a una delle forze in campo, bollata come anti-sistema, di competere; e a un’altra forza in via di costituzione, saldamente ancorata nella parte sinistra dello schieramento (non solo nazionale ma europeo e mondiale) di misurarsi in par condicio con la (sedicente) sinistra neoliberista. Lasciando al gossip trasversale dei giornali dei due apparati economico-politico-finanziari, il compito di esplicitare la volontà comune di arrivare a questo risultato.
Salvini da buon furbastro senza altro principio, come i suoi sodali/concorrenti, che non sia quello di prendere e distribuire “cadreghe”, denuncia questa degenerazione di cui è stato artefice in prima linea al solo scopo (questo è ciò che immagina) di costruirci la sua fortuna nei collegi del Nord non avendo mai avuto davvero l’idea di candidarsi alla guida del Paese.


Così, a sostenere la mobilitazione contro questo tentativo di rivincita dei perdenti del 4 dicembre si ritrovano Cinquestelle e sinistra.
I primi sono stati colti di sorpresa, avendo commesso qualche non lieve ingenuità: ora, se la mobilitazione fallisce il suo obiettivo, dovranno provare a farne un motivo di campagna elettorale, costringendosi tuttavia a variare il claim che avevano concepito: non più “vi dimostreremo di saper cambiare l’Italia” ma, ancora una volta, “vi chiamiamo a raccolta per mandare a casa i malfattori” con un ritorno indietro di cinque anni che rischia di costare caro per le loro ambizioni.
La sinistra ha per le mani l’occasione di rinverdire tema, modalità e protagonisti della campagna referendaria, ma deve accettare e riuscire a vincere una sfida: quella insita nella differenza di fondo tra un referendum, dove non ci sono candidature da decidere e posti in palio ma solo una battaglia comune da vincere, e un’elezione.


Se ai due perdenti R&B riesce il colpo di coda per rimettersi in sella, i cinque anni che l’Italia ha davanti potrebbero farci rimpiangere i precedenti. Proviamo a immaginarli all’opera.
Forti del grande credito di cui godono in Europa 😊😊😊 per il modo lineare e trasparente con cui hanno entrambi gestito i rapporti con i partner 😊😊😊e per il profilo basso che hanno tenuto, del tutto privo di mosse ad effetto e di culto dell’esteriorità,😊😊😊 questi due campioni di populismo si troverebbero ad agire accomunati da una concezione della politica ispirata al voto di scambio e animata da un’alta considerazione degli elettori, assimilati a potenziali clienti o, se si preferisce, a audience. E potrebbero godere di una sottomissione assoluta da parte degli eletti, prescelti dal capo. Quali altre regalìe saprebbero escogitare, in perfetta simbiosi, dopo aver abolito le tasse sulla casa e sulle eredità, inventato condoni per ogni possibile sottrazione illecita di risorse pubbliche (denaro o territorio) e elargito bonus a tutte le categorie che i sondaggi di mercato suggerivano di privilegiare? 😠😠😠Quali altre operazioni affaristiche potrebbero inventare, sollecitare e perfino implementare, a favore della razza predona che ha messo le mani sul paese? Diamoci qualche risposta e potremo farci un idea del destino che attenderebbe il nostro Paese.


Certo, le loro probabilità di successo sono risicate (sia ora nel passaggio parlamentare che dopo nel verdetto degli elettori) ma è evidente che occorre mobilitarsi avendo di mira il pericolo maggiore. Non solo per respingerlo, come è d’obbligo, ma anche per acquistare forza politica nei confronti di quella parte (presumibilmente prevalente) dello schieramento liberista che sta lavorando a strategie alternative, con altri volti e altri obiettivi per raddrizzare in modo meno avventuroso una situazione in cui realizzano di aver visto danneggiati anche i loro interessi “forti”.
Come sempre quando si tratta di emergenza democratica, è giusto fare appello a un fronte ampio. Se nutriamo davvero la ferma convinzione di dover difendere gli interessi di una larga maggioranza dei cittadini della Repubblica, e tanto più se crediamo di aver inquadrato, con maggiore chiarezza di altri, i termini del problema e le possibili soluzioni, abbiamo la responsabilità di compiere il passo di avvicinamento per primi e di non arroccarci nella nostra superiorità (presunta, fino a che la prova dei fatti non la confermi). È ciò che, in larga misura, è avvenuto con la sfida referendaria.

