Passa ai contenuti principali

Fine della Seconda Repubblica. Opportunità e incognite

Non era difficile prevedere, sin dalla vigilia del referendum, che con la vittoria del NO avremmo assistito al tentativo della “vecchia guardia” del PD di riprendersi il partito. E che sarebbe però fallito perché quelli della Ditta “senza più il “corpaccione”, il ”ventre molle” definitivamente bruciato dall'adesione al renzismo, avrebbero dovuto rassegnarsi alla definitiva marginalità.” Avrebbero potuto tentare, tutt'al più, di riconquistare un minimo di credito in chi ha lasciato il PD ma è rimasto nei suoi paraggi. Avendo però pochissime chance di estendere quel credito al corpo elettorale.
Lo scrivevo il 3 dicembre: il referendum avrebbe inevitabilmente determinato la fine del PD, indipendentemente dall'esito.
Certo, avrebbe influito sul come PD sarebbe finito, ma non sul se il progetto per cui era nato sarebbe sopravvissuto. Un conto, in caso di vittoria del SI, una cavalcata (trionfale o arrancante non si sa) del PD renziano verso il centro-destra, le politiche mainstream e il populismo tracotante. Tutt'altro conto un renzismo sconfitto, costretto a dare addio al sogno di ricostruire la DC “provenendo da sinistra” e a ripercorrere i passi dei Casini, dei Rutelli, dei Monti e dei Mastella (con maggiore fortuna, immagina Renzi, ma è tutto da dimostrare). Nell'un caso come nell'altro, tuttavia, del PD sarebbe rimasto solo il nome. E la sinistra sarebbe stata obbligata a cercare di percorrere altre strade. Leccandosi le ferite, se avesse vinto il SI, o provando a ripensarsi e a riordinare le idee sul mondo, la politica, la vita delle persone intorno a noi se il NO avesse vinto (contro quello che la maggior parte della sinistra aveva previsto).
Non solo, ma con la fine del PD il referendum avrebbe segnato la fine della Seconda Repubblica.


Insomma, in ogni caso la sinistra sarebbe stata chiamata a uscire dalla sua pelle. Altrimenti, se fosse rimasta attanagliata nei vecchi schemi mentali e nei vecchi rituali, avrebbe corso il rischio di lasciare campo aperto, al netto della inevitabile diffusione di disincanto e rassegnazione, al monopolio della rappresentanza degli “sconfitti della globalizzazione” in mano ai Cinquestelle. Che più di chiunque altro avrebbe potuto intestarsi la vittoria, almeno sul piano dell'apporto quantitativo (quello qualitativo, argomenti di merito e mobilitazione, in effetti è venuto quasi esclusivamente dalla sinistra diffusa).

Obiettivamente, questo rischio a tre mesi dal referendum è ancora attuale, anche se i limiti intrinseci del M5S stanno emergendo con sempre maggiore evidenza ora che tutti gli occhi sono puntati su di loro (in particolare, ovviamente, su Roma) come realistica alternativa di governo.
Intanto, hanno finito per giocare a loro favore le campagne sgangherate, a suon di bufale, della grande stampa. Nella vicenda dello stadio hanno goduto anche del vantaggio che derivava dal grande imbarazzo, sul merito della questione, di tutta la maggioranza di regime dopo le dimissioni di Berdini. Non solo per il modo in cui erano avvenute, ma perché prendere le difese dell'assessore che più aveva osteggiato il progetto votato dalla maggioranza PD con la benevola astensione della destra (che il progetto aveva sponsorizzato già all'inizio) sarebbe stata un'acrobazia poco spiegabile.


Tuttavia, anche se la conclusione raggiunta in extremis ha permesso ai 5Stelle di evitarsi l'accusa di saper dire solo no, senza mai compiere alcun atto di governo, l'andamento di questa vicenda è stato costellato di episodi che mettevano in evidenza tutti i punti deboli del Movimento.
Non tanto perché non sono riusciti a seguire una linea coerente e condivisa animata da una chiara visione di città, visto che le forze politiche, di governo e di opposizione, nei quattro anni in cui si era dipanata la vicenda avevano fatto anche peggio. Piuttosto, perché il trasversalismo, alla prova dei fatti, davanti ad una scelta di natura politica, ha rivelato la sua artificiosità e si è aperta una crepa profonda tra visioni e scelte di valore difficilmente conciliabili (come a Parma sull'inceneritore, a Livorno sull'azienda rifiuti, a Quarto sulla trasparenza). E la struttura proprietaria del movimento, al momento delle decisioni più complesse, non risolvibili con una democrazia della rete ridotta a un si/no, ha rivelato la sua vera natura con la “tutela dall'alto” dei rappresentanti eletti, privati così di rappresentanza, in barba alla democrazia.


