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LA SINISTRA E IL CORAGGIO DELLA DISCONTINUITÀ

La risposta a una crisi inedita non può seguire schemi del passato

Una parte notevole di chi ha votato NO al referendum si sente di sinistra ma è disorientata. Perché le risposte che cerca non le trova nella sinistra, che identifica con il PD.
Eppure, solo la sinistra può proporsi di dare risposta agli ampi settori della popolazione che hanno pagato a più caro prezzo gli effetti della globalizzazione e delle ricette liberiste. Perché non siamo di fronte a una delle solite crisi cicliche del capitalismo ma a una transizione di fase che non potrà essere gestita dalle stesse forze che, con la loro impalcatura ideologica, a difesa dei loro interessi, hanno generato la crisi.

In Italia però la sinistra fuori del PD non si dimostra in grado di raccogliere questo appello; mentre quella che si è rifugiata nel M5S non riesce a dettare l'agenda e subisce le contraddizioni che hanno segnato quel Movimento dalla nascita (e che le ultime convulsioni portano sempre più allo scoperto).
Che fare dunque, in una situazione sempre più involuta per colpa di una classe politica che si dimostra sempre più inadeguata e in balìa di poteri sottratti al controllo democratico?


I soggetti per cambiare: nel vuoto politico a sinistra, forze in movimento...
Riprendo questo tema toccato, in vista del nuovo anno, nei due post precedenti, andando avanti nell'esame dei tentativi in corso a sinistra del PD: in particolare la fondazione del partito di Sinistra Italiana. 
La bozza di statuto posta in discussione dichiara l'ambizione di andare oltre i confini della tradizionale rappresentanza (la sinistra "critica" del PD) quando pone come impegno prioritario, “quello di unire i movimenti, le forze e le persone che intendono rispondere alla crisi sociale ed ecologica creata dal capitalismo per costruirne una alternativa”. La domanda è se questa premessa trova riscontro nei fatti.

Alla base delle considerazioni che ho proposto c'è questo assunto: quei “movimenti, forze, personenon sono solo soggetti passivi cui chiedere un voto. Che non basta appoggiare qualche loro battaglia e neanche essere al loro fianco nelle difficoltà della vita quotidiana. Occorre che siano convinti di avere nelle proprie mani il potere; di essere cioè padroni delle scelte e delle azioni che si compiono. Da questo punto di vista ho elencato nel post precedente i motivi per cui il segnale che proviene dal congresso di S.I. è confuso e debole, accompagnato da troppi atti di segno contrario. In più, finché l'attenzione è tutta concentrata sui rapporti con il PD è lecito il dubbio che non si creda veramente nella prospettiva dichiarata e che ci si stia confinando ancora in un ruolo ancillare, come osserva con parole chiare Gilioli in questo suo post.
Occorre fare un passo avanti, verso quei “movimenti, forze, persone” il cui impegno civico e politico assume le forme più svariate. Ma allora non basta certo, per convincerli senza equivoci che il potere di decisione sarà nelle loro mani, proporre, come fa la bozza di Statuto (III, 6), che siano inserite in un Albo (tenuto dalla Direzione nazionale) “le Associazioni e i movimenti con i quali il partito tiene relazioni con continuità e su obiettivi comuni”, su base “reciprocamente condivisa”, anche su domanda di “organizzazioni politiche locali e sociali. Che senso ha?


...si propongono come protagoniste, non come portatrici di voti
Vediamo in concreto: un Comitato cittadino su un qualche tema sensibile (no agli inceneritori, rifiuti zero, acqua pubblica, pendolari, alloggi, accoglienza ecc. ecc.) ha tra i suoi attivi alcuni iscritti al partito e tiene “relazioni con continuità” con il Coordinamento territoriale locale sull'"obiettivo comune". A che pro, l'inserimento nell'Albo? Aggiunge qualcosa? O non crea, piuttosto, qualche problema?
Per dirne uno: se in quel Comitato ci sono, come è presumibile, iscritti ad altri partiti, come si arriva a “condividere reciprocamente” l'iscrizione all'Albo? Con un voto a maggioranza in concorrenza con gli altri partiti? Sperabile di no, sarebbe un inutile elemento di divisione nel comitato. Piuttosto, si cercherà la condivisione oltre che con S.I. anche con le altre formazioni. Quel comitato avrà dunque (in nome della "reciprocità") un Albo dei partiti (!) con cui “tiene relazioni con continuità”? Per la gioia dei non iscritti (in genere, la maggioranza).
Oppure, per dirne un altro, come si risolve la doppia appartenenza nel caso si verifichi un conflitto? I motivi possono essere banalissimi (un contributo economico negato) o politici (una mozione in Consiglio non sottoscritta per decisione del singolo consigliere o del partito locale o nazionale): che si fa, si cancella il partito dall'Albo (e viceversa, reciprocamente)? si costringono gli iscritti a scegliere (se aderire al partito o al comitato)?

