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L'estate della nostra vergogna

Desolante. Ripugnante. Come altro descrivere l’immagine che ci restituisce la politica italiana in questo fine agosto? Ci sarebbe da dire anche sul tema terremoti, tra Casamicciola e anniversario di Amatrice. Ma lo sgombero di piazza Indipendenza, in due fasi a qualche giorno di distanza, basta e avanza per emettere un simile giudizio.


1.           
La canea fascista è l’aspetto più macroscopico e più grave: non perché scopriamo che il fascismo conta ancora adepti ma per lo spazio che sono arrivati ad occupare. I nostri non sono peggio dei suprematisti di Charlottesville: ma negli USA le reticenze e le ambiguità costano care al Presidente eletto, mentre da noi si può titolare in prima pagina “Forza idranti”; e di fronte alla prova provata che un poliziotto tradisce la Costituzione su cui ha giurato, parte una campagna di stampa, con florilegio di dichiarazioni scandalizzate, perché si osa prendere spunto da quell’episodio per attaccare le Forze dell’Ordine anziché i profughi violenti. E il problema dell’estremismo fascista si tramuta nel problema, ancora più grave, se possibile, dei benpensanti che lo avallano.
Ma non finisce qui, lo spettacolo offerto dall’Italia benpensante, noiosamente ripetitivo nei due copioni in cui si rivela la degenerazione della politica: l’equidistanza; lo scaricabarile.


L’equidistanza, gli opposti estremismi, “la ragione e i torti non stanno mai da una parte sola” sono una costante dell’Italia democristiana che continua ad ammorbare la coscienza civile del paese. Lo scaricabarile è la cifra storica della burocrazia italiana, di cui la politica è stata fedele riproduzione in un gioco di specchi in cui non si distingue l’originale dal riflesso. È il ritorno in auge del “ventre molle”, ammesso che abbia mai conosciuto un declino. E, come è sempre accaduto, dimostrano la loro efficacia, e la loro ragion d’essere, nel risultato finale: la rimozione della sostanza del problema, il rimpallo delle responsabilità perché i responsabili restino nascosti.
Il ritardo del comune o delle altre istituzioni, il rispetto o meno delle procedure e la loro irrazionalità, la gestione della piazza (la stessa dei manganelli sugli operai Thyssen) e la reazione degli sgomberati, sono tutti temi che fanno perdere di vista il fatto in tutta la sua scandalosa evidenza: il nostro Paese non è in grado di garantire il diritto di asilo. Così come non è in grado di offrire accoglienza a un’emigrazione ancora molto lontana, in proporzione, dai livelli raggiunti nel resto dei paesi avanzati (di destra o di sinistra che siano) e fa perciò ricorso di nuovo, con tronfio compiacimento, alla politica dei respingimenti. Proprio come Orban, per dire, usando i guardiacoste libici anziché il filo spinato. Così come, del resto, non è in grado di offrire un lavoro ai giovani, alle donne, ai meridionali, né una condizione di vita dignitosa, per non dire un reddito, a chi è a rischio di povertà. Solo carità, a malapena, per gli indigenti (e nemmeno tutti).


2.
Eterno ritorno?
L’Italietta fascista, con cui non si sono fatti i conti fino in fondo, quella democristiana che sembrava sepolta con la Prima Repubblica e non lo era: siamo ancora lì? Il morto che afferra il vivo?
Ecco, qui sta il nocciolo della questione, a mio modo di vedere: perché non è questa l’Italia di oggi, anche se la politica italiana non lascia spazio a nulla di diverso. E la domanda dovrebbe quindi essere quale altra Italia, quale altro “popolo” deve avere voce e come può trovare la forza di farsi sentire.
Il panorama politico è monoculturale. Un tripolarismo, che dietro le sigle nasconde le tre varietà di populismo ben descritte, da ultimo, da Marco Revelli[i], berlusconismo, grillismo e renzismo (cui si dovrebbe aggiungere la quarta varietà, quella più vicina agli schemi classici, il fascioleghismo del duo Salvini-Meloni). Da un quadro come questo discende una conclusione obbligata: l’offerta politica è monopolizzata dal populismo perché c’è una parte dell’elettorato che non trovando risposte ha rinunciato a votare. Il che vuol dire, guardando all’altra faccia del problema, che la protesta populista contro le élite non esprime una richiesta di cambiamento avanzata da chi non si riconosce nell’assetto sociopolitico esistente, ma un malcontento confuso e disorganico proveniente da un ceto medio che si sente declassato e ha paura veder peggiorare ulteriormente la sua posizione. Quella che in molti descrivono come la rabbia dei penultimi il cui bersaglio, al di là degli sfoghi innocui contro i potenti, viene fatto coincidere con gli ultimi[ii] e, più concretamente, con i disperati che vengono da fuori, dal mondo oltre i confini conosciuti.