Nessuno si illuda però che queste defaillances del M5S aprano da sole chissà quali spazi alla sinistra. Se alienano simpatie, non le spostano su un quadro politico che continua a offrire nell'insieme uno spettacolo penoso. Non verso la destra stretta tra il ritorno all'ottuagenario Berlusconi e l'avventura di una Lega sempre più estremista e incarognita; né verso un PD aggrappato alle sorti di un Renzi privo dell'aura di “quello che fa vincere”. Ma neppure verso una sinistra ancora alla ricerca della ricetta per unire gli elettori attorno a un progetto, anziché riunire le burocrazie attorno a un tavolo.
Per questi motivi, non mi sembra meno grave il rischio incombente oggi, rispetto al 4 dicembre: è solo più pesante il rischio di disincanto e rassegnazione, se non prende corpo un'alternativa credibile a sinistra, rispetto a quello di un en plein del M5S. Quella di Grillo, “possiamo partire per i tropici che tanto incasseremo un bel 40% tornando al momento delle elezioni”, è un'ottima battuta per dipingere il quadro desolante offerto dalla maggioranza e in particolare dal PD pur con tutta l'informazione asservita: ma dimostra di comprendere poco quale sia lo stato d'animo dell'elettorato che ha voluto dare un sonoro ceffone al giovanotto di Rignano.


Potrà intercettarlo la sinistra, quello stato d'animo? C'è molta strada da fare. Quella ricetta ancora non c'è, mentre si devono sciogliere alcune incognite, più intricate che mai.
Per ora ci si può fermare qui, elencando le principali.

  • Quanta gente parteciperà alle primarie del PD?
  • E se la partecipazione sarà alta favorirà ancora Renzi, come nel 2013, o i suoi avversari?
  • E se sarà bassa quali presagi ne trarrà il vincitore?
  • Si faranno i referendum sociali?
  • Con quale risultato?
  • E nelle Amministrative quale sarà il risultato di Civiche di sinistra (senza PD) a Palermo e Genova (per dire le città principali)?
  • E dei Cinquestelle?
  • Quando si voterà?
  • con quale legge?
  • con o senza coalizioni?
  • con o senza capilista bloccati?
  • con quali soglie?
  • con quali e quanti collegi?
  • Quale tendenza prevarrà nell'area cuscinetto, tra il PD e la sinistra?
    • Alleanza con il PD, magari sfidando di nuovo Renzi in primarie bis, di coalizione?
    • O linea di demarcazione, a partire dai referendum?
  • Quale forma prenderà la sinistra?
    • Coalizione di persone, su programmi costruiti attraverso partecipazione e deliberazione condivisa, su candidati eletti attraverso primarie?
    • O accordo tra formazioni politiche (cari vecchi tavoli, ricordo di ripetuti disastri e di diabolica perseveranza)?
  • Tra queste ultime aree (“cuscinetto” e sinistra) quali rapporti si stabiliranno?
Dimenticavo, una incognita che pesa sulla politica:

  • Ma il Fosso di Vallerano sarà messo in sicurezza o potrà esondare? 
Perché sta diventando uno dei problemi più discussi a Roma. E non sarebbe nemmeno un brutto segnale, se suscitasse interesse vero ...

Ci si può divertire con le risposte come con la schedina Totocalcio di un tempo. Scherzi a parte, conviene muoversi con cautela, lanterna in mano, per cercare non solo di rispondere ma di incidere.

Le immagini di questo post illustrano il Fosso di Vallerano, di cui si è parlato molto a proposito del nuovo Stadio della Roma

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

C’ È ANCORA UN FUTURO PER I PARTITI?

Il progetto di dare vita a un partito di sinistra alternativo ai tre poli e alle politiche liberiste, stando al risultato del 4 marzo, non ha convinto l’elettorato. Il calo sensibile del PD non ha prodotto un travaso di voti verso la sinistra, che ha invece seguito, fatte le debite proporzioni, la stessa sorte.
Riletta in questa luce, l’ipotesi su cui era partito il “percorso del Brancaccio” potrebbe sembrare avvalorata. L’appello agli esclusi, ai senza voce e ai senza rappresentanza, basato su una presa di distanza radicale dalle politiche che hanno ampliato le diseguaglianze e alimentato l’esclusione, può essere vista come l’unica strada da tentare per restituire a quel popolo la sinistra di cui avrebbe bisogno e alla sinistra politica il popolo che ha perduto. Sarebbe però un’ingenuità. Come lo sarebbe pensare di cavarsela attribuendo tutta la responsabilità dell’insuccesso all’autoreferenzialità o alla miopia dei gruppi dirigenti che hanno dato vita alle due operazioni uscite sconf…

Che (bruttissimo) tempo che fa

Se il PD fosse il partito che prometteva di essere alla fondazione, “non autosufficiente ma maggioritario, non la pura conclusione di un cammino ma una forza del cambiamento”[1] la Direzione che si riunisce, per la prima volta dal 4 marzo[2], per valutare la strada da intraprendere non avrebbe all’o.d.g. la decisione di aprire o meno il confronto con i Cinquestelle per formare il nuovo governo ma un tema di respiro decisamente più ampio. Se fosse quel partito, il suo gruppo dirigente sarebbe chiamato a dibattere sulla situazione sociale e politica del paese quale emerge del voto e, su queste basi, a formulare una proposta, come partito, per il futuro del paese. Da rivolgere agli elettori e alle forze politiche con cui deve misurarsi.

Ma quel partito non è mai nato. E il partito che è nato ha concluso la sua storia. Dopo anni convulsi, in cui ha cambiato cinque segretari in sei anni e tagliato le gambe, al momento della scelta del nuovo Presidente della Repubblica nel 2013, al suo candi…