Passa ai contenuti principali

Ancora ottimismo bolso sull'economia. L'alternativa non può attendere


Se qualcuno sperava che Gentiloni si sarebbe astenuto dallo stucchevole rito della dichiarazione mensile a commento dei dati ISTAT sull'occupazione, è rimasto deluso: non bastasse la riconferma di tutti i ministri (meno una) anche nei “minimis” deve risultare evidente che la musica non è cambiata e che il regime renziano è ancora in vigore. Pace.
Stavolta il tweet d'ordinanza (L'impegno per le riforme ottiene risultati. E continua") ha vantato il calo della disoccupazione. Che – occorrerebbe chiarire ancora una volta – è il dato meno significativo, escluso ufficialmente dall'UE dai parametri di valutazione dell'andamento del mercato del lavoro. Il motivo è che può aumentare sia per un maggiore dinamismo dell'occupazione (più domanda di occupati) che per uno scoraggiamento da minore domanda: ragion per cui il dato che conta è quello sugli occupati, che sono stagnanti da molti mesi. Poi si dovrebbe ripetere che al loro interno sono tornati a crescere i temporanei, essendosi esaurita la spinta del bonus assunzioni, e la quota dei più anziani (grazie non a politiche di '“invecchiamento attivo” ma ad una riforma pensionistica che li ha incatenati al loro lavoro, non solo “passivo” ma coatto).
Finiamola qui, con questi commenti ripetitivi fino alla noia. Del resto ormai quei tweet lasciano il tempo che trovano. Tanto più se letti in coppia con le battute da bar (quelli aperti a tarda sera) del Ministro competente (!), molto più sincere e rivelatrici della “linea” del governo e della cultura – ma sarebbe meglio dire dello spirito (absit injuria...) – sottostante le c.d. Riforme.


Un'altra via di uscita dalla crisi è possibile
Passando alle cose serie, è invece il caso di non mollare, testardamente, sulla linea: ovvero sulla cultura che dovrebbe ispirare una politica alternativa, di sinistra, sul lavoro e sull'economia.
È dall'inizio della crisi che un largo fronte, di politici così come di economisti, concorda nel mettere al centro la necessità di un salto di qualità del sistema produttivo del nostro paese, perché abbandoni la via bassa, del sottosalario, della competizione sui costi, delle sovvenzioni a pioggia ai settori marginali dell'economia. Cioè per farla finita con la politica portata avanti dalla destra nelle sue varie espressioni, con le sue conseguenze: aumento delle diseguaglianze, cedimento del potere statale nei confronti della criminalità organizzata, sempre più forte anche economicamente, vasta appropriazione indebita di risorse pubbliche da parte di fornitori della PA e pubblici funzionari, sistematica violazione delle leggi in materia di imposte e di lavoro.
La politica della destra europea, ultraliberismo e austerità, ha ristretto i margini di manovra per una politica alternativa ma l'aver seguito costantemente questa “via bassa” a livello nazionale ha reso il nostro paese ancora più povero e più debole nella competizione internazionale, dentro e fuori l'Europa. La resistenza in alcuni settori chiave di un sistema produttivo rinnovato e competitivo – sempre più “alieno” rispetto al contesto – ha permesso all'Italia di galleggiare: ma i profitti e le rendite che sono state generate in quelle imprese sono andate a beneficio degli investimenti all'estero, di gran lunga superiori a quelli interni (nella quasi totale assenza di investimenti esteri in Italia).


L'alternativa esiste, è sempre possibile. Ma con il passare del tempo si fa sempre più ardua.
Non solo si deteriora man mano il sistema nazionale ma si delocalizzano, oltre agli impianti, le risorse umane: gli occupati sostituiti da quelli dei paesi di destinazione ma anche quelle ad alta qualificazione, in particolare giovani, che non trovano posto in un sistema sempre più dequalificato. E mentre cresce il fabbisogno di risorse necessarie a rimettere in moto il sistema produttivo si fanno sempre più stretti i margini di manovra per il peso della rendita parassitaria e dell'economia sottomarginale che drenano risorse sempre più ingenti senza restituire alcun beneficio al paese.



