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La crisi delle due sinistre nella lettura di Bruno Trentin

I diari di Bruno Trentin sugli anni in cui è stato segretario generale della CGIL (1989-1994) illuminano il passaggio cruciale della nostra storia recente con un'analisi che conserva ancora oggi una grande attualità.
Sul numero 9 della rivista online "Nuova Etica Pubblica" (al link http://www.eticapa.it/eticapa/la-rivista-dellassociazione-nuova-etica-pubblica-n-9-del-luglio-2017/ ) è ospitato un mio contributo di riflessione a partire da alcuni dei tanti spunti offerti dalla loro lettura (pagg. 214-220). Ne fornisco qui due estratti sui temi che sono più spesso oggetto di questo blog. 

Un tema di grande importanza, al cuore delle riflessioni di Trentin è la crisi delle due sinistre, quella comunista e quella socialdemocratica occidentale, e la rifondazione concettuale del lavoro nella società odierna. Il primo tema si può riassumere in una domanda che a tutt’oggi non ha ancora trovato una risposta convincente e condivisa: come mai il crollo del sistema sovietico non ha lasciato campo libero alle socialdemocrazie dell’occidente capitalistico ma ha coinciso con l’inizio di una loro crisi progressiva che le vede, a 25 anni di distanza, ai minimi storici di rappresentanza e nel pieno di un travaglio politico/culturale.

Le riflessioni di Trentin su questo punto colpiscono innanzi tutto per la lungimiranza. L’estremo tentativo di Michail Gorbaciov inizia appena a mostrare la corda, il varco nel Muro di Berlino non si è ancora aperto, quando analizza con categorie concettuali assai originali, per quello che era il clima culturale prevalente del momento, i motivi di fondo della crisi. La sua riflessione si sforza di inquadrare in una visione di assieme non solo le contraddizioni dell’esperienza sovietica, ma anche i limiti delle esperienze socialdemocratiche. 
Con una riflessione in più, per il caso italiano: anche la traduzione “occidentale” delle dottrine comuniste, tentata dal PCI, per ricondurle all’interno dei sistemi democratici liberali basati sull’economia di mercato, restava confinata nello stesso schema politico-culturale che rappresentava il vero limite del comunismo.

Riprendendo un passo di Norberto Bobbio individua quel limite nell’aver “privilegiato la lotta per l’equità e l’uguaglianza materiale rispetto a quella per la libertà; la redistribuzione degli assetti proprietari rispetto ai diritti a un’esistenza conflittuale, infelice, ma libera.”[i] Ossia, aver confinato l’ideale dell’uguaglianza nell’ambito dei risultati, delle condizioni materiali, anziché in quello delle opportunità, della piena realizzazione dei diritti e della libertà della persona. E in un’altra occasione cita un passaggio di una lettera del 1793 del naturalista e rivoluzionario tedesco Georg Forster che i Costituenti avranno probabilmente avuto presente nella stesura dell’articolo 3: “invece di prometterci la felicità, limitatevi a togliere gli ostacoli che si oppongono al libero sviluppo delle nostre energie; apriteci il terreno e noi lo percorreremo”.[ii]

Nella ricerca di Trentin, la via del socialismo è un’altra, diversa da quella che accomuna il comunismo dell’Est alla socialdemocrazia occidentale.[iii] Non che non vi sia differenza se lo Stato si limita a “fungere da correttivo del capitalismo senza interferire sulle norme di potere”, come nel caso delle socialdemocrazie, piuttosto che divenire il “centro di mediazione che subordina l’economia alla sua forma autoritaria di costruzione del consenso attraverso lo scambio corporativo, fino a sospendere le libertà che rischiano di compromettere la felicità che promette”, nell’esperienza sovietica. Ma è comune l’idea di “uguaglianza materiale corretta da interventi redistributivi”[iv], cui si accompagna un’idea falsa, o almeno insufficiente, di liberazione del lavoro. La via alternativa è quella del primato della liberazione del lavoro, come “nucleo creativo della democrazia, saldatura vitale tra democrazia e vita quotidiana così da superare la separazione liberale tra Stato e economia, tra politica e società”[v]. Quella del socialismo libertario, che ha sempre rappresentato il terreno di elezione del pensiero politico di Trentin, formatosi sulle orme del padre Silvio, esponente di primo piano del Partito d’Azione negli anni della guerra. In questa chiave la liberazione del lavoro, dall’oppressione più che dallo sfruttamento, passa per l’aumento delle opportunità di conoscenza e di autorealizzazione come nuova dimensione della libertà. E l’uguaglianza delle opportunità si traduce nella “personalizzazione costante dei singoli diritti di cittadinanza sociale, nell’assunzione delle diversità come vincolo alla realizzazione dei diritti e come garanzia del loro carattere universale (anziché come motore di una competizione individualistica) … Il problema non è assicurare a tutti (= ai più deboli) il minimo esistenziale nella distribuzione della ricchezza, togliendoli dal circuito competitivo del lavoro e nel lavoro, ma di dare di più ai deboli, in termini di servizi e anche di reddito sociale, con una rete di interventi personalizzati”[vi]