Mi sono preso un po' di spazio per esemplificare in concreto, perché credo che la vita reale sia questa, come sa perfettamente chiunque abbia fatto politica nei e con i comitati “one issue”. Ma c'è ancora un'altra domanda che sovrasta le precedenti: nel momento delle elezioni, per il Comune o il Parlamento, come si comporterà quel comitato? Per lo Statuto (bozza) di S.I., non avrà nessuna voce in capitolo e di converso gli aderenti decideranno singolarmente, ciascuno in base alla propria appartenenza. Non avrà nessuna espressione rappresentativa unitaria, perché nessuno dei partiti avrà assolto al compito di rappresentarlo unitariamente, anche se in quel comitato vanno tutti d'accordo. Ogni partito avrà il suo percorso di formazione di liste e programmi, con buona pace dell'unità che può essersi realizzata nel comitato.

La varietà delle appartenenze e delle forme associative come ricchezza
D'altra parte, lo statuto di S.I. è chiaro: “non è ammessa la contemporanea iscrizione a un altro partito politico nazionale né partecipare o sostenere liste concorrenti a quelle presentate o sostenute da Sinistra Italiana”. Va da sé, altrimenti che partito sarebbe... o forse no? 
In più, “le proposte per le candidature per le elezioni” sono avanzate, in conclave chiuso, dalla Direzione, sentite le proposte delle realtà territoriali. E sono votate dall'Assemblea del partito, che forma le liste. Tutto in piena  autonomia e intangibile sovranità
Né si fa cenno a primarie, né a liste di coalizione, con primarie di coalizione (aperte o meno). Neppure i simpatizzanti, che pure sono ammessi a partecipare alle discussioni e decisioni politiche, (anche per loro si prevede un Albo, e un “codice di accesso” al sito), possono votare: né i gruppi dirigenti, né le liste di candidati.

Veniamo al dunque. Questo modello è anacronistico, burocratico e respingente. Lo dico senza mezzi termini perché la discussione deve essere franca e andare al sodo. Per inciso, lo voglio dire anche agli amici, iscritti ad altri partiti, in particolare a Possibile, che hanno obiettato ai miei due post precedenti che “non ha senso dedicare tutta questa attenzione alle altre realtà a sinistra”, con l'idea che, "se sbagliano, peggio per loro, cresceremo a loro spese”: questo modo di pensare è l'esatto corrispondente, sbagliato, di quello alla base del modello di partito che propone Sinistra Italiana.



Partire dalle persone, non dai partiti
Rovesciamo una buona volta il ragionamento. Invece di partire dai partiti e dalle loro regole, partiamo dalle persone in cerca di una rappresentanza affidabile, quanto a posizioni politiche, e efficace, quanto a capacità di aggregare consenso (entrambi i requisiti essendo richiesti).
Allora, se è vero che la realtà di questo mondo di cui stiamo parlando, del mondo che ha voluto difendere la Costituzione nella sua ispirazione di sinistra, è fatta di aderenti a partiti, associazioni, spazi sociali (oltre a tanti “simpatizzanti” meno impegnati sul campo ma motivati), dobbiamo porci il problema di costruire un'organizzazione che li rappresenti nelle sedi della politica: TUTTI, potenzialmente, facendo posto a tutta la varietà di forme che assumono le loro aggregazioni, da considerare come intermedie.
In altri termini, da una parte è un errore svilire il ruolo dei partiti, organizzati con statuti e organismi, costruiti attorno a ipotesi forti, o demonizzare queste forme in quanto identitarie, perché possono invece arricchire se sono spese nella circolazione delle idee e nella condivisione delle decisioni, senza diventare inutilmente paralizzanti in nome di posizioni non negoziabili.
Dall'altra, è però altrettanto un errore stabilire una gerarchia di valori tra le diverse forme in cui si manifesta oggi la militanza civica. Sottolineo civica perché si rifletta su quanto è sottile la distanza rispetto all'altro aggettivo ”politica” (e noi italiani dovremmo saperlo più di qualunque altro popolo grazie alle nostre radici). Come se vi fosse una piramide al cui vertice sono i partiti, con le altre forme via via a scendere di importanza e di potere.



