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Lavoro, reddito, dignità, dopo Bergoglio: parliamone. Era ora!

Le frasi di Bergoglio all’ILVA di Genova (“l'obiettivo vero da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti”) potevano essere l’occasione per ragionare in termini nuovi, con attenzione e apertura mentale, attorno al triangolo lavoro, reddito, dignità umana, in una stagione in cui il lavoro è svalutato e relegato ai margini del discorso pubblico. Invece della frase, ridotta a “non un reddito ma un lavoro per tutti”, si è presa solo la negazione come arma polemica contro le proposte di reddito minimo per tutti dei Cinquestelle e della sinistra. Come se anziché stabilire una gerarchia tra i due obiettivi Bergoglio li avesse posti in alternativa. Tanto più che siamo un paese dove la disoccupazione e l’inattività involontaria sono a livelli record e al tempo stesso manca un sussidio per chi cerca lavoro (salvo una parte di quelli che lo hanno perso in precedenza). Sconfortante. Rivela un mondo politico- culturale in cui il fariseismo è imperante.


Proviamo invece a trarre spunto dalle parole del Pontefice tentando un ragionamento che si basi su un paradigma del tutto diverso da quello su cui queste misure (di reddito minimo, o basic income) sono concepite dove sono in vigore, ma anche nella proposta in Parlamento. Il sussidio è generalmente subordinato a una “presa in carico” da parte dei servizi per l’impiego: significa che chi lo riceve viene indirizzato, in base al suo “profilo” personale, a un corso di formazione o (in rari casi) a un posto rimasto vacante.
Immaginiamo invece che l’addetto del centro per l'impiego non sia chiamato a comportarsi come se avesse davanti a sé una merce da piazzare, o un riottoso da inquadrare, ma una persona con una vita sociale e un’aspirazione, irrealizzata, a rendersi utile. Spostiamoci, insomma, dall’ambito in cui il lavoro è preso in considerazione per il suo valore di scambio, la sua vendibilità come merce, e poniamoci dal punto di vista di Bergoglio quando, con tutta evidenza, parla del lavoro nell’accezione che guarda al suo valore d’uso (sociale).
Pensateci. Tutta la letteratura sulla sostituzione di lavoratori con automi, sulla riduzione netta della domanda di lavoro per l’incapacità di rimpiazzare tutto quello che si perde, si riferisce al lavoro considerato per il suo valore di scambio, la sua vendibilità come merce, non come attività creatrice di valore d’uso. Utopia, fantasia fuori della realtà? Solo se si considera tale il rimettere la testa in alto e i piedi in terra.
Per non lasciare qualche lettore con questa impressione proporrei due esempi tra i più banali, in mezzo ai tantissimi che si potrebbero pescare soprattutto nel vasto mondo del lavoro di cura, prezioso e non retribuito (in cui le donne sono normalmente segregate).
Immaginiamo che chi richiede il sussidio debba rispondere alla domanda “cosa ti senti di fare? Come vorresti passare la giornata rendendoti utile?”, per arrivare, anziché a “tracciare un profilo” per spedirlo a un corso, ad aiutarlo a partorire un progetto. E che la risposta sia: “accudisco i miei figli: mi piacerebbe accudirne altrettanti (magari non più di…).” E poniamo di essere in un’area del Paese in cui mancano servizi per l’infanzia 0-6 e in cui le donne che hanno un lavoro fanno fatica a conciliarlo con la loro vita familiare per quella carenza, scaricata sulle loro scelte di vita. Aiutando quella persona nel suo progetto daremmo un sostegno concreto all’occupazione femminile. Non solo, ma a fronte del lavoro (creato dal nulla dal beneficiario del sussidio) sarebbe pagato all’ente locale un servizio in chiaro e non in nero, secondo le tariffe stabilite, alleggerendone il bilancio. E il corrispettivo del lavoro svolto (secondo le tariffe convenzionali o secondo le retribuzioni sindacali, a scelta) vada a scomputo del sussidio (o, meglio, di una sua quota, perché resti una forma di incentivo).
Stesso discorso per chi, faccio per dire, sa rammendare, risuolare, aggiustare impianti, ecc.. In questi casi pagano (in chiaro) privati con regolare ricevuta a tariffe convenzionate stabilite dal pubblico. Con buona pace della Bolkenstein.


Non si venga a dire che ci sono già iniziative lodevoli per l’autoimprenditorialità. Non solo perché quelle “non fanno primavera” ma perché catalogare così queste ipotesi sarebbe un errore. Non si parla di un’impresa, di un piano industriale con “break even point”, o anche solo dell’apertura di una partita IVA. Né di un’assunzione o, Dio ne scampi, un PrestO. Se evolverà in un’impresa commerciale o in un “ingresso in pianta organica” si vedrà magari col tempo: più semplicemente sarà stato fatto qualcosa di utile, che avrà anche comportato un beneficio ai conti pubblici. È un diverso paradigma: che sta cambiando i termini del calcolo economico e sta gettando le basi per un diverso paradigma politico.
Riconsideriamo, in questa ottica, anche il tema delle coperture, il ritornello preferito dalla politica di destra. È stata prodotta una montagna di studi che dimostrano come questo sia un argomento falso introdotto solo per far passare le scelte di politiche di segno opposto come scelte obbligate (ma non è questa la sede per tornare a parlarne). Quello che va detto qui è che lo si può affrontare seriamente solo dopo aver esaminato, con metodo ingegneristico, la fattibilità di questa ipotesi, in questo scenario alternativo.
Se poi si ritiene che un lavoro salariato sia comunque preferibile, perché più stabile, è evidente che, ragionando in buona fede, non c’è motivo per porlo in alternativa. Il guaio però è che su questa opzione nel nostro paese non si è fatta molta strada e si è finito per cadere proprio nella trappola assistenziale tanto esecrata dai liberisti “de noantri”.

Che poi dell’assistenza in sé, a dirla tutta, non c’è assolutamente da dire male: purché serva a restituire dignità e non a mortificare.


Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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