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Sicilia. L'importanza (sottovalutata) delle regionali per la sinistra

Le elezioni regionali in Sicilia sono state ampiamente sottovalutate dalla sinistra, che fino a poche settimane fa se ne era praticamente dimenticata:
  • perché la ricerca dell’unità è un rebus complicatissimo e il traguardo delle politiche di primavera assorbiva tutte le energie
  • perché i precedenti della sinistra nelle regionali siciliane non aprono il cuore alla speranza
  • perché ci si è messo di mezzo Leoluca Orlando.


La coalizione di Orlando (e Renzi)
Spieghiamo l’ultima a chi si domanda cosa abbia mai fatto di male visto che ha vinto con (quasi) tutta la sinistra le comunali.
In primavera, da sindaco uscente, Orlando aveva avuto una parte decisiva nel costituire un’associazione che riuniva la sinistra organizzata in partiti e quella civica su un programma di governo della città; da quella aveva ricevuto l’investitura per una ricandidatura. A quella coalizione si era poi aggiunta una lista civica che raccoglieva candidati “di area” PD e AP: perdeva così l’appoggio di Possibile, per guadagnare i pochi punti percentuali, in fin dei conti non decisivi, della lista dei “moderati”.
Vinte le elezioni però si era presentato al lancio di “Insieme”, accanto a Pisapia, in SS. Apostoli, con un comizio ad effetto, da oratore consumato, sui diritti civili (“a Palermo non ci sono stranieri, siamo tutti palermitani”), ma infarcito dei più triti, e livorosi, luoghi comuni sulla sinistra “a cui piace perdere” (senza la quale avrebbe perso lui). E quando l’estate declinava, senza che la sinistra battesse un colpo forte e unitario, si è inventato la riedizione dell’accordo alle comunali, riveduto e corretto in senso renziano:
  • -          un candidato, rettore dell’Università di Palermo, che era stato testimonial di punta della campagna per il SI, al pari dell’ex sindaco di Milano, in una regione dove aveva raccolto la bellezza del 28,4% (non so se mi spiego)
  • -          un accordo con il PD, che quel candidato aveva corteggiato in precedenza su sollecitazione del segretario nazionale
  • -          una porta aperta per gli alfaniani che rinunciavano (non senza contropartite) al loro candidato sindaco riconoscendo le grandi qualità di quello “di centro-sinistra”
  • -          la benedizione, almeno all’inizio, di Campo Progressista nella persona del n.2 (napoletano), Ferrara, su mandato di Pisapia e delle ampie schiere di siciliani che si riconoscono in lui
  • -          la chiara scelta di AP e PD nazionale di fare di questa soluzione regionale il test decisivo per il varo del “Nuovo Centro Sinistra” che avrebbe così assorbito il “Nuovo Centro Destra”.

Da rilevare, a margine, che la presenza degli alfaniani per i palermitani può essere catalogata tra le apparizioni (di cui è arduo verificare che non si tratti di allucinazioni), ma in altre province (per dire, Agrigento) ha un peso reale, difficile da sopportare per gli elettori democratici di quelle aree.


Il risveglio della sinistra
Ora finalmente la sinistra sembra si sia accorta che la partita ha la sua importanza. Sarà un test non solo per PD e AP ma anche per i 5Stelle e per il centro-destra. Dunque, che lo voglia o no, anche la sinistra sarà “misurata” in vista delle elezioni. E nascondersi non è possibile.
Una parte della sinistra ha impiegato qualche giorno di troppo a inquadrare l’operazione Orlando e questo ha danneggiato tutti (anche se ora, fortunatamente, rimane solo il dubbio su cosa farà Campo Progressista, un dubbio che non impedisce ai siciliani sonni tranquilli). Ma poi, scansato l’amo lanciato da Orlando, ha aspettato meno di un attimo per avanzare un altro nome, quello di Claudio Fava. Che, dalla sua, può vantare di aver provato a candidarsi già la volta scorsa senza successo. Non nel senso di aver raccolto pochi voti ma di aver dovuto ritirare la candidatura 24 ore prima della chiusura delle liste, quando si è accorto di avere trasferito la residenza in ritardo.

