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Referendum sociali. La posta in gioco


Il post precedente era dedicato alla prima "partita" del “Totopolitica 2017-2018”i, le primarie del PD, di cui si dovrà vedere, più che il risultato, la partecipazione. La tesi era che, indipendentemente da chi vincerà, è preferibile che la scelta la facciano esclusivamente elettori e simpatizzanti del PD. 
Posto che, innegabilmente, oggi rappresenta il partito preferito dalle élite liberiste e dal potere economico-finanziario, non avrebbe senso per la sinistra rafforzarlo con un invito a partecipare alle primarie, sia pure nella speranza di scalzare Renzi. Perché tutta la nomenclatura del PD ha condiviso quella politica e le conseguenti scelte strategiche e le critiche post-referendum si sono rivolte piuttosto sulla gestione del potere, all'interno e negli apparati istituzionali, sull'esposizione personale e le modalità comunicative.
Perciò, voler dare una mano a quei poteri nella scelta della persona più adatta a portare avanti la loro strategia politica è solo autolesionismo.


Prima di svolgere qualche considerazione sulla "partita" successiva (i referendum sociali della CGIL) è ancora il caso di dedicare qualche parola all'obiezione che da più parti viene mossa alla tesi appena esposta: secondo alcuni, la scelta di estraniarsi rispetto alle scelte del potere dominante aprirebbe la strada al pericolo autoritario fascista. Sarebbe questo l'insegnamento della storia del primo dopoguerra nel Novecento e, ai giorni nostri, della vittoria di Trump, che lo scarso impegno della sinistra radicale per la Clinton avrebbe in fin dei conti favorito.
Intendiamoci, non si tratta di decidere se questa tesi sia giusta o meno. Come tutte le tesi basate sull'ipotesi di uno svolgimento degli eventi diverso dall'accaduto, ha la caratteristica di non essere dimostrabile (o, se si preferisce, falsificabile) ma al più verosimile. Né più né meno di tutte le tesi contrarie che sono state avanzate, purché non meno verosimili. In particolare quella secondo cui le cose sarebbero andate diversamente se la sinistra avesse colto in tempo, nel momento in cui l'imperialismo appariva inarrestabile, già prima della Guerra Mondiale, le contraddizioni che determinava all'interno delle società più evolute oltre che nelle colonie; e se fosse stata quindi in grado di contrastarle con maggiore forza ed efficacia. O quella secondo cui ora, negli USA, i Democrats non avrebbero aperto la strada a Trump se avessero compiuto una scelta diversa dal ritorno al clintonismo, come erano stati in grado di fare con Obama (che peraltro ha la responsabilità di non aver contribuito alla costruzione di un'alternativa, avendo anche sottovalutato l'avversione popolare a quella linea).


Passando ai referendum, la domanda è se si faranno. La discussione parlamentare è in corso, il PD (in particolare l'area contraria a Renzi) lavora allo stremo per evitarli, dovendo tuttavia onorare le cambiali firmate alla destra e quindi tenere il punto sul Jobs act.
Non è detto dunque che se si arriverà a una legge in tempo utile questa sarà tale da scongiurare il referendum. Indubbiamente però gli avvenimenti interni al Palazzo condizionano la preparazione della campagna referendaria e incidono sulle scelte di schieramento sia dei partiti che dei sindacati (solo la UIL ha deciso che affiancherà in ogni caso la CGIL se si andrà avanti). Oltre ad incidere sulla intensità e sulla capacità di presa del fronte del SI.
Non è un problema da poco, se si considera che occorre portare a votare circa sei milioni di elettori in più rispetto a quelli che hanno votato NO il 4 dicembre. Se anche immaginassimo (con un po' di ottimismo) che almeno due milioni di elettori si rechino ai seggi per votare NO, il SI deve raccogliere quattro milioni di voti in più rispetto ai NO al referendum costituzionale. E sono del resto chiare le ripercussioni negative che un'eventuale battuta d'arresto avrebbe sul clima politico generale a sinistra.


