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Il posto dell'Italia nella sinistra internazionale

Di quello che succede a sinistra nel mondo, sembra che importi poco alla sinistra italiana. Guardarsi intorno potrebbe invece essere un rimedio salvifico, per non continuare ad arrovellarsi in dibattiti convulsi, talvolta surreali. Specie nei momenti in cui si aprono nuove vie che sembravano fin lì impercorribili. Come sta accadendo ora.

PODEMOS

I due percorsi della sinistra…
Nel mondo come vanno le cose a sinistra? Le due tendenze che stiamo osservando nei vecchi “grandi partiti” che hanno fatto la storia della sinistra sono piuttosto chiare:
- nei paesi mediterranei, ma anche nel cuore dell’Europa (vedi i Paesi Bassi), quei partiti non sembrano poter sopravvivere alla torsione neoliberista (una “Pasokization”, secondo la definizione del Guardian, che appare ormai irreversibile) e nuove formazioni si affermano (Syriza e Podemos) o cercano la loro strada.
- nei due maggiori paesi di cultura anglosassone, in quei partiti si stanno riscoprendo ideali e anche ricette classiche della sinistra, puntando però sui giovani per costruire, a partire da lì, una visione e un progetto al passo coi tempi: come andrà non si può ancora dire ma ormai non si tratta più di un fuoco di paglia, come l’establishment dell’era neoliberista (blairiano/clintoniano) voleva far credere.

SYRIZA

…e la sinistra in bilico
Due grandi paesi sono poi in bilico tra queste tendenze. 
- in Francia, il declino del Partito Socialista sembra anch’esso irreversibile ma la forza più consistente nell’area della sinistra non ha le caratteristiche dei “nuovi” partiti. Appare piuttosto come una talea della vecchia pianta e, anche se si sta dimostrando in grado di germogliare meglio del tronco originario, non è detto che sappia raccogliere le spinte e dar voce alle istanze che emergono dai più giovani e in generale dai nuovi perdenti nell’aspro conflitto sociale innescato dalla destra liberista
- in Germania, la “talea” germoglia da più tempo ma più faticosamente e la tendenza al declino del SPD è meno netta, anche per una maggiore tenuta delle associazioni di rappresentanza e dei corpi intermedi che sono il cuore della sua base di consenso (a differenza dell’UK dove quella base si è assai indebolita).

LABOUR PARTY

Un’altra anomalia italiana. Il “nuovismo” liberista
Proviamo ora a guardare la sinistra italiana nello specchio offerto dal panorama internazionale: non siamo in nessuna delle due situazioni né in bilico tra esse. È un dato di fatto: i due vecchi “grandi partiti” a sinistra (di cui quello comunista, sia pure con il prefisso euro-, era il maggiore) non ci sono più da un quarto di secolo.
In Italia c’è invece un partito nuovo, il PD, nato con una grande eredità in dote, approdato (dopo qualche anno dalla nascita) al Partito Socialista Europeo, senza aver mai aderito all’Internazionale Socialista. Che in quegli anni, quando già facevano capolino i segnali di declino in quel campo, si scioglieva per dare vita all’Alleanza Progressista lanciata dai socialdemocratici tedeschi e sposata, entusiasticamente, dal PD. Il nome, volutamente privo di una connotazione di sinistra, aveva un precedente storico (l’Alleanza per il Progresso) con una connotazione sinistra, più che di sinistra.

Ma non è questa la sola singolarità. Alziamo per un momento lo sguardo dalle dinamiche personalistiche - gossip, valzer di poltrone e spettacoli consimili con cui ci delizia la politica italiana - e usiamo il metro del resto del mondo per capire chi sta andando contromano in autostrada. Scopriamo allora che nel nuovo “grande partito” italiano il ruolo di “minoranza di sinistra”, quello di aspiranti Corbyn/Sanders, è svolto, da qualche anno a questa parte, proprio dai politici che erano stati i maggiori protagonisti della stagione neoliberista blairiana / clintoniana, tuttora impegnati a rivendicare l’afflato “riformista” o “progressista” (per il significato “sinistro” del vocabolo vedi sopra) delle loro passate imprese.

