Passa ai contenuti principali

Lo sguardo di Trentin su una sinistra che si è smarrita

Ho cercato di fare un altro discorso mettendo sotto accusa il collante culturale proprio alla destra, alla sinistra e al centrismo del partito, ossia la politica intesa come scienza dell’occupazione dello Stato, come alchimia di schieramenti o al meglio come tattica di transizione formulata in nome e in attesa di un destino storicamente certo…
Ho trovato molti alleati per il metodo suggerito dal mio intervento – non un Congresso ma prima una Convenzione programmatica per cominciare a dare corpo ad un nuovo modo di fare politica e ad una competizione progettuale tra le varie anime della sinistra. Ma sono convinto che poche sono le convergenze con la sostanza della mia critica e della mia proposta. Resta il fatto, che spero non peggiori, di una impressionante regressione culturale e politica che ha segnato molti interventi, di un pragmatismo senza principi e senza idee dei giovani sciacalli assetati di potere e di immagine (salire su qualsiasi treno pur di non restare in stazione) il quale può benissimo coesistere con un settarismo dettato dal conflitto sulla esclusione da una gestione consociativa del potere...Avvertivo e avverto tuttora un senso di estraneità molto più profonda di quello avvertito in altri momenti della lotta politica in seno al partito. Un senso di estraneità che mi preoccupa per primo, perché mi rendo conto di quanto si stia approfondendo la diversificazione politico-culturale tra le varie anime del partito e contemporaneamente di quanto aumentino le differenze tra queste anime e le preoccupazioni di uomini – pochi, tanti? – come me.
Non so se si potrebbero usare parole più chiare e più lucide, nella loro crudezza, per descrivere ancora oggi le dinamiche interne ai partiti e alle formazioni di ogni genere che discendono in linea diretta dalla comune radice del PCI. Senonché non sono parole di oggi, non si riferiscono alla fase attuale ma sono state usate poco meno di trent’anni fa da Bruno Trentin, una figura per molti, come per me, indimenticabile, a proposito della transizione di quel partito verso il nuovo approdo che, con il cambio del nome (da PCI a PDS) avrebbe dovuto segnarne una profonda mutazione politico-culturale.
Un Comitato Centrale durato un’intera settimana ha solo in parte scongiurato uno scontro assurdo e politicamente intollerabile sul nome del partito e ha costretto solo in parte Occhetto a ridisegnare la sua proposta – ma qui è emersa tutta l’improvvisazione e la povertà culturale che ne hanno dettato i modi e i tempi…

Le citazioni sono tratte dai “Diari 1988-1994” che Ediesse ha deciso di pubblicare affidandone la cura a Iginio Ariemma che è stato forse la persona politicamente più vicina a Trentin negli utlimi anni della sua vita. Una decisione dovuta alla generosità e al coraggio di Marie Padovani, la moglie cui per testamento era stata affidata (sul se, come e quando pubblicarli).
Lo stato poco confortante (ad essere buoni) della sinistra italiana affonda le sue radici nel passaggio storico del 1989, quello che doveva segnare la “fine della storia”. Ma è un passaggio ancora ben poco analizzato e questa lacuna è una tragedia per l’intera storia nazionale visto che alla mancata elaborazione concettuale attorno a quel passaggio nella sinistra (qui mi riferisco anche alle componenti socialista e cattolica) ha fatto da contraltare un rovinoso atteggiamento di tracotanza (vae victis!) nel campo della destra e soprattutto nella palude trasformista (eufemisticamente definita centrista) che ha attraversato come una costante immutabile l’evoluzione politica dello Stato unitario sin dalla sua formazione e che inquina e degrada la vita politica ai giorni nostri.


Ci sarà un giorno in cui nei centri di elaborazione culturale del Paese ci si risolverà ad affrontare questo nodo con un lavoro serio di ricostruzione storico-culturale (mettendo magari per un attimo in secondo piano gli studi “di carattere quantitativo” su cui i giovani sono costretti a misurarsi per fare carriera accademica). Quel giorno, la testimonianza di un protagonista indiscusso di quella fase di passaggio, come Bruno Trentin, sarà oggetto obbligato di studi approfonditi. E ne verrà un grande aiuto a una sinistra che tarda a fare i conti con la propria storia.
In un contesto mondiale che impone prezzi durissimi alle comunità nazionali che perdono coesione e capacità di iniziativa, non ci si può permettere il lusso di galleggiare sui propri errori in una sorta di allegra ebbrezza collettiva. La speranza che l’Europa potesse supplire, producendo un salto di dimensione del problema, si è rivelata fin qui illusoria perché gli squilibri, se pure si attenuano verso l’esterno, si fanno sempre più feroci all’interno, con buona pace di chi sperava che si sarebbero stemperati in una comunità più ampia.


Ora che il PD ha portato alla conclusione più chiara e più tragica al tempo stesso il processo che Trentin aveva lucidamente individuato tanti anni fa, ci si arrovella, a sinistra, su quale via seguire per ritrovare un’unità. Che è richiesta, più che dai “chierici”, dalle masse emarginate e colpite dalla crisi. Le pagine di Trentin su questi temi, sui limiti del socialismo e del comunismo nella concezione dell’eguaglianza (concepita solo dal lato degli effetti, come eguaglianza redistributiva) e quindi privata del fondamento insito nella libertà dell’individuo (come affrancamento dall’oppressione in tutti i sensi e gli ambiti della vita), sono di grande attualità e andrebbero meditate come meritano. Ma dalle pagine da cui ho tratto le citazioni iniziali viene soprattutto un insegnamento di fondo che dovrebbe guidare l’azione di chiunque si ponga oggi l’obiettivo di restituire alla società italiana una sinistra politica convincente e convinta: la necessità di un riesame onesto, prima che lucido, della storia passata, delle analisi errate e delle scelte sbagliate che l’hanno costellata.


In fin dei conti le tensioni che attraversano oggi la sinistra sono in massima parte dovute a ciò. 
Da una parte c’è chi dimostra l’apertura mentale, lo sforzo di ridefinire uno schema concettuale che faccia i conti fino in fondo con i limiti non solo della sinistra di tradizione comunista ma di quella socialdemocratica; non solo quindi con il fallimento dell'esperimento del comunismo sovietico ma con la sconfitta cui è andato incontro il modello socialista di compromesso con la libertà del mercato quando, con la fine della divisione in blocchi, la destra liberista ha portato a compimento la rottura, ricercata sin dagli anni Ottanta, dell’equilibrio che si era realizzato dopo la guerra mondiale. 
Dall’altra, c’è chi rimane vincolato alle “alchimie di schieramenti o al meglio alle tattiche di transizione”, tornando alle parole di Trentin: chi resta ingabbiato nella mancanza di alternative che rappresenta la trincea in cui si è rifugiato il dogma neoliberista per non essere sopraffatto dai fallimenti registrati dopo la crisi del 2008. Chi perpetua quindi quello che è stato il limite costante della sinistra italiana che Trentin osservava, sin da quegli anni di transizione, con angoscia e sofferenza testimoniata, pagina dopo pagina, dai suoi diari.



La sinistra può rinascere solo se si dimostra capace di sfidare il rischio insito nel ripartire con grande libertà di pensiero dalle domande fondamentali che si pongono per gli uomini e le donne al cui destino siamo accomunati. Non se continua a prevalere chi non dimostra questo coraggio. 

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…