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Sistema elettorale e crisi della democrazia

La discussione sulla nuova legge elettorale è ferma in attesa del risultato delle primarie del PD (scontato, conterà solo l'affluenza), ma è convinzione generale che l'esito si discosterà di poco da quello disegnato dalla Consulta con la sua sentenza sull'Italicum. Un sistema proporzionale.
Soglie, premio (al partito o alla coalizione), capilista bloccati: queste le sole incognite. Poi si dovrà trovare il modo di applicarla al Senato e disegnare i collegi. Pochi si aspettano sorprese.


Elettori alle urne: per decidere cosa?
La domanda che si pone, così stando le cose, è la seguente: a quale scelta politica di fondo saranno chiamati gli elettori? Tra quali alternative di governo realisticamente possibili eserciteranno il loro diritto/dovere di scelta? e (se non è utopia) tra quali programmi alternativi?
Stando ai sondaggi degli ultimi mesi, la risposta, secca, è che non solo non ci saranno alternative possibili tra cui scegliere ma non ci sarà nessun vincitore. C'è di più: nonostante ci si racconti, come dato incontrovertibile, che siamo in un sistema tripolare, le alternative che si prospettano (pur senza possibilità di vittoria) sono solo due e non tre. E, particolare non secondario, non si intravede nessun cambiamento di tendenza che autorizzi a considerarne plausibile almeno una.
I due scenari di cui si parla sono, da un lato, le larghe intese, da Forza Italia al PD passando per Alfano, dall'altra il governo del partito di maggioranza relativa (M5S) che, non raggiungendo il 40% necessario per il premio di maggioranza, dovrebbe trovare i voti sui singoli provvedimenti.
Alla prima ipotesi manca un tassello, nel senso che per avere la maggioranza dovrebbe comprendere la destra fino a Lega e FdI (insieme al PD...) ovvero l'area a sinistra del PD (insieme a FI...). Quanto alla seconda, senza premio di maggioranza l'ipotesi del governo “à la carte” è alquanto fantasiosa.
Al di là di questo, si deve comunque osservare che non è dato immaginare né un governo di destra né uno di sinistra.


Dal Mattarellum al naufragio della Seconda Repubblica
Possiamo dire che in questa situazione l'elettore è espropriato del diritto di dire la sua sulle scelte politiche fondamentali? e che dunque la democrazia è mutilata, ridotta a ornamento, pura esteriorità, esercizio formale privo di sostanza?
È questa un'affermazione estremista, anti-politica?
Se non lo è, i “sinceri democratici” devono essere preoccupati. Molto. Ma allora domandiamoci come siamo potuti giungere a questo e se la situazione è davvero senza rimedio.
Per rispondere occorre risalire indietro nel tempo, contro la tendenza a dimenticare, oggi prevalente. E, visto che stiamo tornando al proporzionalismo, tocca ripartire da lì, dai motivi che hanno portato il popolo italiano a bocciarlo sonoramente, attraverso un voto referendario quasi plebiscitario, decretando così la fine della Prima Repubblica, del centrismo senza alternativa, della democrazia bloccata (ufficialmente, dal fattore K).
In sostanza, il popolo italiano all'inizio degli anni '90, dopo la caduta del Muro, si è espresso nel senso di riprendere il filo della Resistenza e della nascita della Repubblica, riconquistando il diritto di decidere tra una politica di destra e una di sinistra e riscoprendo così il senso stesso della politica.
Non che la politica in Italia avesse un altro senso. Però, il cittadino era costretto a delegare queste scelte a un ceto politico che agiva al riparo da un mandato e quindi senza controllo: il voto non aveva praticamente nessun peso sulla scelta di un governo che era senza alternative e dunque senza un programma: tra la croce e il sol dell'avvenire i margini di interpretazione restavano ampi.
La legge elettorale che fece seguito al referendum, il Mattarellum, stabiliva un compromesso tra il criterio dell'articolazione della rappresentanza, omaggio al particolarismo fortemente radicato nella cultura politica nazionale, e quello della chiarezza delle scelte di campo sui programmi e sulle persone delegate ad attuarli. Ma quanto è durata quella stagione? Un mandato e mezzo.