I tentativi falliti: cartelli, coalizioni, concorrenza
È una via percorribile? Cominciamo col riconoscere che l'idea di unire attraverso una contrattazione / mediazione tra entità a sé stanti ha dimostrato tutta la sua fragilità: i cartelli a malapena sono sopravvissuti il giorno dopo la scadenza elettorale e non hanno convinto gli elettori, cosicché il totale è sempre stato inferiore alla somma degli addendi.
Né hanno dato prova migliore le coalizioni, benché suggellate da primarie, perché l'appello agli elettori era solo di facciata, contava solo contarsi, sui nomi e quindi sulle sigle, per spartirsi: ma il cemento mancava (e la triste fine di Italia Bene Comune lo ha reso evidente una volta per tutte).
La concorrenza ha dato frutti ancora più miseri perché quello che si guadagnava in chiarezza si perdeva in credibilità (se non siete capaci di unirvi davanti agli elettori quando mai potrete fare fronte comune nelle scelte di governo!). 



Coraggio intellettuale e generosità per immaginare strade nuove
Serve uno sforzo creativo, si devono percorrere strade nuove. Che richiedono coraggio intellettuale e, l'ho scritto in precedenza, generosità. In particolare da parte di chi vive di politica, sapendo che si trova nella situazione più delicata.

Va tutto un po' ripensato, a partire dal luogo da cui cominciare. Non un “tavolo” tra maggiorenti ma un “agorà”, uno spazio aperto, circolare. Popolato da tanti.

In cui le regole sono studiate per invogliare all'accesso, anziché per filtrare gli ingressi. Per moltiplicare i candidati da rimettere alla scelta degli aderenti, anziché per “benedirli” così da metterli al riparo. 

E chi le regole le scrive e le propone deve rispondere alla logica del “blind trust”: un gruppo isolato dal contingente e dal contesto, che non intenda perseguire, per formale rinuncia, destini propri, preoccupandosi solo che le regole funzionino: perché dovranno essere sottoposte al contributo e al giudizio finale di una larga maggioranza della comunità che dovrà rispettarle.

I contenuti, infine, devono nascere con lo stesso percorso: va benissimo confrontarsi su dove va il mondo o come dovrebbe essere fatto, ma alla fine serve trovarsi d'accordo non su queste visioni ma su che cosa fare ora e quale strada seguire.




Si può
Una volta tanto, non deve valere il principio per cui se non è mai stato fatto prima significa che è impossibile. Proprio perché non è mai stata provata prima, potrebbe essere la porta d'accesso giusta. Proprio perché non è stato fatto prima, potrebbe valere la pena di provarci.


Perché non parlarne? Perché non cominciare dalle tante agorà locali (senza perdere di vista il punto d'arrivo, che non è solo locale)?

Commenti

  1. Il problema del rapporto tra partiti e "società civile organizzata" è reso complicato dai reciproci sospetti di opportunismo: nelle associazioni c'è quello che il partito cerchi di coinvolgerle per garantirsi il voto dei loro iscritti e simpatizzanti, mentre il partito teme che l'associazione punti ad ottenere risultati politici o amministrativi ma si dimostri poi, per così dire, "ingrata"...

    Credo che i partiti dovrebbero interloquire con il mondo delle associazioni in modo assolutamente "gratuito", confrontandosi sui temi concreti, collaborando per elaborare soluzioni ai problemi, imparando dalle loro esperienze ma senza aspettarsi nessun "ritorno elettorale". Questo significa, naturalmente, che le associazioni non devono avere "voce in capitolo" sulle candidature del partito. Saranno casomai i singoli iscritti e simpatizzanti a decidere, individualmente, se votare il partito; ma una "affiliazione" formale, di qualunque tipo, non può secondo me condurre che a equivoci e contraddizioni

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  2. Vedo che c'è un accordo quasi totale e mi fa piacere. Il "quasi" riguarda solo l'aspetto delle candidature. Iscritti e simpatizzanti, nei modi fissati dalle regole statutarie, è giusto abbiano l'esclusiva nella scelta dei dirigenti. Ma per le candidature e per i programmi secondo me dobbiamo immaginare scelte più coraggiose, nella logica delle primarie aperte ma controllate. Una sorta di adesione "di scopo", finalizzata (e, se si vuole, limitata) all'impegno elettorale. Abbattendo le barriere tra partiti e movimenti che mi sembra siamo d'accordo a considerare distruttive

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  3. caro Giovanni , per fortuna che l'accordo non è totale.

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Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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