Quanto al nuovo “grande partito”, ha dapprima riprodotto al suo interno le mediazioni da “grosse koalition” tra neoliberisti liberal-nazional-popolari e neoliberisti di matrice socialdemocratica (le due correnti politiche che in Parlamento hanno dominato quasi senza opposizione dopo la sostituzione di Berlusconi con Monti). Ma in pochi anni, con la segreteria Renzi, ha completato l’opera diventando l’incarnazione della “nuova” dottrina imperante (il “neo”, aggiunto al liberismo, serve solo per evitare che, riesumandolo a 60 anni di distanza, si rievochino i disastri che aveva provocato).
Scavalcata a destra la minoranza, residuo ormai anti-storico della stagione della “Terza via” neo-liberista, nel partito si apriva la stagione del delirio di onnipotenza. Il suo apparato burocratico, narcotizzato dalla stagione estenuante delle “concessioni” al neo-liberismo, era solo docile massa di manovra. E la missione da adempiere, fino all’ossessione, era quella di stroncare sul nascere qualunque tentativo di riportare sulla scena politica del paese una sinistra. Fino all’inciampo, l’hybris punita, del referendum del 4 dicembre.

DEMOCRATIC PARTY

La sinistra italiana dopo l’’89. Una storia ancora da scrivere
Ma, in tutto questo, che fine aveva fatto la sinistra? Nessuno ha ancora provato a rispondere in modo convincente a questa domanda, se non per frammenti. Fatto sta che non c’era più, si era dispersa, senza base sociale e senza progetto solido. Risposte di parte, per scrollarsi colpe di dosso e attribuirle al vicino, non servono e risentono troppo delle ferite ancora aperte. Osservo solo, per portare la mia pietruzza: 1) che al tornante della storia del 1989 la sinistra italiana era arrivata senza un socialismo di sinistra appena rilevabile (travolto dallo sfascio del socialismo craxiano) e senza un comunismo democratico (che, non essendosi costituito in modo organico prima della caduta del socialismo reale perdeva di qualsiasi credibilità all’indomani di quella); 2) che i limiti e le contraddizioni interne alla sinistra, quelle che hanno segnato la sua storia nel Novecento, non sono le sole cause, e forse nemmeno le principali, della sconfitta, su cui ha pesato in modo determinante l’essere l’Italia territorio di confine nello scontro tra i blocchi nella guerra fredda.
Oggi siamo abituati a piangerci addosso e a stracciarci le vesti per tutto quello che non siamo riusciti a fare, più ancora che per quello che abbiamo fatto. Ma la conventio ad excludendum che nella Prima Repubblica aveva tenuto il PCI fuori della porta, e la “guerra a bassa intensità”, teorizzata dai manuali della lotta al comunismo, che l’aveva supportata insanguinando il nostro Paese, avevano colpito già in quegli anni di guerra fredda, con atti efferati di terrorismo stragista, soprattutto la sinistra “in movimento”. Cioè quella che si muoveva dentro ma, più ancora, oltre i confini del PCI.

LA FRANCE INSOUMISE

La sinistra e il difficile cammino della democrazia in Italia
Con la Seconda Repubblica, pur venendo meno la versione politica, l’altra, quella militare, terroristica, di guerra sporca, non solo è andata avanti ma ha acquistato un nuovo, diverso protagonismo: dalle stragi che hanno tenuto a battesimo la Seconda Repubblica fino alla “macelleria messicana” del G8, che ha segnato il salto di qualità, con la sconfitta delle mediazioni tipo “Terza Via” e l’avvento del berlusconismo. Altro unicum nel panorama mondiale (a parte la Thailandia, fino al caso Trump), una destra affaristica assurta al potere senza la mediazione del “comitato d’affari della borghesia”.
Pensare che quelle falangi abbiano smobilitato, quando hanno solo cambiato i “danti causa”, sarebbe un errore da “anime belle” (come si diceva un tempo). Ma dimenticare che ci sono presidi istituzionali “forti” che tengono alta la guardia e combattono in prima linea al servizio della democrazia sarebbe un errore perfino più grave, di estremismo infantile.

DIE LINKE

La sfida dell'oggi, il superamento dell'anomalia, il percorso che si apre
Venendo a noi, questa è oggi la sfida: riconnettersi alla rete che si sta intessendo a livello planetario, consapevoli però della nostra situazione specifica: che non contempla più tra le ipotesi percorribili quella che si sta sperimentando in UK e in USA. E con una rimarchevolissima differenza rispetto ai paesi mediterranei: siamo in grande ritardo e manchiamo di consapevolezza della durezza dello scontro e delle difficoltà. Rischiamo quindi di continuare a oscillare tra illusioni da “anime belle” e disperazioni da estremisti infantili.

Il Teatro Brancaccio in questo senso non è assolutamente la soluzione: guai a pensarlo (saremmo anime belle). Ma è, forse per la prima volta, la chiara enunciazione del problema, condivisa da un popolo (se, come è lecito sperare, le adesioni saranno qualche decina di migliaia) maturo (se quelle adesioni saranno consapevoli della posta in gioco e del percorso che ci attende). Non avere questa percezione sarebbe anche questo un guaio: da estremisti disperati.

ROMA - TEATRO BRANCACCIO

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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