Per scongiurare questa eventualità, così come per evitare che una (improbabile ma pur sempre possibile) cancellazione provochi una caduta di tensione su un tema così importante, centrale per una proposta politica di sinistra, non c'è che una strada. Dar vita, senza aspettare ulteriormente, a una campagna battente contro il disastro provocato dalle politiche del lavoro degli ultimi quindici anni (ben prima che si avvertissero i colpi della crisi economica globale).
Di questo disastro i temi del referendum, voucher e ditte appaltatrici, sono manifestazioni odiose che suscitano particolare indignazione. Ma non è certo all'abolizione dei voucher e al ripristino dei diritti dei dipendenti di imprese che perdono commesse in appalto che potrà limitarsi il programma di governo della sinistra su lavoro e occupazione. Di più. Non sarà solo attraverso una modifica, per quanto profonda, diretta a tutelare i diritti dei lavoratori (e a ripristinare lo spirito della nostra Carta Costituzionale in questo campo) che si creeranno le condizioni per un'occupazione stabile e di qualità nel nostro sistema produttivo. È stata l'intera politica economica dei governi di matrice liberista, culminata nelle cosiddette riforme del governo Renzi, che ha prodotto il disastro economico e sociale in cui versa il nostro Paese, fanalino di coda anche tra i Paesi che di quella dottrina sono stati fedeli seguaci.
Tra bonus di stampo elettoralistico e incentivi alle imprese marginali, abbassando  le tutele di chi lavora - anziché promuovere investimenti e innovazione - o strizzando l'occhio alle aree grige e nere di illegalità e vera e propria criminalità, la competitività del nostro sistema produttivo è andata declinando paurosamente. E tutto questo è avvenuto mentre le imprese esposte sul mercato internazionale si accollavano l'onere di mantenere in equilibrio, anzi, in avanzo, la bilancia dei pagamenti evitando un disastro ancora peggiore, senza che da parte delle istituzioni (se non quelle locali, nei casi più fortunati) vi fosse il minimo sostegno.


Se tra gli obiettivi del Jobs Act vi era la creazione di posti di lavoro di buona qualità e a tempo indeterminato, stando ai dati attuali gli esiti sono assai deludenti. Salvo poche eccezioni, il sistema delle imprese sembra avere disinnescato i vantaggi degli incentivi tesoreggiando il minor costo del lavoro senza riqualificare i processi produttivi. Terminata questa fase, vi è il rischio di ritrovare un mercato del lavoro e un sistema produttivo in una condizione peggiore della precedente.
Il tono è diplomatico, il pezzo è pieno di eufemismi ma la sostanza è quella che potevate trovare già da qualche anno (per citare qualche esemplare di gufo che conosco) negli articoli di Marta Fana sul Manifesto o sul Fatto, o in quelli di Michele Raitano e Maurizio Franzini su Etica e Economia, o di Rita Castellani su Newnomics, o di Davide Serafin su Possibile, oltre che in questo blog. È però significativo che questi concetti si leggano ora su Affari e Finanza e sul sito di Repubblica, a firma di Giuseppe Travagliniii. La bolla virtuale costruita dalla narrazione renziana non si è sgonfiata, è esplosa di botto dopo il 4 dicembre e ha lasciato il posto a un vuoto di idee e di proposte che non saranno certo gli interventi legislativi anti-referendum a scongiurare. Il sindacato è arrivato tardi, diviso e sulla difensiva: ma non è al sindacato che si può chiedere di proporre e, soprattutto, di produrre atti riformatori in senso radicale in materia di lavoro, di welfare e di sviluppo.
Questo è lo spazio da coprire con una campagna politica sui temi del lavoro che parta dal referendum per sensibilizzare, mobilitare e coinvolgere chi paga il prezzo di quelle politiche e in particolare i giovani. Per l'elaborazione delle proposte su cui la sinistra dovrà battersi in Parlamento, nelle strade e nelle piazze, oltre che con tutti i mezzi di informazione. Questo è il risultato da ottenere perché l'occasione offerta dal referendum sia un successo. Comunque vada.

iTOTOPOLITICA 2017-2018
  • Quanta gente parteciperà alle primarie del PD?
    • E se la partecipazione sarà alta favorirà ancora Renzi, come nel 2013, o i suoi avversari?
    • E se sarà bassa quali presagi ne trarrà il vincitore?
  • Si faranno i referendum sociali?
    • Con quale risultato?
  • Nelle Amministrative quale sarà il risultato delle Civiche di sinistra (senza PD) nelle città principali (es. PA, GE)?
  • E dei Cinquestelle?
  • Quando si voterà?
    • con quale legge?
    • con o senza coalizioni?
    • con o senza capilista bloccati?
    • con quali soglie?
    • con quali e quanti collegi?
  • Quale tendenza prevarrà nell'area cuscinetto, tra il PD e la sinistra?
    • Alleanza con il PD, magari sfidando di nuovo Renzi in primarie bis, di coalizione?
    • O linea di demarcazione, a partire dai referendum?
  • Quale forma prenderà la sinistra?
    • Coalizione di persone, su programmi costruiti attraverso partecipazione e deliberazione condivisa, su candidati eletti attraverso primarie?
    • O accordo tra formazioni politiche (cari vecchi tavoli, ricordo di ripetuti disastri e di diabolica perseveranza)?
  • Tra queste ultime aree (“cuscinetto” e sinistra) quali rapporti si stabiliranno?

iihttp://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2017/03/06/news/pi_lavoro_ma_la_stabilit_una_sfida-159939129/


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