Passa ai contenuti principali

L'unità della sinistra e gli ippogrifi


Il dibattito sull'unità della sinistra ha la sua importanza, in un Paese dove il popolo di sinistra (che c'è) vorrebbe tanto ritrovarsi in un partito (che non c'è). Ma così come viene riportato dai giornali (che selezionano a modo loro gli interlocutori) è un dibattito che appare spesso surreale.
C'è anche il vizio radicato di adottare schemi e linguaggio politicisti, che alla gente comune risultano astratti e poco comprensibili: tipico il tormentone del trattino tra centro e sinistra. Ma almeno questo genere di dibattito un significato ce l'ha per chi vive di tattiche, alleanze, inciuci e ammiccamenti. Il surreale si ha quando si esce dalla logica aristotelica e si sollevano problemi senza consistenza reale: come chiedersi se la sinistra deve o no cavalcare l'ippogrifo.


Un esempio di questo “pensare l'irrealtà” è la “pregiudiziale Pisapia” che tanto appassiona i commentatori (quelli estranei, se non ostili, a qualunque cosa possa anche solo far pensare alla sinistra). Che trovano a loro volta personaggi in cerca di un posto a sinistra ingolositi dal microfono o dalla penna messa a loro disposizione. Prende così corpo il sillogismo bizzarro: se è vero che – essendo Socrate ateniese – tutti gli ateniesi sono Socrate deve essere altrettanto vero che - dichiarandosi Pisapia “federatore” - chiunque aspiri all'unità della sinistra non può che essere Pisapia. Non sei un Pisapia? Non vuoi l'unità.
Non so cosa pensi l'ex sindaco di Milano di simili amici e amiche (dai quali forse dovrebbe pregare Iddio di guardarlo). Mi permetto però di consigliare, a chiunque abbia davvero a cuore l'unità della sinistra, di scendere dalle nuvole e di cominciare a parlare, e a ragionare, terra terra (ci vuole il trattino?). Partendo da quello che dice Pisapia, che sta sul politicista ma si dichiara: lui è per il rilancio dell'Ulivo, come unione tra centro e sinistra (trattino o non trattino, Tabacci è con lui).


Ora si dà il caso che egli non è l'unico federatore (così come Socrate non era l'unico ateniese). In tanti, per dire, si sono ritrovati attorno all'appello di Falcone e Montanari: per federare, sì, ma attorno a alcuni principi, enunciati nella Carta Costituzionale, a partire da quello di uguaglianza (l'articolo 3). Stando alle dichiarazioni pubbliche, hanno il sostegno di quasi tutte le formazioni di sinistra, ma non di Campo Progressista (forse in nome di quel centro, ma senza troppe spiegazioni).
Premetto che conosco molte persone a cui mi considero legato da sincera amicizia e che stimo, che guardano con interesse a Campo Progressista. Ne conosco altre, di MDP, con cui ho avuto dissensi molto forti per tutto il periodo in cui sono stato nel PD, di cui non condivido la cultura né gli schemi concettuali (che non mi sembrano cambiati da allora): con loro tuttavia riconosco ci si debba confrontare, ora che hanno fatto la scelta di lasciare quel partito segnando pur sempre, con un atto impegnativo, una rottura politica di cui non sottovaluto l'importanza.
Ma, come sembrano dire tutti e tutte, è sui contenuti che ci si deve confrontare. Senza pregiudiziali? Ovviamente. Ma confrontarsi significa portare argomenti, con l'obiettivo di arrivare a qualche punto fermo.


