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Renzi e Macron

I commenti degli esponenti PD sulle primarie sono accomunati (indipendentemente dall'area di appartenenza) da una sorprendente rimozione di quello che è accaduto in Francia.

Comprensibile che rivendichino una diversità, in positivo, del loro partito, che rivolgano lo sguardo al futuro e si propongano di conseguire nuovi successi: sono o no il partito che governa il Paese, forte di una maggioranza assoluta in uno dei due rami del Parlamento? Ma chi non ne condivide la linea politica, chi ha a cuore le sorti di coloro che nel Paese stanno pagando i prezzi più duri nella crisi anche a causa delle loro scelte, ha il dovere di interrogarsi e cercare di mettere a frutto gli insegnamenti che si possono trarre da un avvenimento come le elezioni presidenziali francesi.


Riprendiamo dunque da qui il tema del post precedente, gettando lo sguardo oltreconfine.
Un primo dato di novità è quello, ampiamente messo in rilievo, dell'esclusione dal ballottaggio dei due grandi partiti storici. Al Partito Socialista Francese era già successo nel 2002, quando ci arrivò Le Pen (padre) con Chirac (vincitore poi con l'82,2%): stavolta sono rimasti esclusi (per la prima volta) anche i gollisti.
Nel campo della sinistra il cambiamento però non si ferma qui. Allora i socialisti di Jospin, che era stato a capo del governo nei 5 anni precedentii, presero il 16%, appena qualche decimale sotto il Front National. Al primo turno però si erano presentati altri 5 partiti di sinistra che totalizzarono il 22% (da Lutte Ouvriere al 5,7% fino ai Radicali di Sinistra al 2,3%).
Stavolta la sinistra si è raccolta attorno al Fronte di Sinistra (France Insoumise) e al candidato del Partito di Sinistra, Jean Luc Mélenchon arrivando al 19,6%: meglio di Jospin 15 anni fa. Ma quello che resta è ben poco: i Socialisti, poco sopra il 6%, sono al lumicino, mentre Lutte Ouvriere scompare del tutto, sotto l'1%.


Il PD e la pasokizzazione in Europa
Se il PD si considerasse davvero un partito di sinistra, come ancora racconta di essere, piangerebbe lacrime amare. O quanto meno, se ricordasse di appartenere allo stesso gruppo politico europeo dei socialisti francesi (non di Mélenchon, che fa gruppo con Rifondazione Comunista), nonché del Pasok greco, del PSOE spagnolo, del PvdA olandese (nonché del Labour sfidato dalla May a misurarsi in elezioni anticipate in cui rischia il disastro), oltre che piangere, si proporrebbe come baluardo, con l'SPD di Schulz, per le sorti del socialismo europeo, vittima di quella che nel mondo anglosassone chiamano Pasokization.
Invece esulta per il risultato di Macron. Che era stato, sì, Ministro dell'Economia di un governo socialista, quello guidato da Valls. Ma già allora, prima ancora di collocarsi stabilmente nel campo della destra moderata (o centrista), era stato chiamato da Hollande (di cui era vicecapo segreteria generale), come tecnico indipendente, per segnare una svolta a destra rispetto a Montebourg (il referente francese di Fassina) e all'attuale commissario UE Moscovici (proprio lui) considerati troppo di sinistra (e invisi a Schäuble). Singolare, no?
Invece non lo è affatto. Può apparire singolare solo se ci si rifiuta di riconoscere il segno politico del PD renziano. Le affinità tra i due leader sono moltissime, e Renzi le ha volute evidenziare con il plagio, nel titolo della sua mozione, del nome del movimento di Macron e, dopo le primarie, con il “merci” a caratteri cubitali sul sito PD per i complimenti ricevuti.


C'è però una differenza fondamentale che è sotto gli occhi di tutti. Macron ha preso decisamente le distanze dal Partito Socialista, rifiutandosi di partecipare alle primarie, e ha messo in piedi un movimento tutto suo, misurandosi direttamente con l'elettorato, mentre Renzi non ha avuto questo coraggio. Si è impadronito del PD per farsi traghettare alla testa del Governo del Paese, mettendosi sotto i piedi il programma elettorale ma pretendendo di essere riconosciuto come leader di sinistra. Ha raccontato la storia di una “rottamazione” che avrebbe sepolto la “vecchia” politica, per mascherare l'intenzione di rompere con i programmi e perfino i valori della sinistra. Per poi farsi ispirare da personaggi tra i più “antiquati”, purché distanti dalla sinistra, sposando ricette della destra di trent'anni prima: più che “vecchie”, fallimentari, se non altro dal punto di vista dell'uguaglianza e della solidarietà sociale che distingue qualunque sinistra.


Né usurpatore né cuculo, solo spregiudicato
Ha potuto farlo perché il PD aveva nel frattempo perso l'anima. Non più convinto delle sue idee, sempre più lontano dal suo elettorato di riferimento, svuotato di idealità per far posto a ambizioni di potere, era facile preda di un OPA, che non aveva neanche bisogno di apparire ostile. Ripetendo di non essere un usurpatore (né un cuculo), Renzi, nel dire la verità, rivelava anche di essere conscio dell'inganno.
Non è storia passata, purtroppo, e il calo di partecipazione alle primarie del PD non è stato tale da aprire gli occhi che rifiutano di vedere. Mentre fuori dal PD la sinistra che resta in campo è una galassia senza baricentro, che non riesce a acquistare visibilità per gli elettori e non pesa sulla politica del Paese.
Da queste difficoltà della sinistra Renzi trae vantaggio ma non gli si può imputare di esserne la causa. E se qualcuno pensa che la soluzione sarà offerta dal fatto che finirà definitivamente vittima delle sue contraddizioni, si fa solo illusioni. Certo, Renzi si sta già rendendo conto che pezzi dell'establishment che lo appoggiava si stanno orientando verso la ricerca (o magari la costruzione) di un Macron italiano, che non finga e non si debba travestire, e di questo ha molta paura. È abbastanza evidente che la prova delle primarie gli è servita soprattutto per riacquistare credito nei loro confronti e che molte delle sue mosse più spregiudicate (in particolare quelle verso l'Europa) e molti dei suoi tentennamenti (come i timidi tentativi, presto rientrati, di riaccreditarsi a sinistra) si spiegano con questa sua paura. E, per inciso, si dovrebbe fare molta attenzione alla minaccia che ne deriva per un ordinato gioco democratico, perché rischia di ampliare il vuoto in cui è sospesa la politica italiana.
Possiamo essere certi che in questa situazione continuerà, nel suo temperamento Zelig, a immedesimarsi in Macron, scommettendo sull'assenza di alternative. Il suo problema è che un Movimento né di destra né di sinistra in Italia esiste già.


Il problema della sinistra invece è che in Italia la vita politica si impernia su quei due soggetti in competizione e su un polo di destra in cerca di aggregazione. Ma un polo di sinistra non esiste più.
Ovvero, non esiste ancora.

NOTE

i Presidente della Repubblica era però, dal 1995, il gollista (RPR) Chirac, che Jospin aveva sconfitto al primo turno, per perdere poi al secondo. Due anni dopo, nel 1997, alla testa del raggruppamento della “Sinistra Plurale” aveva ottenuto la maggioranza degli eletti al Parlamento così da essere incaricato di formare il governo, in carica fino al 2002. Nel frattempo era passata una riforma elettorale che aveva allineato la scadenza delle legislative e delle presidenziali, riducendo la durata del mandato presidenziale da sette a cinque anni. 

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