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In nome dell'unità, pensare la divisione

Alzi la mano chi preferisce una sinistra divisa: all’incirca nessuno. Unita a tutti i costi? No. Solo in pochi sono disposti ad abbassare tutte le barriere.
Non si parla d’altro, ma se la si mette in modo così banale si può capire che il senso di nausea prenda il sopravvento tra i più. Va però meglio se il discorso affronta il problema di come arrivare all’unità.


C’è chi vede due opzioni in campo: “un'unione fredda che punti ai voti in uscita dal PD, capace di garantire alle varie leadership la riconferma in parlamento” oppure “un esperimento nuovo, a cui tutti gli ex portino acqua senza chiedere nulla in cambio, sciogliendosi in un soggetto unitario, con un percorso dal finale aperto e linea politica, candidature e ruoli d'indirizzo non stabiliti in accordi di vertice”È lo stesso auspicio che abbiamo letto sul Manifesto[i], ma prendo a prestito questa formulazione di sintesi da Emanuele Dolce. Che peraltro prevede per la prima ipotesi un destino elettorale poco brillante (superare a fatica la soglia di sbarramento”), ma la considera enormemente più probabile.
Eppure, se si imposta il ragionamento seguendo un percorso alternativo, imparando un po’ di saggezza da re Salomone, si può arrivare a conclusioni anche molto diverse. Vediamo come.


Proviamo a immaginare, senza riguardo per il tabù dell’unità, che cosa avverrebbe in caso di divisione, se le due ipotesi si avverassero entrambe (in concorrenza tra loro). con qualche leadership disposta a una “devoluzione” (ossia a sposare la seconda via) e qualche altra no. E domandiamoci: in questo caso, quale delle due avrebbe un consenso elettorale maggiore?
Non me ne voglia chi considera la prima ipotesi preferibile, o la seconda indigeribile (ce ne sono, non sono una pura ipotesi astratta), ma una caterva di indizi portano a dire che non ci sarebbe partita. Potrei rinviare ai post in cui ne ho parlato, a proposito del voto del 4 dicembre e delle ultime amministrative [ii] ma il divario è davvero notevole. Nelle comunali di quest’anno il confronto è stato davvero impari e le liste civiche di sinistra (con “devoluzione” da parte dei partiti) hanno superato i Cinquestelle, uguagliando sostanzialmente i voti di lista del PD.


Le elezioni politiche sono un’altra cosa? A chi muove questa obiezione potrei ricordare il caso delle regionali in Liguria del 2015, dal carattere politico innegabile. Nell’ambito della coalizione che sosteneva Luca Pastorino (arrivata al 10%) I voti della lista del presidente (pur presentata in due province su quattro) sommati ai voti del presidente (disgiunti o senza lista) superavano quelli della lista di coalizione di sinistra (presente dappertutto).
Una volta fatta questa considerazione, ci consiglierebbe re Salomone, potremmo domandarci se l’unità attorno alla seconda ipotesi potrebbe riportare più voti della somma delle due ipotesi presentate separatamente agli elettori. E mi sentirei di rispondere affermativamente: nel senso che il “quid” in più per una sinistra unita scatta se si offre l’immagine di una convergenza su un’idea comune per il futuro dell’Italia. Non se si appare come naufraghi aggrappati a una scialuppa di salvataggio.


Ci sono formazioni (inteso come leadership) disponibili a sfidare questi dati e a scommettere sulla loro capacità di aggregazione rispetto a quella delle liste costruite secondo la seconda ipotesi? Non lo escludo, ma sono disponibile a fare un’apertura di credito a favore della loro ragionevolezza.
E i programmi? Non li ho dimenticati affatto. Ma, per cominciare, se si va sulla seconda ipotesi, il lavoro di sintesi si fa tutti insieme. E poi, se non si ha una concezione dell’elettorato molto elitaria e aristocratica (tipo quella, molto dalemiana, secondo cui il popolo italiano è per sua natura di destra) si deve pur credere che il maggiore consenso elettorale per la seconda ipotesi nasca anche da una più chiara scelta di campo per la democrazia e l’uguaglianza.


