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Le primarie del PD e gli interessi del Paese

Il potere statale è un comitato che amministra gli affari della classe borghese.”
Dal 1848 questo passo del Manifesto del Partito Comunista è stato a lungo un caposaldo del pensiero politico di sinistra. È diventato di nuovo di attualità ora che, con la fine della divisione del mondo in blocchi, il capitalismo di mercato è tornato ad essere sistema sociale globale come ai tempi di Marx-Engels. Ma, archiviata l'esperienza del “socialismo reale” che lo confinava in una dimensione di parzialità, anziché celebrare il suo trionfo e la fine della storia ha invece mostrato, perfino ingigantita, la sua natura contraddittoria.


Non si parla più di “comitato d'affari della borghesia” ma di élite dominanti, di establishment, di poteri forti, di 1%. Cambiano locuzioni e accezioni, come cambiano le forme della politica e delle istituzioni, ma un concetto elementare è di nuovo radicato nel comune sentire: la società è stratificata, pochi stanno in cima e quei pochi pretendono di comandare (oligarchia) perché, stando in cima, si proclamano migliori (aristocrazia): in realtà, perché hanno più da perdere e più strumenti di dominio.
A ben vedere il concetto non è nuovo: anzi, è lo stesso che aveva portato la borghesia a rivendicare un potere da cui era esclusa e che ora esercita occupando la posizione dominante contro cui aveva combattuto. Di qui il paradosso per cui la democrazia rappresentativa, il sistema politico che la borghesia ha costruito come strumento per rovesciare il dominio dell'aristocrazia, oggi è sottoposta a tensioni e incrinata nelle sue fondamenta ad opera proprio della classe sociale di cui è figlia.


Perché questa premessa, perché prenderla così alla lontana?
Perché, a quasi trent'anni dall'inizio del “nuovo (dis)ordine mondiale”, qualunque pensiero politico, dal più locale e contingente al più generale, se prescinde da questo dato di fondo resta monco, acefalo. La sinistra vive questo problema, avendo scommesso nell'ultimo quarto di secolo sulla possibilità di convivere con questa contraddizione e anzi di dimostrarsi capace, più e meglio del potere che la produce, di domarla e contenerla.
Il filo di Arianna va dunque riannodato, per uscire dal labirinto. Lo hanno fatto i movimenti “99%”, che oggi incalzano le formazioni tradizionali della sinistra: ma non è più un problema di divisione interna alla sinistra, di competizione tra due sinistre. Serve invece un richiamo alle origini della questione perché quella scommessa è persa e chi vuole perseverare è destinato a perdersi, se non lo è già. La globalizzazione produce un'illusione ottica perché sembrano ridursi i divari tra i popoli, ma quel che conta è che aumenta la distanza tra i primi e gli ultimi, in un modo che la rende sempre più intollerabile.

È così che, volendo riprendere il tema del post precedente, per esaminare le prospettive della politica italiana dopo la fine della Seconda Repubblica si devono prendere in considerazione i progetti di quella che definiamo come oligarchia, o aristocrazia, dominante nel nostro paese. Perché è vero che occorre avere un progetto migliore, ossia in grado di migliorare la condizione della maggioranza, del 99% che paga il prezzo più caro per una politica che mira alla conservazione del sistema. Ma non basta, se non ci si misura con i propositi e le mosse delle altre forze in campo.
Tornando dunque alla schedina con cui chiudevo quel post, scherzandoci sopra ma mica tanto, ricordo di aver posto all'inizio una domanda prima delle altre:
    1) Quanta gente parteciperà alle primarie del PD?
  • E se la partecipazione sarà alta favorirà ancora Renzi, come nel 2013, o i suoi avversari?
  • E se sarà bassa quali presagi ne trarrà il vincitore?
Mi sembra di poter dire che, con quello che sta succedendo dalle parti di Rignano (sull'Arno, anche se forse l'altro Rignano è persino più importante), le azioni di Renzi siano in calo verticale, almeno nell'establishment che per tre anni ha puntato tutto su di lui. Vederlo - a confronto con due dei suoi più fedeli sostenitori - chiedere pena doppia per il padre se fosse colpevole (ricordate Berlusconi che scommetteva “sulla testa dei suoi figli”?), rivendicare di non aver mai scaricato i “suoi” (“né mai lo farò”), sviare il discorso ogni volta che gli si chiede conto del fatto che le accuse non provengono da oscuri complottardi ma da uomini del suo giro, potrebbe suscitare compassione ma intanto certifica la sua débacle. Dopo Napolitano (per non dire la UE) e il CdA del Corriere è adesso il gruppo editoriale concorrente a vacillare. E non è certo un'assicurazione sulla vita avere dalla sua il Cav e i suoi antichi sodali.


Allora, posto che le primarie si faranno, la domanda sulla partecipazione mi sembra pertinente: Renzi può ancora vincerle (se insiste) ma se la partecipazione è quella ristretta ai “resistenti” del PD la sua vittoria ribadisce la sua debolezza e lascia i “poteri forti” con in mano il classico cetriolo.
Mettiamo però che qualcuno scommetta sulla possibilità di vittoria (anche grazie ad apporti esterni) di uno dei due competitor. Si sa che Orlando piace alla gente che conta. Che non conta però su grandi numeri (tra l'altro, per aiutarlo quella gente dovrebbe affossare definitivamente Renzi senza però perdere credibilità, due condizioni difficilmente conciliabili). Perciò, se quei numeri crescessero per apporto esterno si rafforzerebbe proprio quel potere che è necessario scalzare (o, per i più gradualisti, indebolire sensibilmente), con il conseguente naufragio di qualunque ipotesi di cambiamento reale. Sarebbe autolesionismo. Il fine ragionare di D'Alema quando dice che “se vincesse sarebbe un interlocutore” presuppone questa condizione: che vinca in condizione di debolezza, cioè con una partecipazione inferiore alla metà di quella del 2013 (allora furono 3 milioni). Senza aiutini.
C'è poi Emiliano che l'apporto esterno lo chiede esplicitamente. Con un ragionamento che sembra fatto apposta per alimentare i luoghi comuni sullo spirito levantino dei baresi e che, detto a mezza bocca, si traduce con “non avete niente da perdere, perché se vinco riporto il PD a sinistra, e se perdo sapete che non resto un minuto di più, in barba alle regole delle primarie”. Ma, di nuovo, può essere interlocutore solo se vince con le sue forze (scarse): perché se perde, l'apporto esterno migliora solo il risultato di partecipazione per gli altri due; se invece vince con alta partecipazione … sareste disposti a scommettere un centesimo su dove porterebbe un PD di nuovo legittimato a credersi pilastro del sistema politico italiano? Sicuri che andrebbe a sinistra?


Conclusione: non per un astratto principio etico, ma per ragioni strettamente politiche partecipi alle primarie del PD chi è convintamente intenzionato a votare PD. Del resto, si stanno almeno confrontando sugli interessi del Paese? O parlano solo di sé? Può bastare qualche parola sui voucher? 
A questo proposito, la seconda domanda che ponevo nel post precedente era:
    2) Si faranno i referendum sociali?
Un po' per volta cerchiamo di andare avanti a compilare la schedina del Totopolitica.

Galleria: riproduzione di opere di Georg Grosz

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