Propongo come esempio il lavoro, il mio campo di interessi. Nel confrontarmi con altre persone che si collocano a sinistra (almeno soggettivamente e, appunto, senza discriminanti pregiudiziali a questo proposito) incontro posizioni che affrontano il problema assumendo i vincoli posti dal mercato in un'economia capitalistica, nella convinzione che altrimenti si cade nell'utopia.
È legittimo pensarlo anche se, a mio parere, è profondamente sbagliato perché si finisce in contraddizioni inestricabili. Perché il mercato, per le sue leggi interne, porta a creare seri "ostacoli di ordine economico e sociale che limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana". E' da queste contraddizioni che nasce la proposta di ripristinare ”l'articolo 17 e 1/2” che nessuno sa in che cosa consista e che comunque per quel ½ mancante non può che contraddire tutta una sfilza di principi fondamentali enunciati nella prima parte della Costituzione. Oppure la scelta di uscire dall'aula (se non votare a favore) sul ripristino dei voucher. Sono queste le soluzioni che si pensa di prospettare al popolo della sinistra silente, quelle su cui ci si attesterebbe in Parlamento? E chi si pensa di convincere?
Nessuno risponde, almeno dalla parte di MDP che non sostiene il ripristino bello e buono. Quanto a Campo Progressista, ci si deve accontentare di dilemmi: del tipo “è il continuo aumento di flessibilità la strada maestra per incrementare l'occupazione o è tempo di cambiare versante di intervento tramite interventi di promozione della domanda?” (questo si legge sul loro sito come sintesi della “Officina” che riguarda il Welfare e il Lavoro, perché in quella dei Diritti il lavoro non è contemplato). Dopo aver posto la domanda, vogliamo cercare insieme la risposta? Ben venga. Dove? Come?


Appena si pone questa domanda si profila all'orizzonte l'ippogrifo. Si mettono insieme personaggi anziché idee, si chiede loro se ci stanno a cavalcare un ippogrifo, non cosa pensano nel merito delle questioni. Che va affrontato in sedi dove il contraddittorio sia ammesso, anzi sia il metodo standard; e sia finalizzato a verificare se una sintesi è possibile: come tutti vorrebbero ma nessuno sa in quale luogo mitologico si trovi e in groppa a quale ippogrifo ci si arrivi.
Eppure quel che sarebbe più importante è proprio impegnarsi a costruire luoghi “di tutti” dove ci si confronta nel merito, articolati sui territori e che consentano aggregazioni “verticali” sui temi. Anziché far partire la gara a quale luogo è più “di tutti” come se il problema fosse quello e non il contrario: quale luogo può essere considerato “di nessuno” per appartenere a tutti. Perché se nel “mio” luogo ci viene Pisapia (ovvero Acerbo), questo non lo rende più “di tutti” rispetto a qualunque altro luogo.
Competition is competition”? Che miseria. Ma quel popolo di cui parlavo all'inizio dovrà ergersi a collettivo “re Salomone”. Scovare e punire chi, pur di dire “mio”, è disposto a far morire squartato il bimbo conteso. Altrimenti, certo, ognun per sé e nella misera competizione ci si conterà.
Ma, attenzione, il popolo è pronto a giudicare sia del merito (chi lo affronta e chi no) sia del metodo. Che significa poi il potere, ovvero la democrazia: se il cittadino è considerato sovrano o suddito. E se il gioco sarà tra apparati disuniti su tutto tranne che sul disprezzo del cittadino elettore il risultato sarà quello tristemente già visto.


Ma qualcosa si è messo in moto, a partire dal Brancaccio. E nei partiti organizzati ci si sta confrontando proprio su questo: sul Brancaccio, inteso non come le persone che l'hanno promosso ma come l'idea di un processo che accomuna nella condivisione dei principi di democrazia e di uguaglianza. Fino in fondo, fino a toccare il sancta sanctorum, l'articolo 49 della nostra Costituzione: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

Dove le parole chiave sono liberamente, concorrere e democratico. Sennò i partiti, da fondamentali che dovrebbero essere, si trasformano in ostacolo all'attuazione della Costituzione.

Commenti

  1. In parole banali si potrebbe riassumere il tutto in una considerazione di questo tipo: Se i comedianti scritturati nel parlamento e ex , dichiaratisi di sinistra superassero l'appartenenza cortilizia per mettere in atto l'appello scaturito dal Brancaccio certamente sarebbe un percorso concreto per offrire agli Italiani un alternativa credibile per un Italia da ricostruire. Chissa' se il senso civico prevarra', me lo auguro pensando in particolare al bene delle nuove generazioni.

    RispondiElimina

Posta un commento

AVVISO: Questo blog personale è aggiornato senza periodicità, non è una testata giornalistica né un prodotto editoriale (legge n. 62/01).
Eventuali immagini provenienti da fonti non correttamente citate o che violano involontariamente diritti d’autore saranno rimosse se fatto presente a gianprincipe@hotmail.it.
L'autore non risponde dei commenti dei lettori, che saranno rimossi se ritenuti lesivi per terzi, né per i siti collegati da link.
Si possono condividere i contenuti riportando la fonte.

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…