Infine: tutto il ragionamento poggia su un’ipotesi di legge elettorale proporzionale senza coalizioni, come quella in vigore se si votasse domani. Cambierebbe nel caso (che appare improbabile) di un ritorno alle coalizioni? Si potrebbe pensare che diventerebbe più probabile l’ipotesi di una divisione tra liste che si ritroverebbero poi in coalizione: ma più probabile non significherebbe più convincente per gli elettori. Per il ragionamento esposto fin qui per le liste, né più né meno. Anzi, meglio due liste in competizione che una coalizione di liste che fossero in competizione principalmente tra loro.
Il tempo stringe, la strada è impervia, non è detto che la ragionevolezza prevalga. Ma se il PD perde smalto i Cinquestelle non vanno molto meglio e la destra cresce ma è divisa e non tutti hanno dimenticato le sue gesta. Lavoriamo per la seconda alternativa e l’unità avrà qualche chance. Soprattutto l'unità con l’elettorato.





NOTE
[i] https://ilmanifesto.it/ultimo-treno-a-sinistra/
[ii] Sulle amministrative 2017, https://giovanniprincipe.blogspot.it/2017/06/lassemblea-del-brancaccio-e-le-elezioni.html , Sul referendum  http://giovanniprincipe.blogspot.it/2016/12/lettera-di-auguri-per-un-anno-di-svolta.html

Commenti

  1. Caro Giovanni,
    sono d'accordo sulla scelta dell'opzione che tu proponi, ma non lo sono piu' nel momento in cui tutto il discorso è giustificato da quanti voti in piu' prenderebbe nelle prossime elezioni, piu' dell'altra ipotesi (almeno ho capito così, ma sono i piu' che fanno questo stesso ragionamento ). Io scelgo quella "con un percorso dal finale aperto e linea politica, candidature e ruoli d'indirizzo non stabiliti in accordi di vertice” perchè questa mi richiama, piu' che un risultato immediato, un PERCORSO DI COSTRUZIONE. E ce n'è tanto da fare, non solo sotto il profilo delle idee e dei programmi (concreti e sostenibili), ma anche sotto quello del consenso non effimero e della creazione di una partecipazione intelligente e diffusa, quindi di un'organizzazione ma nè solida nè liquida. Io vado per 75, mi resta poco ormai, ma non ho fretta. Cordialmente Giuseppe

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  2. Caro Giovanni,
    sono d'accordo sulla scelta dell'opzione che tu proponi, ma non lo sono piu' nel momento in cui tutto il discorso è giustificato da quanti voti in piu' prenderebbe nelle prossime elezioni, piu' dell'altra ipotesi (almeno ho capito così, ma sono i piu' che fanno questo stesso ragionamento ). Io scelgo quella "con un percorso dal finale aperto e linea politica, candidature e ruoli d'indirizzo non stabiliti in accordi di vertice” perchè questa mi richiama, piu' che un risultato immediato, un PERCORSO DI COSTRUZIONE. E ce n'è tanto da fare, non solo sotto il profilo delle idee e dei programmi (concreti e sostenibili), ma anche sotto quello del consenso non effimero e della creazione di una partecipazione intelligente e diffusa, quindi di un'organizzazione ma nè solida nè liquida. Io vado per 75, mi resta poco ormai, ma non ho fretta. Cordialmente Giuseppe

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  3. "unità" è una parola che suona bene , ha un qualcosa di positivo . Se poi è il nome del fu giornale di gramsci, allora è una garanzia . Bene,la invochiamo su tutti i palchi e le occasioni !! chi troverai che osera' contraddirti ? o meglio , che ti chiederà che cosa intendi, con quali limiti , con chi e con chi no, in quali occasioni, se tattica o strategica, ecc. Una volta di piu' mi si conferma che la sinistra è molto brava nell'individuare il titolo del tema, ma quando si mette a svolgerlo, il foglio resta bianco.

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