Passa ai contenuti principali

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile.
L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui.
Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessivamente sulla sopravvivenza, indissolubilmente legata ai destini del capo. Nessun pensiero rivolto al futuro.


Il catalogo è questo
La prima anticipazione sembrava un incidente, subito rimosso: “aiutarli a casa loro”, detto da un leader di un paese occidentale che sembra non sapere che fuggono proprio dagli effetti che gli “aiuti a casa loro” da parte dei nostri paesi continuano a produrre, non meno che nel passato.
Ma poi sono arrivate le altre, diffuse ai giornali.
Riesumare le “radici cristiane dell’Europa”: sono state il grimaldello dalla destra più reazionaria, italiana e francese soprattutto, per contrastare l’idea socialdemocratica, tenuta in piedi grazie a Delors, di un modello sociale europeo da contrapporre al reaganismo-thatcherismo dell’occidente e all’autoritarismo totalitario del blocco dell’Est.
Insultare la parte della magistratura che resiste nel difendere lo stato di diritto dalle sopraffazioni dei potenti, mentre si torna a respirare l’aria dei tempi dei Carnevale, dei porti delle nebbie, della sudditanza dei magistrati verso la politica: un segnale inequivocabile.
E poi le strizzatine d’occhio: i marò, l’accordo con Gheddafi, le Olimpiadi (dopo Milano non poteva mancare Napoli, come sberleffo per Roma): non è uscito nulla sul Ponte sullo Stretto ma aspettiamo il momento delle regionali in Sicilia…


Spendere in deficit ... per arricchire i ricchi
L’operazione clou è stata però la tirata anti-europea. Trenta miliardi di flessibilità per abbassare le tasse ai ricchi (la flat tax favorisce solo i redditi dall’aliquota unica in su, come argomentavo già lo scorso anno in questo post quando la renzinomics ambiva, sperando nella vittoria del SI, ad avere mano libera per una politica ancora più di destra). Messaggio per la fascia di elettorato preferita, redditieri, faccendieri, grandi evasori e grandi criminali. Che poi per lo più le tasse non le pagano, la flessibilità se la sono presa da soli senza chiedere il permesso.
Ma (di nuovo il doppio bersaglio) il messaggio vuole essere anche un sasso gettato nella piccionaia della sinistra per la polemica contro l’austerità. 
Credo che la sacrosanta battaglia contro le ricette liberiste che puntano a strangolare la spesa pubblica per impedirne gli effetti redistributivi e accentuare la distanza tra l’1% più ricco e più potente e “gli altri”, possa ricavare solo danni dalle sparate di Renzi. Al di là del fatto che sono parole al vento prive di credibilità, sono anche parole false. La spesa in deficit nei momenti di crisi è una ricetta efficace soltanto se si verificano alcune precise condizioni, in mancanza delle quali è un’arma eversiva in mano alla destra più reazionaria. La prima e più importante delle condizioni (ci spiega Keynes) è che “le risorse eccedenti (cioè prese in prestito, caso mai non fosse chiaro) siano impiegate per produrre un aumento della ricchezza nazionale che consenta di recuperare lo squilibrio nei conti. E che ciò possa avvenire in un periodo breve (per il lungo periodo Keynes consigliava piuttosto gli scongiuri). Altrimenti, aumentando il deficit, peggiora le cose. E per avere effetti positivi sulla ricchezza futura deve servire a incentivare investimenti (che assicurino un aumento di efficienza del sistema produttivo) e a tonificare la domanda, sostenendogli strati sociali con maggiore propensione al consumo. Lo sostenevo qui a proposito della stabilità 2016 ma vale per tutte le leggi di stabilità del governo Renzi, che hanno dilapidato ben più di 30 miliardi aumentando le disuguaglianze e le inefficienze.