Il sindacato non occupa nei suoi diari il posto che ci si poteva aspettare per chi stava rivestendo la massima carica di rappresentanza nel maggiore sindacato italiano… Ma a ben vedere, tutta la sua ampia elaborazione sul lavoro, sulla cultura progettuale che deve animare la lotta per la sua liberazione, è il suo apporto principale alla storia e alla cultura del sindacato italiano e, insieme, della sinistra. Il passaggio che meglio sintetizza il suo pensiero al riguardo a mio avviso è quello in cui afferma che “le libertà individuali non possono mai essere barattate dalla contrattazione sindacale”. Quanto ai suoi timori circa il futuro del sindacato, il passaggio più significativo riguarda il rischio di una “balcanizzazione e frantumazione del mondo del lavoro, con frange corporative in mano a qualche formazione politica estremista e la probabile vittoria nel medio termine di un sindacato accentratore e moderato insieme”….

Torniamo così al tema della crisi della sinistra …. Perché, leggendo queste pagine, una verità storica balza agli occhi: l’altra via del socialismo, quella libertaria, non è uscita sconfitta dalla storia nel senso che finora non è mai stata percorsa (da nessuna delle due sinistre prevalenti). E se si considera con più attenzione la matrice culturale delle espressioni della sinistra che mostrano oggi una maggiore vitalità, si può pensare che troverebbero nuovo alimento proprio dal riprendere quel filone mai percorso fino in fondo. In altre parole, la ricerca di Trentin attorno ai diritti, alla libertà, all’uguaglianza delle opportunità, alla lotta contro l’oppressione può fornire una chiave di lettura feconda, per chi voglia ritrovare un tratto comune, da un lato, nel percorso compiuto dal Labour in Gran Bretagna o dalla crescente, sorprendente minoranza del Partito Democratico emersa nelle primarie del 2016 attorno a Bernie Sanders, e in quello che ha portato, d’altro lato, all’emergere di nuove formazioni di sinistra, fuori dal solco delle due sinistre del Novecento, in Grecia, Spagna, Portogallo.

Questa considerazione dovrebbe valere in particolar modo per l’Italia, dove la sinistra non è riuscita a sollevarsi al di sopra della “povertà culturale e dell’improvvisazione” che Trentin rimproverava ai dirigenti del PCI a cavallo del 1990. Dove oggi il partito che, per consistenza elettorale, dovrebbe rappresentarne la massima espressione, celebra la morte di qualunque sinistra si proponga all’esterno dei suoi confini mentre si rassegna al “machiavellismo volgare che si è fatto trasformismo negli anni”[vii] e ”di fronte alla insufficienza a risolvere i problemi” si culla in un’illusione pericolosa per la democrazia e tende “come coazione a ripetere, a concepire strategie di aumento del potere proprio, come se una maggiore distanza dai destinatari potesse fare il miracolo di cambiare la qualità della politica”[viii]. Può sembrare incredibile che giudizi che risalgono a diversi anni addietro si attaglino con tale precisione alla politica attuale.

Celebrare come massimo successo dell’azione di governo l’emanazione sofferta di leggi in materia di diritti civili che sono solo una versione ridotta e immiserita di provvedimenti che nei paesi civili, appunto, sono adottati a larga maggioranza (non solo dalla sinistra). Lasciare campo libero alle peggiori istanze di una destra illiberale e priva di visione nazionale, fino ad appropriarsene, vantandole come dimostrazione di “capacità di fare”. “Miserie” le avrebbe definite Trentin: a cui occorrerebbe contrapporre la ripresa di una elaborazione rigorosa, aderente al senso del possibile, quindi all’etica della responsabilità, ma non corriva verso la logica meschina del “there is no alternative”, animata da un afflato culturale e etico che la lettura dei “Diari” può senza dubbio alimentare.
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[i] Citato da Norberto Bobbio, L’utopia capovolta, “La Stampa”, 9 giugno 1989, in Bruno Trentin, op. cit. p. 89 
[ii] Citato da Georg Forster, Sul rapporto della politica con la felicità del genere umano, lettera a Thomas Brandt (1793), in Rivoluzione borghese e emancipazione umana, a cura di Nicolao Merker, Roma, Editori Riuniti, 1974, in Bruno Trentin, op. cit. p. 234
[iv] Ibidem
[v] Ibidem
[vi] Op. cit. pp. 69-70
[vii] Op. cit. p. 308
[viii] Op. cit. p. 441

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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