Intanto, un’altra parte della sinistra (Rifondazione e Possibile) aveva già gettato il cuore oltre l’ostacolo sposando la causa di un editore palermitano di sinistra, Ottavio Navarra, che aveva lanciato in anticipo la sua candidatura.
Riassumendo, stato della sinistra in Sicilia a due mesi dal voto: due candidati in campo. Programma e orizzonte politico, ancora tutto da definire, così come l’obiettivo in termini di consenso.
A quest’ultimo riguardo, se è vero che i voti di sinistra rappresentano circa il 30% del complesso dei voti per il NO (per alcuni la cifra è sottostimata) stiamo parlando di un bacino potenziale, in Sicilia, sopra il 20%. Certo, senza programma e orizzonte politico è una chimera. Con due candidati, poi...
Ecco, questo è un punto chiave: si sente dire (in area MDP, tra i grandi strateghi delle non-vittorie) che, il sistema elettorale essendo proporzionale (ma con sbarramento al 5%...), non c’è rischio di frammentazione né di campagna per il “voto utile”.


Alzare l'asticella
Per qualcuno si tratta di una splendida idea. C’è solo una controindicazione: che mai come in questo caso vale il principio che la somma non fa il totale. È pur vero che possono esserci situazioni in cui la somma delle singole parti finisce per andare oltre il totale raggiungibile insieme: ma per la sinistra nel 2017, in Sicilia come in ogni altra parte d’Italia (per non dire del mondo) la somma delle singole parti è invece una frazione risibile del totale che si può ottenere insieme: per il valore aggiunto assicurato dall’immagine di una sinistra che trova il modo di superare le divisioni; ma soprattutto per l’effetto di richiamo sull’ampia area che non si riconosce in nessuna delle singole parti pur collocandosi, convintamente, a sinistra.
Perciò, primum vivere significa in questo caso non dividersi. Come fare? La dottrina politica prevede un numero limitato di soluzioni quando in una coalizione politica vengono avanzate più candidature. O un negoziato di vertice tra i rappresentanti delle varie forze politiche a ciò delegati. O primarie.


La prima soluzione sconta i difetti già descritti per la somma delle parti rispetto al totale: il vertice dei rappresentanti non rappresenta che una parte minoritaria degli elettori potenziali. La seconda può avvenire in vari modi, e si presta a inconvenienti e rischi. Ma si tratta di scegliere il modo che li minimizza. Mi permetto di fare un esempio, non per suggerire alcunché quanto per dare l’idea che la gamma di soluzioni sperimentate in giro per il mondo è un po’ più ampia di quella marcata PD, gazebi, iscrizioni su due piedi e 2 euro a voto, la sola che si sia vista in Italia fin qui.
Parlo dei caucus: gli iscritti si riuniscono in una sala. Al centro si pongono gli "indecisi", gli altri, invece, si dispongono in varie parti della sala dividendosi a gruppi di "sostenitori" dei vari candidati. In base ai discorsi che si intrecciano, gli iscritti si spostano da un "angolo" all'altro della sala arrivando così a schierarsi. Al termine della riunione tutti i "voti" del caucus saranno attribuiti al candidato che nel proprio "angolo" avrà raccolto il maggior numero di "iscritti". E la somma dei voti dei vari caucus determina il candidato.

Conosco molti attivisti di lungo corso pronti a scommettere che da noi nessuno si metterebbe al centro ma arriverebbero tutti già ben schierati. Ma personalmente sarei pronto ad accettare quelle scommesse: anche perché se le perdessi saprei in anticipo di dover evitare di votare quella coalizione. Non solo perché votata alla sconfitta ma perché costruita su basi di partecipazione troppo fragili, se non inesistenti. Ossia, perché poco democratica.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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