Il tema delle tasse è un diversivo
Dobbiamo però insistere ad affermare che la ricetta, benché sempre più difficile da imporre, non è astrusa, né complessa, né utopistica. È solo dolorosa, per chi ha goduto finora dei benefici di una politica sbagliata: tutta qui, la difficoltà.
Ma è anche sempre più urgente.
E dobbiamo sgomberare il terreno da un tema che è un'arma di distrazione di massa: la pressione fiscale. Perché, con la ricetta da adottare, non c'entra un fico secco. Non deve né aumentare né diminuire. Chi alimenta il dibattito su questo falso problema dimostra solo, inequivocabilmente, la cultura politica di cui è portatore.



La ricetta si conosce. Un riassunto in 5 pillole 
Allora, partiamo proprio da qui, per la ricetta in (5) pillole.
1) Le tasse per i tre quarti dei contribuenti italiani devono diminuire. Con una redistribuzione a spese del restante quarto, il più ricco.
2) Al quarto più basso dei contribuenti e agli incapienti (quelli veri, non gli evasori) vanno destinate risorse, in modo mirato e motivato, per garantire a tutta la popolazione un livello di vita dignitoso (oltre la soglia di povertà e quella di marginalità) e per rianimare al tempo stesso la domanda interna (si tratta della fascia il cui indice di risparmio è pari a 0).
3) Vanno destinate risorse adeguate a sostegno degli investimenti in innovazione, di prodotto e di processo, riservandone una quota significativa per promuovere la diffusione di modi di produzione non solo non profit ma non di mercato, orientati al valore d'uso, e per alimentare un flusso consistente di investimenti pubblici in un grande piano di piccole opere oltre che in poche grandi opere di rilevante ricaduta sociale e ambientale.
4) Il sostegno a una generale ristrutturazione in profondità del nostro sistema produttivo deve prevedere:
  • un consistente investimento nel sistema dell'istruzione ponendo fine alla logica mercantilista e utilitaristica che ha preso il sopravvento negli ultimi decenni mettendo al centro la persona, i saperi, riconquistando il primato del pubblico e della laicità;
  • un investimento altrettanto consistente (anche se meno pesante sul piano strettamente economico ma impegnativo sul piano culturale) nel fattore umano, nella partecipazione libera, consapevole, responsabile delle persone, lavoratori e lavoratrici, individualmente o in associazione, al processo produttivo (di mercato e non) e in particolare al suo miglioramento.
5) Le risorse per questi altri obiettivi vanno reperite con una riconversione radicale della spesa:
  • taglio di bonus, incentivi, defiscalizzazioni, detrazioni non riconducibili a questi obiettivi;
  • orientamento prioritario della macchina amministrativa all'obiettivo della lealtà fiscale: non solo “lotta all'evasione fiscale” ma rivoluzione culturale: sradicare paradigmi come “evasione di necessità”, “nero di sopravvivenza”, “rimessa in circolo” dei capitali di origine criminale nel circuito dell'economia legale.
Due misure centrali
Non avendolo esplicitato, va messo in chiaro che due misure occupano un posto centrale in questo quadro, trovando del resto una loro fonte direttamente nella nostra Costituzione:
  • il reddito minimo garantito in relazione al sostegno del reddito in caso disoccupazione “involontaria” (art. 38): implica una riconsiderazione, non più rinviabile alla luce dell'attuale stadio di sviluppo tecnologico, del tema della involontarietà (vedi in particolare il punto 2)
  • il salario minimo in relazione al diritto a una retribuzione che garantisca un'esistenza libera e dignitosa (art. 36), da applicare alle prestazioni NON coperte dalla contrattazione collettiva (vedi in particolare il punto 4).
Non è tempo di favole né di barzellette
Non si dica che non è chiaro. Ma soprattutto, che non venga qualche bello spirito a rivendicare qualche mossa, “raccontata” da chi ci ha governato e ci sta governando, come ispirata a queste ricette. Buona scuola, Jobsact, SbloccaItalia, bonus 80 euro e bonus assunzioni, per dire le principali, vanno tutte in direzione esattamente opposta (e ne vediamo i risultati). Per chi poi agita la bandierina di “Industria 4.0”, con 0,028 miliardi destinati alla “Nuova Sabatini” (il resto sono provvidenze “a babbo morto” e... elezioni finite), basta metterli a confronto con i 40 miliardi spesi in bonus elettorali per cadere nel ridicolo. Ma non è più tempo di barzellette.


POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE, SULLO STESSO ARGOMENTO:


Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…