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Programmi: ragioniamo sulle priorità

Parliamo di programmi, questo si chiede a gran voce: come usciamo “a riveder le stelle”, da questa situazione buia. E poi, è su questo che si costruisce l'unità.

Una prima risposta è che ne usciamo insieme, con un impegno collettivo. Ragionato, strutturato, regolato, non estemporaneo né “avanguardistico”. Ma di questo ho parlato fino alla noia, e continuerò a battere su questo tasto finché mi toccherà assistere a manovre inconcludenti.

Occorre poi chiarire un altro aspetto preliminare: che cosa deve riguardare, come deve essere inteso.

Gli errori da evitare. Gli insegnamenti del passato
La vicenda del programma dell'Unione nel 2006 dovrebbe insegnarci qualcosa. Allora i sondaggi davano vincente Prodi e il centro-sinistra (andò poi così, ma con un margine molto esiguo) per cui il programma sembrava dovesse essere l'elenco dei provvedimenti da adottare in ciascuno degli ambiti di governo, con l'ottica di non dover scontentare nessuna delle forze politiche “unioniste” e di dare modo a ciascuna di lasciare una sua impronta riconoscibile. Ne scaturì un documento di oltre 250 pagine, senza nessuna organicità, del tutto incomprensibile (peggio, illeggibile) e privo di interesse per la quasi totalità degli elettori cui era, teoricamente, indirizzato.
Non funzionava. Ma neppure ha funzionato il programma, agile e snello, di Italia Bene Comune sette anni dopo, elenco di indirizzi di fondo, poco più che suggestioni e dichiarazioni di intenti, senza concretezza, non esigibili. Tanto è vero che...

Partire dalle priorità e dalle scelte di impiego delle risorse.

Fatte queste premesse, che l'impegno debba essere collettivo non impedisce di entrare nel merito: il discorso pubblico (l'agorà) va alimentato, perché il processo di elaborazione e deliberazione prenda corpo. Per parte mia, mi sono già espresso sui due grandi ambiti in cui ritengo andrebbero investite la maggior parte delle risorse disponibili. I giacimenti in cui sono riposte le grandi ricchezze potenziali della nostra società nazionale. Il nostro territorio, nella sua conformazione naturale e nel sedimento culturale prodotto dalla storia. La conoscenza, portando il nostro sistema di istruzione pubblico ai livelli più avanzati oggi raggiungibili nel mondo, risalendo le decine di posizioni che abbiamo perso negli ultimi decenni.


Priorità che non costano. Una legislazione equa in materia di lavoro
Dobbiamo però tener conto del fatto che ci sono priorità che richiedono risorse immateriali, che non vanno quantificate. Richiedono piuttosto, quello sì, un chiaro investimento politico se si punta a sovvertire gli indirizzi prevalenti, da molti anni a questa parte, nel nostro paese (e nel mondo).
Cito per primo il problema della precarizzazione del lavoro e dei bassi salari che dovrebbe avere un posto centrale in qualunque programma che punti insieme all'eguaglianza e alla creazione di ricchezza per la comunità. Non che non si possano rendere necessarie anche risorse pubbliche, da quantificare, nella misura in cui si devono creare posti di lavoro che richiedono investimenti e una politica adeguata per sostenerli. Prima ancora però è richiesto un intervento regolatorio che ripristini condizioni eque nel rapporto contrattuale tra imprenditore e lavoratore.
È un intervento gravoso: sul piano politico, culturale, dei valori; ma non tocca un centesimo delle finanze pubbliche. Abolire i voucher, ripristinare la tutela reale per i licenziamenti privi di giusta causa, disboscare le altre forme contrattuali elusive, combattere il lavoro nero sono misure che non costano (il rafforzamento dell'attività ispettiva, anzi, aumenta in tendenza le entrate fiscali).



Distribuire diversamente le risorse. Tra presente e futuro...
Altre misure vanno poi considerate all'interno di un trade off, uno scambio bilanciato, tra benefici attuali e futuri; oppure tra questa platea e quell'altra.
Ad esempio, abolire il Fondo Gestione Separata dell'INPS (relativo ai parasubordinati) e ricondurlo nel sistema previdenziale pubblico degli autonomi, accanto a una regolazione dei rapporti di lavoro che semplifichi e riunifichi il lavoro dipendente, comporterebbe una diminuzione nell'immediato delle risorse disponibili per l'INPS e costringerebbe a rivedere l'equilibrio complessivo tra contributi e prestazioni: con una redistribuzione immediata ma anche una modificazione delle aspettative future che potrebbe avvenire all'insegna di una maggiore equità: tra lavoratori "forti" e deboli ma anche tra generazioni. E il maggior onere che peserebbe oggi sull'INPS potrebbe essere compensato da un alleggerimento della futura spesa per assistenza.



...tra chi è in alto e chi è in basso
Oppure, se si ristabilisse una reale progressività del sistema fiscale, come Costituzione vorrebbe, i percettori di reddito più elevato (per dire, quelli dai 200.000 euro annui in su) perderebbero reddito disponibile pagando più tasse, ma quelle risorse potrebbero essere destinate ad elevare la quota esente (la “no tax area) o a finanziare il reddito minimo garantito per chi è al disotto della soglia di povertà. Il saldo per la finanza pubblica sarebbe zero (o risulterebbe comunque alleggerito) ma si sarebbe operata una redistribuzione di reddito dall'alto verso il basso, invertendo la direzione nella quale ha operato finora, a partire dalla svolta degli anni Ottanta inaugurata dalle amministrazioni di D, Reagan e M. Thatcher, estese via via a tutto il mondo capitalistico.



