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Quale sarà il profilo del leader della sinistra



È inutile, non si sfugge. Una domanda tormenta inesorabilmente chiunque osi professarsi di sinistra: “come potete aspirare a pesare elettoralmente senza un leader?”. È però possibile sfuggire alla successiva, immancabile domanda (“e chi avresti in mente come leader della sinistra?”) se alla prima si risponde: “Invece si può. Perché l'idea che per pesare elettoralmente ci sia bisogno di trovare un leader è sbagliata. Anzi, dannosa”

Il problema della sinistra, ormai dovrebbe essere chiaro, è la mancanza non di una leadership ma di un'identità. O, più precisamente, la mancanza di coraggio, di fiducia in se stessi, nei propri ideali e nelle proprie convinzioni. Che nelle persone con ruoli politici si presenta sotto forma di stanchezza e ritualità, insieme a una scarsa fiducia nella disponibilità, e negli umori, degli elettori che aspirerebbero a rappresentare. Mentre nei cittadini politicamente consapevoli e socialmente attivi ma senza appartenenza di partito, si presenta, a specchio, come disincanto rispetto alle capacità, e alla generosità e spirito di servizio, dei politici che “passa il convento”.


Il disincanto è diffuso ben al di là dei confini della sinistra. E c'è chi pesca in questo sentimento, dopo averlo bollato come anti-politica, presentandosi come paladino della stessa ripulsa che sarebbe rivolta a quelli come lui. Dovrebbe però esserci una differenza netta tra i politici di sinistra e questi altri. Ovvero i populisti, su cui si è prodotta ormai una letteratura sconfinata, nelle varie versioni. L'imprenditore straricco (e stra-spregiudicato) che “come ha fatto funzionare la sua azienda così può far funzionare l'Italia” (e si è rivelato, ahimé, vero). L'uomo di spettacolo che gestisce sapientemente lo spirito del vaffa e la retorica del “noi siamo diversi”, tenendosi alla larga dalla responsabilità di compiere le scelte che spettano al politico (quando accade, la diversità si riduce al minimo e non sempre in meglio). L'animale politico di allevamento che si fa strumento dei desiderata del potere perché capace di dissimulare e imbonire (presentandosi come il “cambiaverso” che rottama la politica del passato). Fino all'espressione genuina della peggiore cultura della destra, quella più estremista e asociale, al limite dell'eversione (che non sempre evita di oltrepassare).


Di questi leader politici, che non conoscono etica della responsabilità né onere della prova né “cultura di progetto”, non c'è alcun bisogno a sinistra. Dove chi fa politica ha invece l'arduo compito di convincere il popolo non solo delle sue idee (che, enunciate spesso in modo ripetitivo, si rivelano deludenti quando si misurano con la traduzione pratica) ma della capacità di portarle avanti con convinzione e abnegazione (la Costituzione richiede di farlo “con disciplina e onore”, art. 54).
Del resto, tra chi ha rinunciato a votare, i protestatari scontenti della politica sono meno numerosi di quanto si creda. Quella è una categoria che non disdegna affatto il voto (di protesta, ben s'intende). Non si spiegherebbe altrimenti come mai oggi l'offerta politica proponga solo i leader populisti che ho appena disegnato, in concorrenza tra loro. Tra gli astenuti abbondano invece i delusi da questa politica, irresponsabile e asservita al potere economico. E' soprattutto a loro che manca un'offerta politica convincente (che la sinistra dovrebbe offrire).


Ora, guardiamoci intorno. Tra i leader della sinistra in pectore ce n'è un bel po' (senza bisogno di fare nomi) che ha avuto responsabilità di governo, o anche solo di rappresentanza parlamentare nelle file della maggioranza di governo. Difficile che possa risultare convincente: prima di aspirare a essere riconosciuto anche solo come parte di una leadership collettiva credibile e rinnovata (una seconda chance non va mai negata a priori) dovrebbe almeno rendere chiaro il percorso politico (nonché culturale e esistenziale) che lo ha portato a prendere le distanze dal suo passato: dalle idee da cui muoveva, o dagli atti politici quando (e se) non corrispondevano alle idee. Figuriamoci poi se ambisse a proporsi come plausibile leader “maximo” (o “migliore”, senza offesa).
“E chi non ha alle spalle questi precedenti?” ci si potrebbe domandare. Da loro più che da chiunque altro (di nuovo senza far nomi) ci si deve aspettare che lavorino alla costruzione di una leadership collettiva, visto che nessuno di loro può vantare qualche successo personale come leader, in una sinistra che finora di successi ne ha collezionati pochini e per di più con un trend in discesa costante. Piuttosto, l'ambizione di presentarsi, senza una biografia alle spalle con risultati concreti, come candidato “al vertice”, potrebbe semmai far sorgere dubbi e sospetti sulle sue qualità (e perfino sulla sua sincera adesione ai valori della democrazia rappresentativa).


Ci sono poi i "volti nuovi", che meritano un discorso a parte. Non avere un curriculum politico alle spalle li mette al riparo da critiche per gli insuccessi ma non permette loro di vantare successi. Se si parla di loro vuol dire però che hanno avuto modo di farsi conoscere e di riscuotere un gradimento superiore allo standard: posizione ideale sia per essere ricercati dai media sia per essere nel mirino se raggiungono quel tanto di popolarità da far sospettare che si candidino a leader.
La "character assassination" (il "dagli al personaggio") è una delle occupazioni preferite dei responsabili della comunicazione nella politica odierna, dossier, gossip e, se non bastano, qualche bufala. Se consideriamo che di "volti nuovi" c'è davvero bisogno, anche perché in genere sanno parlare meglio il linguaggio che i delusi e i "desistenti" vorrebbero sentir parlare, è un motivo in più perché, loro anche più degli altri, mantengano un basso profilo e ricerchino la massima collegialità, così da spersonalizzare i ruoli e portare in primo piano proposte e azioni collettive. Nonché, come effetto collaterale (benigno), essere di esempio per chi insistesse ad avventurarsi in competizioni individuali per la leadership.

Ecco dunque perché la prima domanda è sbagliata.
Solo se la sinistra ritroverà una sua identità – di valori, progetti, e atti conseguenti – troverà anche le persone che meglio la incarneranno. Non un candidato Presidente del Consiglio (se non sarà riesumata questa aberrazione in sede di legge elettorale) né un “padrone della ditta” ma un gruppo dirigente. E se si dovesse poi scegliere una delegazione per le consultazioni del Presidente della Repubblica (come alcuni si affrettano a paventare), non sarà difficile individuare criteri condivisi per comporla (a partire dalla parità di genere).

Ma soprattutto, credo ci si debba convincere che questa idea di leadership dovrebbe anch'essa far parte di una diversa visione della politica, per una sinistra che aspiri a conquistare nuovi consensi ricostruendo la sua identità.


Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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