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La realtà e il suo contrario


Matteo Renzi è stato per oltre 1000 giorni Presidente del Consiglio nel nostro Paese. Potrebbe dunque figurare tra i massimi statisti dell'Italia repubblicana.
Una vicenda al centro delle cronache di questi giorni ha toccato una persona a lui carissima, il padre. Anzi, il "babbo" (per antonomasia, in omaggio all'uso linguistico toscano). Vicenda dunque dai risvolti che potrebbero essere per lui molto delicati. A maggior ragione nel momento in cui una intercettazione (priva di rilevanza penale, passata alla stampa senza che sia ancora chiaro né come, né da chi, né nell'interesse di chi) ce lo riporta a colloquio con il padre dimostrando come fosse pienamente consapevole della delicatezza della sua posizione.
Come l'ha affrontata? Facendosi forte del fatto di aver  aver strapazzato il "babbo" (“devi dire la verità ai PM e smetterla con le bugie che hai detto a me a Luca”, presumibilmente Lotti) e vantando di aver così dimostrato la sua serietà.

Quello che non torna, il particolare non trascurabile, su cui uno statista non dovrebbe permettersi di scivolare, è che le bugie che rinfaccia al padre sono le stesse che ha tentato di coprire fino all'ultimo davanti agli italiani. Tanto che, nella medesima telefonata, lamentava col padre che se fossero state scoperte si sarebbe visto costretto a rinunciare alle primarie del PD: sarebbe stata "la fine della sua avventura".
Raccomandare di dire la verità è un comportamento da persone serie se non ci si è fatti conoscere come bugiardi. Tant'è che, dopo aver spergiurato che si sarebbe ritirato dalla vita politica in caso di sconfitta al referendum, anche in questo caso ha smentito la minaccia (privata, addirittura intima, si potrebbe dire, ma comunque espressa nella telefonata che dovrebbe dimostrare la sua serietà) ed ha corso le primarie del PD fino in fondo, stravincendole e reinsediandosi al vertice del partito. Che, vale la pena di ribadirlo per dare la giusta dimensione al ruolo istituzionale del nostro, ha la maggioranza assoluta in uno dei due rami del Parlamento.
Dunque, se fossimo in un paese normale, e se Matteo Renzi fosse uno statista degno di occupare un posto di primo piano nella storia della nostra Repubblica, doveva aspettarsi di essere a sua volta strapazzato dagli italiani, quando la verità fosse venuta a galla.


Mentire sulle menzogne
Invece nel nostro Paese era improbabile che ciò accadesse e di fatto, come Matteo Renzi prevedeva, non è accaduto, se non per una parte dei cittadini. E comunque non ha avuto un grande rilievo mediatico. Rilievo che è stato dato invece alle tesi del Presidente del Consiglio e degli esponenti del suo partito.
Non siamo dunque un Paese normale?
No, non lo siamo. Ma non è facile nemmeno fare chiarezza sul perché non lo siamo.
Eppure gli indizi sono tutti davanti ai nostri occhi. A cominciare da un dato di fatto: gli organi di informazione sono in stragrande maggioranza riuniti in un cartello, controllato dai vertici di quella cosa che nelle aule universitarie chiamano “capitalismo di relazione” (oggi si usa questa locuzione, per evitare traumi ai giovani studenti di economia a cui si preferisce non parlare di oligarchia, o di "salotto buono" o di concentrazione del potere economico-finanziario). Si badi bene, quasi nessuno dei proprietari delle "grandi testate" è un grande imprenditore della carta stampata, attento solo alla qualità del suo specifico prodotto e impegnato a superare su quel piano il prodotto dei concorrenti. Al contrario, si preoccupano di decidere insieme le prime pagine (e i titoli di testa delle testate televisive); concordano preventivamente se presentare e, nel caso, come “condire” le notizie “sensibili”, ossia quelle che ritengono potenzialmente lesive dei loro interessi (con minime varianti legate al tipo di lettore preso di mira).
Se facciamo un passo ulteriore e ci domandiamo chi sono e di quali interessi sono portatori questi signori (che abbiamo apertamente definito "oligarchi"), visto che hanno la pretesa, nell'orientare l'informazione, di farli apparire come interessi generali, di tutti, dobbiamo capire se sia fondata la premessa da cui fanno discendere il ruolo che si attribuiscono. La premessa, apertamente dichiarata, è che il loro primato poggi sul loro essere leader di imprese da cui dipende in massima parte la produzione della “ricchezza nazionale”.
A ben vedere, però, la verità è che sono quasi tutti alla testa di imprese che accumulano ricchezza che sottraggono alle casse dello Stato in modi diversi (grandi appalti, concessioni, commesse in qualità di "general contractor", creazione di monopoli artificiali attraverso leggi di favore). Modi che, per lo più, il senso comune definirebbe criminali se non fossero resi legittimi.
Come? Attraverso leggi emanate da un potere politico su cui queste persone esercitano un controllo molto stringente, assicurando una copertura da parte degli organi di informazione che, quando ciò si rende necessario, provvedono a tenere che il cittadino, che potrebbe vedere lesi i suoi interessi, opportunamente all'oscuro.