La differenza tra chi sposa convintamente queste tesi e chi prende le distanze ma considera impolitico e controproducente contrapporsi ad esse, è molto sottile e attiene esclusivamente all’approccio personale, culturale e morale, non essendovi un confine netto quanto alla collocazione sociale e al profilo antropologico delle due tipologie. Così come si è fatta molto tenue la linea di demarcazione tra i diversi schieramenti politici che se ne fanno interpreti: le parole di un “anti-sistema” cresciuto a forza di Vaffa-day come Di Maio rispecchiano quelle di un sovranista fascio-leghista come Salvini e entrambi non possono non riconoscersi nelle misure adottate da un Alfano e poi, con un piglio maggiore, da un Minniti, affiancato a sua volta, in una decisione come quella di sospendere le garanzie costituzionali per i richiedenti asilo, dal collega di governo che presiede il dicastero della Giustizia: quell’Orlando che vorrebbe intestarsi la rappresentazione genuina del pensiero politico di sinistra.


Un’altra Italia, un altro popolo c’è. C’è in Sicilia, dove sbarca(va)no i migranti (non solo a Lampedusa ma ovunque) e hanno fatto dell’accoglienza non solo un valore ma una risorsa sottraendosi, anzi combattendo a viso aperto il tentativo dei criminali di vario genere di trarne profitto. C’è tra i fedeli della parrocchia di Pistoia e tra i firmatari della petizione lanciata su Change.org contro la Roma degli sgomberi. C’è in una lista infinita di luoghi, di gruppi di persone, si manifesta in un numero infinito di episodi di civiltà: quella che i benestanti arrabbiati definiscono buonismo e i neofascisti comunismo, o multiculturalismo, o relativismo: che farebbe ridere, se fosse detto a mani nude.
Non si tratta di fare appello a un altro popolo indefinito, contro chi sta in alto, o contro gli altri, ovvero di un altro populismo contro i populisti. Perché non parliamo di un popolo indistinto ma di persone che fanno una scelta di campo precisa. In base a un sistema di valori che non è proclamato con slogan e messaggi mediatici da un potere che si arroga il diritto di interpretarli a propria discrezione. È invece steso nero su bianco in un articolato alla cui definizione hanno contribuito i rappresentanti del popolo che aveva vinto contro il fascismo e il nazismo una lotta sanguinosa per la libertà e che ha preso forma e efficacia con la promulgazione avvenuta il 27 dicembre di 70 anni fa. Quella Costituzione che il 4/12 scorso una larga maggioranza degli elettori ha voluto difendere nel suo impianto fondamentale dai tentativi di stravolgerla in senso autoritario.
Già nel 2011 un referendum aveva fatto intravedere come un’altra Italia fosse non solo presente ma numericamente maggioritaria. Quell’Italia non ha saputo darsi una configurazione politica organica e stabile, la storia ci insegni a non ripetere quel tragico errore.





NOTE

[i] Vedi nel suo ultimo saggio, Populismo 2.0 (Torino, Einaudi, 2017), il cap. VII (pp.120-146)
[ii] Tra le tante, una citazione recente di Luigi Ferrajoli di grande, sintetica chiarezza (https://ilmanifesto.it/luigi-ferrajoli-contro-le-diseguaglianze-ci-vuole-il-reddito-universale/): È la strategia di tutti i populismi, a cominciare da Trump: mettere i penultimi contro gli ultimi, i poveri contro i migranti. Si ribalta la direzione della lotta di classe: non più il basso contro l’alto, ma il basso contro chi sta ancora più in basso.”

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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