Andare alle origini della crisi della sinistra
Fino a quando dovremo sopportare? Qui sta il punto chiave: che tutto questo possa finire con l’uscita di scena di Renzi non è solo un’illusione, è un errore che può ritardare ancora a lungo un cambio di rotta. Perché Renzi non è un marziano calato da un astronave sul terrazzo del Nazareno, né un usurpatore che si è appropriato della reggia mentre Ulisse era occupato altrove. Lo scrivevo nella lettera (che ho reso pubblica in questo blog) alla Commissione Nazionale di Garanzia del PD, quando ho lasciato quel partito (e la Commissione di cui facevo parte), avendo ascoltato dal segretario nell’ultima Direzione a cui avevo partecipato, parole di impronta razzista nei confronti di un ragazzo di etnia rom: “non credo si possa dire che chi vince un congresso di partito attraverso primarie largamente partecipate sia un impostore. Ma se l'organo di direzione di quel partito applaude alle espressioni che ho sentito pronunciare dal segretario, allora, semplicemente, quel partito non è il mio partito”.
E prima del “fino a quando” abbiamo il dovere di domandarci “da quando”. Di ricostruire il filo conduttore del percorso che ha portato la sinistra a disperdersi e ad arrendersi alla peggiore cultura della destra più becera. Nel post precedente ne ho parlato prendendo spunto dai diari di Trentin, da poco pubblicati. Riporto ora un altro brano dei diari in cui commenta, con poche parole taglienti, il congresso di fondazione del PDS (pag. 202): “È finito il brutto congresso di transizione dal PCI al PDS. Povero e trasformistico nella sua introduzione e nelle conclusioni. Un riflesso puntuale dell’impoverimento culturale e perfino della regressione che accompagna questa fase politica della sinistra – tra fondamentalismo mal digerito e pragmatismo irreparabile dal trasformismo e da una logica di pura conservazione del consenso – potere.” Alla prima prova elettorale nazionale (le politiche del 1994) il PDS otterrà poco più del 17% dei voti. Il risultato delle europee di 10 anni prima, l’anno della morte di Berlinguer, è dimezzato. Ma non ne verrà fuori un ripensamento delle politiche seguite fin lì: un cambio di segreteria, da Occhetto a D’Alema.



Un lavoro collettivo per riprendere il filo
Sono stato iscritto al PDS e alle sue evoluzioni fino all’uscita dal PD nel 2015. Non è stata una storia lineare, l’Ulivo, o l’Unione, nel bene e nel male, sono stati, con tutti i loro limiti, altrettanti tentativi di fare i conti con i nodi di quella fase di passaggio. Ma sono rimasti irrisolti e oggi sono ancora lì e hanno portato il percorso alle estreme conseguenze. La rottamazione, che si proponeva come una soluzione e un risorgere dalle ceneri, è stata invece quello che il nome indicava e niente altro. Le macerie della rottamazione stanno seppellendo il rottamatore e la sua corte senza aver dato una prospettiva a chi l’aveva sostenuta. Così, a tanti anni di distanza, quei nodi presentano di nuovo il conto. Da chi, come Trentin, con angoscia e grande fatica intellettuale e fisica, si sforzava di andare alla radice della crisi della sinistra (quella socialdemocratica e quella del comunismo reale, pur con le grandi differenze che le distinguevano) dovremmo ripartire. I giovani, soprattutto, dovrebbero riscoprire le intuizioni profonde e di grande attualità che, con lui, ci lasciano in eredità quelli della sua generazione che hanno dato lustro, dalla Resistenza ad oggi, alla sinistra. Solo una ripresa, da parte loro, di quei discorsi spezzati, interrotti, con un lavoro di elaborazione e di proposta, potrà alimentare un nuovo soffio di speranza. Ma è una lotta contro il tempo.



Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…

Sistema elettorale e crisi della democrazia

La discussione sulla nuova legge elettorale è ferma in attesa del risultato delle primarie del PD (scontato, conterà solo l'affluenza), ma è convinzione generale che l'esito si discosterà di poco da quello disegnato dalla Consulta con la sua sentenza sull'Italicum. Un sistema proporzionale. Soglie, premio (al partito o alla coalizione), capilista bloccati: queste le sole incognite. Poi si dovrà trovare il modo di applicarla al Senato e disegnare i collegi. Pochi si aspettano sorprese.

Elettori alle urne: per decidere cosa? La domanda che si pone, così stando le cose, è la seguente: a quale scelta politica di fondo saranno chiamati gli elettori? Tra quali alternative di governo realisticamente possibili eserciteranno il loro diritto/dovere di scelta? e (se non è utopia) tra quali programmi alternativi? Stando ai sondaggi degli ultimi mesi, la risposta, secca, è che non solo non ci saranno alternative possibili tra cui scegliere ma non ci sarà nessun vincitore. C'è di pi…