Così è successo che, prima che gli italiani potessero strapazzare Renzi un po' più di quanto egli non avesse strapazzato il babbo, la notizia si era trasformata nel suo contrario: il nostro, che in realtà si era rivelato complice del "babbo", si era trasformato nel suo severissimo carnefice; l'informazione che aveva divulgato la notizia era miseranda e esecrabile (senza che si sapesse a chi attribuire la fuga di notizie esecrabile), mentre quella che la nascondeva era d'esempio, si ergeva eroicamente a difesa della democrazia Quanto ai social, che i protagonisti del “capitalismo di relazione” fanno fatica a controllare, il compito di rilanciarla era affidato a un manipolo di giovani professionisti della politica pagati per questo: un compito fondamentale in un'era in cui, soprattutto i giovani, si informano nel web molto più che su giornali e tv.

Professionisti dell'informazione
In un mondo normale, i professionisti della politica dovrebbero preoccuparsi di garantire che il consenso su cui si basa un sistema democratico si costruisca a partire da un'informazione corretta e libera. Ma nel nostro caso parliamo di professionisti che interpretano la politica così come la interpretano i signori da cui ricevono, in ultima istanza, il mandato. Convinti quindi che ciò che contrasta con gli interessi di costoro, ad esempio perché potrebbe impedire loro di arricchirsi a spese delle risorse provenienti dalle tasche dei cittadini, sia una minaccia al “sistema”. Da respingere con ogni mezzo.

Ritorno al feudalesimo
Se il lettore si fosse fatto l'impressione che ce l'ho a morte con Renzi lo inviterei a rileggere quanto precede con questa chiave di interpretazione: un Paese in cui il “sistema” politico può essere identificato con un cartello di titolari di imprese – che peraltro non si arricchiscono attraverso la competizione sul mercato globale ma attraverso il controllo dei flussi di ricchezza pubblica nazionale conseguito attraverso l'uso mirato del potere politico – è un paese che sta ripercorrendo a ritroso la strada della storia per ripristinare la taxation without representation (imposizione di balzelli a cittadini privati di rappresentanza) che caratterizzava il sistema feudale.



In tutto questo, Renzi, le sue bugie, i suoi voltafaccia, il suo scarso senso del ridicolo, sono solo fenomeni accessori, esteriori. Sopravvive come protagonista perché si riesce a far restare sulla scena, in veste di antagonisti, personaggi come Salvini e Berlusconi, mentre per tutti gli altri si procede alla “character assassination” (demolire la persona in quanto tale).

La preoccupazione principale non è dunque Renzi, ma la capacità di reazione che il paese (il suo popolo, intendo) saprà dimostrare. E, ancor più, cogliere come si sviluppano queste dinamiche nello scenario mondiale. Perché un esito della globalizzazione che configuri un nuovo Medioevo per molti è del tutto probabile, e l'Italia starebbe solo anticipando le tappe (e preparando lo sfacelo che ciò sarebbe destinato a determinare). Ma se la speranza in un esito di progresso dell'umanità ha ancora qualche chance, allora viviamo in un Paese che rischia di diventare il simbolo dell'arretratezza. E l'epicentro del fallimento della sinistra.   



Commenti

  1. Renzi lamentava di non potersi candidare ala primarie ? e che problema c'era ? avrebbe bellamente potuto disattendere questo proposito : del resto era una confidenza privata col padre, mica un patto con gli italiani ! e se anche fosse stato quest'ultimo, beh si candidava ugualmente : lui sa che i suoi aficionados non vanno tanto per il sottile e sono abituati ai voltafaccia ; si sono imparati anche il detto secondo cui solo gli stupidi non cambiano mai opinione

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  2. noto che la lingua di Petrarco, Leopardi e Manzoni , dopo essere stata colonizzata dall' inglese (americano) sta per esserlo anche da rignanese. Da noi, ma anche in tutto il resto d'Italia fuorchè in Toscana si dice "papà" o "padre" ; adesso sento che "babbo" viene esteso a tutta la penisola. Io non ci sto.

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