Sistema elettorale e deriva autoritaria
Ebbene, il passaggio dal Mattarellum alla legge-“porcata” di Calderoli ha rappresentato una svolta istituzionale su cui ha largamente sorvolato sia la destra, gli autori della legge, che la sinistra, che per prima ne ha tratto vantaggio con la vittoria elettorale. C'è voluto qualche anno perché una sentenza della Consulta ne certificasse la natura anti-democratica, ma neanche su quel pronunciamento si è andati fino in fondo. Neanche la proposta di legge di riforma costituzionale che la accompagnava ha suscitato allarme, una volta bocciata dal voto. Eppure era solo il suggello, del nuovo regime (declassamento della funzione delle assemblee rappresentative a favore del governo) che la legge elettorale già aveva instaurato. Il potere esecutivo era impropriamente assurto a espressione del volere popolare grazie all'investitura del suo leader (presidente-premier) indicato sulle schede elettorali. Oltre che per il potere di nomina dei parlamentari da cui doveva riscuotere la fiducia, grazie all'identificazione del premier con il leader di partito.
La risposta della sinistra, la creazione di un partito “a vocazione maggioritaria”, si è rivelata una resa incondizionata. L'idea di riportare la dialettica politica al confronto destra-sinistra aveva una sua dignità richiamando un po' dello spirito del '92. Ma, per ingenuità o per scaltra doppiezza, non faceva i conti con la realtà del sistema istituzionale instaurato dalla legge elettorale di Calderoli.
Perché, qui sta l'aspetto fondamentale di tutta la vicenda, la centralità dell'esecutivo e la sottomissione delle assemblee rappresentative non ripristinava la dialettica dell'alternanza sgombrando il campo dalle mediazioni e dagli inciuci. C'è voluto poco perché, con la caduta di Berlusconi, il sistema rivelasse la sua radice autoritaria, con l'”emergenza nazionale” di Monti e poi con le larghe intese scaturite dal colpo di mano (di palazzo) della carica dei 101.


Democratura tricolore?
Su questi snodi decisivi si vorrebbe far calare il silenzio. Dobbiamo invece insistere a ripercorrere queste tappe, con rigore e con sguardo lucido, ben al di là dello spazio di un post.
Così facendo si spiegherà fino in fondo perché non possiamo considerare secondario, o il frutto di una congiuntura avversa, il dato di fatto da cui siamo partiti, di un sistema politico che non offre all'elettore la possibilità di scegliere tra opzioni politiche e programmi alternativi. Perché invece è l'epilogo, drammatico, di un processo di restringimento degli spazi di democrazia.
Che cosa altro intendiamo per democratura se non una democrazia formale spogliata di sostanza, in cui il popolo sovrano non ha alcuna voce in capitolo riguardo all'esercizio del potere politico?
È questa una tesi impronunciabile? L'immagine di Matteo Renzi in televisione che aggredisce Gustavo Zagrebelsky per aver osato evocare il rischio di una deriva autoritaria è difficile da dimenticare. Ma non è consentito chiudere gli occhi o abbassare la guardia di fronte a una realtà come questa, in uno dei maggiori paesi dell'occidente “libero” e “democratico”; né scandalizzarci per quello che succede ai quattro punti cardinali se non vediamo quello che accade da noi.
Se non è consentito, il quadro che offre la sinistra reale va in direzione contraria ed è desolante.

Maggioritario o proporzionale: dilemma fuorviante per una sinistra confusa 
Se la creazione di un partito a vocazione maggioritaria non era la risposta giusta alla legge-porcata, quale argine può rappresentare una legge di impianto proporzionale rispetto alla deriva autoritaria che il Paese ha imboccato?
È una sinistra che ha perso il lume della ragione quella che invoca “come un sol uomo” una rappresentanza proporzionale come baluardo della democrazia. Ha reciso le sue radici, se non trova la lucidità, o il coraggio, di affermare che non la legge elettorale maggioritaria ma il sistema politico costruito sulle macerie del teatrino delle marionette berlusconiano è un attentato ai diritti del popolo sovrano. Che il referendum ha fermato il percorso all'ultima tappa ma non ha, purtroppo, comportato un inversione di marcia.
Si dimostra consapevole di questa stato di cose chi, da un punto di vista liberale più che di sinistra in senso classico, invoca una svolta politica basata “sulle cose”, sui programmi, sulle scelte decisive di politica sociale ed economica. Parlo, di nuovo, di Zagrebelsky, e di Travaglio che lo riprende in un suo editoriale, che auspicano una convergenza su 4-5 punti fondamentali tra PD e M5S. Ma è solo un'illusione, perché presuppone che Renzi possa davvero decidere liberamente. Di suo, quanto al suo carattere, ci ha abituati a una disinvoltura che autorizzerebbe a considerare possibile qualunque svolta: ma il partito che lo ha glorificato è fatto di gente che non rinuncerebbe a una briciola dei privilegi acquisiti attraverso l'esercizio del potere, al servizio delle èlite economico-finanziarie; e a quelle élite non mancano gli strumenti per stroncare qualunque velleità del giovane rignanese.



Senza illusioni e senza scorciatoie
Questo è il passaggio stretto, di qui si deve passare. La riconquista di una base di rappresentanza, che non è più il popolo del PD (al massimo qualche spezzone). La ricostruzione di una partecipazione e di una comunanza che sono andate smarrite. Su queste premesse, una sfida alle contraddizioni della risposta cinquestelle: ma non la loro demonizzazione, visto che quella base di rappresentanza è oggi per lo più orientata verso di loro. Sottovaluta le loro debolezze e sopravvaluta la loro “purezza”. Ma non si fida delle alternative.

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