Anche allora la sinistra che si è messa al servizio del fronte del NO è stata accusata di fare il gioco della destra berlusconiana e fascista o di essersi messa a rimorchio dei grillini. Chi ci accusava allora, adesso sta facendo con la destra un accordo politico che prova vergogna a dichiarare e si dimostra incapace di affrontare il fenomeno dei 5Stelle sul piano politico, della risposta alle istanze che ne hanno determinato il successo elettorale.



Il popolo di sinistra che ha risposto con passione e grandi speranze all’appello per il NO ci chiede di ripetere quella esperienza.  Sta qui la seconda sfida, indubbiamente difficile, a cui la sinistra è chiamata.  

APPENDICE

Parlando di deriva autoritaria, cade a proposito un invito agli amici e alle amiche che leggono questo post ad aderire a questo
APPELLO
Un'altra personalità dalle tentazioni autoritarie nel PD, un altro Matteo (di cognome Orfini), oggi ricopre il ruolo di Presidente e fino a poco fa è stato al tempo stesso commissario di Roma. In questa veste ha adottato provvedimenti infischiandosene delle regole fissate dallo statuto che è alla base della convivenza nel partito che presiede. I partiti non hanno mai provveduto ad attuare la Costituzione nella parte che riguarda la loro democrazia interna, ma c'è un giudice anche per loro perché i principi fondamentali non possono essere calpestati contando solo sull'assenza di leggi ordinarie che li applichino.
Con queste premesse alcuni coraggiosi cittadini del PD hanno impugnato i provvedimenti del "capintesta de' Roma" presidente del partito davanti al giudice ordinario, che ha dato loro ragione su tutta la linea. L'arroganza che contraddistingue, oltre al succitato, ormai la cultura diffusa di quel partito, ha portato i soccombenti a rilanciare la sfida ricorrendo in appello, contando soprattutto sull'enorme divario di disponibilità economiche tra due cittadini "normali" e un partito saldamente (fin qui) al governo del paese. Perché avere giustizia costa.
Dare una mano, con una contributo, sia pur piccolo, ai cittadini che hanno invocato la Costituzione contro la prepotenza è un gesto politico significativo. Il compagno Giancarlo Ricci ha aperto un conto per pagare le spese legali, che in appello raggiungono i 3.000 euro. Degli introiti, che saranno puntualmente restituiti alla conferma del giudizio di primo grado, e delle relative spese produrrà puntuale e dettagliata rendicontazione in piena trasparenza e pubblicità.
Non vi resta che prendere nota dell'IBAN
 IT20Z0301503200000004040305
leggendo il testo con cui Giancarlo Ricci sta diffondendo questa richiesta, che di seguito riproduco:
Carissime, carissimi,
come sapete il PD Roma, mentre era ancora commissario Orfini, ha deciso di ricorrere in appello avverso la sentenza di primo grado che aveva riconosciuto le nostre ragioni e condannato il PD al pagamento delle spese. Di conseguenza, doverosamente, anche noi dobbiamo costituirci in appello per riaffermare i principi di democrazia che ci hanno spinto ad avviare la vertenza e per chiedere la conferma del primo giudizio a noi favorevole.
Come ho già avuto modo di considerare, purtroppo i tempi della giustizia civile sono così lunghi da superare ampiamente l’evoluzione delle vicende politiche e i cambiamenti di fase della situazione politica cittadina e nazionale. Tuttavia le nostre motivazioni mantengono intatto il loro valore e trascendono la sfera del contingente e del personale.
Dobbiamo quindi perseverare, con la tenacia e la convinzione che abbiamo finora dimostrato, e che spero continueremo a dimostrare collettivamente. Vi chiedo quindi un ulteriore contributo economico, il massimo che potete ragionevolmente sostenere, sapendo che alla conclusione del giudizio tutte le somme corrisposte, di cui ho tenuto minuziosamente conto, vi saranno interamente restituite.
Come in precedenza vi chiedo di versare il vostro contributo con un bonifico sul conto corrente IBAN IT20Z0301503200000004040305 a me intestato. E’ il metodo più trasparente e più pratico, e consente in qualsiasi momento a ciascuno di voi di chieder conto di quanto versato in precedenza, e a me di dar sempre conto di quanto ricevuto e di quanto versato allo studio legale.
Come di consueto, sono sempre a vostra disposizione per ogni ulteriore informazione e per ogni chiarimento, e non appena avrò il testo con cui ci costituiremo in appello ve lo trasmetterò,
Un sentito grazie per la vostra collaborazione, e un affettuoso abbraccio.
Giancarlo Ricci

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…