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Il sovversivismo della destra e la lezione olandese

Le elezioni olandesi hanno offerto una nuova occasione alla destra liberista, al potere in gran parte del mondo sviluppato, per celebrare la vittoria sul populismo e tirare un respiro di sollievo.
La sconfitta della minaccia populista è di buon auspicio per la prossima scadenza, le presidenziali in Francia. Dove diversi personaggi (non necessariamente diverse versioni) della destra in doppiopetto si contendono il ruolo di anti-Front National, con l'idea che preluda certamente al ruolo di Presidente in pectore.

In questa esultanza è contenuto un sottinteso neanche troppo nascosto che è poi il messaggio che si vuole veicolare: solo il potere costituito, la destra liberista, può fare da baluardo per arginare l'espansione della destra populista, nazionalista, antieuropea, xenofoba, e salvare la democrazia e i valori dell'Occidente. Che (postilla) sono sotto attacco anche sul fronte del terrorismo islamico.



Ma il fatto che questa sia la lettura prevalente non significa che le cose stiano davvero così. È un rito che si ripete, ma è sempre meno originale. Dovrebbe apparire lapalissiano, self-evident, ma i conti non tornano. Ci sono un po' troppe “evidenze contrarie”. Eccone alcune.
Non si è notato alcun panico delle Borse per la vittoria di Trump. Piuttosto, euforia.
La vittoria della Brexit non ha messo in crisi i Tories. Piuttosto, l'UKIP. Chi gestisce l'uscita dall'Europa (non dall'Euro, che l'UK non ha mai conosciuto), non è Farage (chi era costui?) ma la May. E la City sta da quella parte.

Ancora: non ci sono differenze sostanziali tra il programma di Rutte e quello di Wilders in materia di immigrazione, di stato sociale, di assetto istituzionale, di fisco. Non ce ne sono altre, rilevanti, a parte il tema dell'uscita dall'Europa (e dall'Euro, in questo caso) che il PVV considera condizione necessaria per quel programma mentre il VVD la vede come un azzardo. E non è lo stesso per i programmi di un Fillon (o Juppè) rispetto alla Le Pen?



La verità è un'altra. Dopo la caduta del Muro, che ha alimentato l'illusione che oltre alla divisione del mondo in blocchi fosse finita anche la lotta di classe, si è sviluppato un intenso processo di crescita delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza.
Il fatto che la stragrande maggioranza della popolazione mondiale abbia visto aumentare le distanze dalla cima della piramide e che per un'enorme quantità di persone siano perfino peggiorate le condizioni di vita ha avuto una conseguenza diretta sul piano politico. La logica dei numeri che è alla base della democrazia rappresentativa (una testa un voto, stato di diritto, sovranità popolare) ha messo fortemente a rischio l'egemonia politica esercitata dalla classe che detiene il potere economico e occupa il vertice sempre più ristretto della piramide sociale.
Accade così che il sistema politico che la borghesia ha costruito come strumento per rovesciare il dominio dell'aristocrazia, oggi è sottoposto a tensioni e incrinato nelle sue fondamenta ad opera proprio della classe sociale di cui è figlio.

Per questo, la destra impresentabile non è la nemica del potere costituito, il populismo non è un corpo estraneo, incompatibile con l'assetto politico prevalente, ma uno degli strumenti a cui quel potere fa ricorso. Perché altrimenti risulterebbe arduo acquisire il consenso di strati sociali che, se dovessero seguire il loro interesse economico, si sottrarrebbero ben volentieri a quel genere di tutela.
Sovversivismo delle classi dirigenti. Di questo si tratta. E non a caso questo concetto, espresso un secolo fa da Gramsci per spiegare la nascita del fascismo in Italia, descriveva un fenomeno non solo italiano che, allora come oggi, era il prodotto di una illusione di onnipotenza. Quella che ha caratterizzato, nella prima fase storica in cui il sistema economico capitalistico aveva raggiunto una dimensione planetaria, la borghesia che di quel sistema era il motore. La stessa illusione di onnipotenza che di nuovo si è manifestata dopo il 1989.




La storia non sta ferma e non si ripete mai uguale. Le élite attuali si sentono (generalmente) al riparo dal rischio di dover mettere in conto l'eventualità di un ricorso alla forza e di una svolta autoritaria. Ma il passato insegna a comprendere il presente. E oggi le tensioni esplosive che si sono accumulate sono enormemente più elevate rispetto ad allora.

E l'Italia si ritrova ad essere un anello debole, anche culturalmente, avendo prodotto meno anticorpi in seno alla società rispetto alla tentazione di una soluzione forte. I fascisti usati come “un taxi a cui si paga la corsa e alla fine si scende” (solo una personalità come Enrico Mattei poteva permettersi il lusso di dirlo così, papale papale) sono un'abitudine inveterata della democrazia postfascista. E sono molti gli episodi della nostra storia recente in cui scendere da quel taxi è costato caro e la corsa è stata pagata col sangue: non di chi aveva usato il taxi, però, bensì degli antifascisti.



Vista in questa luce, la parabola delle socialdemocrazie europee non può sorprendere. Che il PvdA (i laburisti olandesi) dall'essere il secondo partito con 33 seggi si ritrovi settimo partito con 9 seggi colpisce per la dimensione e la repentinità. Ma il PSF e il PSOE non stanno meglio, per non dire del PASOK. Ho lasciato il PD senza tentennamenti né ora ho dubbi sulla sua natura e sulla sua prospettiva ma non mi unisco al coro del disprezzo perché credo che il suo travaglio meriti rispetto. Lo considero però molto meno nobile di quello di altri partiti del PSE perché la corsa a destra, la pretesa di sostituirsi alla destra nel puntellare l'ordine costituito, è avvenuta con largo anticipo rispetto alla media, in modo precipitoso e ben poco ragionato rispetto agli altri precursori (il confronto, in particolare, è con la Terza Via blairiana). Così che oggi al PD mancano persino le condizioni culturali e ideali per immaginare un cambio di rotta come quello che il Labour sta tentando faticosamente con Corbyn.

L'aspetto più grave del collasso della sinistra del Novecento è però la steppa arida che lascia dopo di sé. La scommessa che sta davanti alla sinistra è quella di scongiurare il pericolo che il superamento dell'ordine attuale passi per una fase di disastri ancora maggiori per gli strati più deboli della società. Sinistra e progresso non possono evocare mai più lutti e disgrazie, in particolare per gli ultimi, ma liberazione e realizzazione di sé. Felicità, dissero i costituenti americani, e questo deve dire ora la sinistra.




Quindi la steppa arida deve tornare ad essere fertile: ricca di idee, di passioni, di sogni, ma anche di esperienze, di vite vissute, di obiettivi realizzati. Il mondo nuovo non può essere solo sognato, si deve già cominciare ad abitarlo. Questa sarà la cifra distintiva della sinistra del XXI secolo rispetto a quella del Novecento, perché altrimenti si perderà.

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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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