I vincoli esterni. I trattati e i mercati
Esistono dunque scelte politiche, come quelle appena citate, che possono essere considerate prioritarie, parti di grande “sostanza politica” di un programma, prima di affrontare un qualunque problema di risorse pubbliche, in quanto non costano. Non è un fatto secondario, alla luce del dibattito attuale, anche a sinistra, sull'Europa e sull'Euro. Quando si afferma che politiche sociali in contrasto con la “svalutazione interna” del lavoro sono precluse dall'adesione ai trattati, si cade in una imprecisione. Sono sì precluse, ma dal modo in cui la maggioranza che sostiene il nostro governo nazionale interpreta quei trattati. Nessuna delle misure fin qui elencate, così come molte altre (dalla reintroduzione della TASI per le abitazioni di maggior pregio o della tassa di successione, all'abbassamento del tetto del contante, o alla riduzione delle sovvenzioni alla scuola o alla sanità privata, tanto per dire) potrebbe essere impedita da una qualche autorità esterna. Neanche la drammatica esperienza greca, con il ricatto operato dalle istituzioni internazionali (non solo europee) nei confronti di quel governo di sinistra, dimostra questa tesi perché quel ricatto non è applicabile nel caso italiano. Non si può dunque usare l'Europa come alibi per coprire la politica di destra del nostro governo.
Diverso è il discorso quanto al condizionamento dei mercati, che esiste ed è potente. Un discorso che ci porterebbe lontano. Ma non si deve dimenticare che la finanza poggia sul calcolo probabilistico. E scommettere contro una scelta politica, che magari si considera dannosa ma è sostenuta da uno schieramento, politico e sociale, coeso, comporta sempre un rischio molto alto...



Investire sui "giacimenti": territorio, conoscenza. Scelta a lungo termine
Anche per le due priorità che ho indicato, i “giacimenti”, c'è da considerare che la loro attuazione richiede una programmazione a lungo termine e quindi, una volta stimato il fabbisogno complessivo, le risorse possono essere cadenzate diversamente nel tempo. Anche in questi campi va poi messo in conto un intervento rilevante in materia di regolazione, che non pesa sulle casse dello stato. Inoltre in qualche caso, come per la messa in sicurezza del territorio, il risparmio energetico e la riconversione, il ciclo dei rifiuti, e in generale in materia ambientale, c'è molto da innovare nell'immediato sul piano dell'enforcement delle regole, ossia la capacità di farle applicare, prima ancora della loro revisione. Mentre per la scuola e per l'istruzione, per la ricerca, per il patrimonio culturale è consigliabile rinviare l'intervento sul quadro regolatorio a un secondo momento, per dare la precedenza alla rimessa in moto dell'attivazione sociale dei protagonisti diretti senza prolungare ulteriormente lo stress da instabilità. Purché, qui sta il punto centrale, l'investimento di risorse abbia una consistenza significativa sin dall'immediato e si traduca velocemente in interventi concreti, inseriti in un cronoprogramma trasparente e controllato nella sua attuazione.



Uscire dalla bolla elettoralistica del renzismo
Inserirei a questo riguardo una considerazione sul bilancio del governo Renzi, per non imbattermi nell'obiezione che le due priorità che ho indicato sono state ripetutamente poste da Renzi in cima all'agenda. Per dire che:
a) non mi sembra ci sia tema (tra quelli che ho toccato qui o tra tanti altri che hanno comunque la loro importanza) che non abbia avuto almeno una volta l'onore di essere posto in cima all'agenda: era il suo stile, perfino sul lavoro ha proclamato infinite volte che il JobsAct era pensato per risolvere una priorità assoluta come la disoccupazione e la precarietà dei giovani;
b) se quello che conta sono i fatti, nonostante sia rimasto in carica 1.000 giorni si fa fatica a trovare qualche provvedimento (senza ripetere le solite unioni civili), magari insufficiente, che vada almeno in una direzione condivisibile;
c) l'impiego delle risorse è stato deciso in base al solo criterio elettoralistico, nell'idea di acchiappare voti nel bacino “centrale” della popolazione (per reddito soprattutto, prima che per orientamento) nel presupposto (sbagliato) che fosse quello numericamente decisivo.
E non si è trattato di risorse col contagocce perché stiamo parlando, su tre leggi di stabilità, di oltre 50 miliardi di euro, ovvero più del 3% del PIL: con i risultati – per l'economia, l'occupazione giovanile, la diffusione della povertà, la qualità dell'istruzione, la messa in sicurezza del territorio, ecc. ecc. – che sono sotto gli occhi di tutti (a parte i fan).


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Anche questo, per tornare sull'argomento, andrebbe considerato quando si fanno i conti con i vincoli europei. Sono sbagliati e ispirati a una dottrina economica e soprattutto a una linea politica da combattere. Ma non sono così rigidi come si vuole far credere. Spagna e Francia (tra i grandi paesi) godono di una notevole benevolenza (la Spagna è oggetto di procedura di infrazione ma nessuno se n'è accorto). Il fatto è che per avere potere contrattuale occorre essere credibili (oppure si deve spiegare perché l'Italia dovrebbe essere bersaglio più degli altri). Ma non si è credibili se si buttano i soldi dei cittadini dalla finestra, si convive (eufemismo) con evasione fiscale, corruzione e lavoro nero e per di più ci si atteggia a leader continentale.
E non si è credibili se si disprezza la coesione e si sceglie la disintermediazione. Si fa solo un grande favore alla intermediazione finanziaria.

GALLERIA
Dall'asilo nido impariamo a condividere e collaborare. In questo l'Italia è avanguardia nel mondo. Poi, crescendo, entrando nell'agone politico, l'agonismo...

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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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