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I valori che ci uniscono

Per ricostruire la sinistra serve prima di tutto una cornice di regole adeguate, come ho cercato di argomentare nell'ultimo post. Ma poi è sui contenuti che si gioca la contesa politica.
Se sulle regole è mancato finora il coraggio di compiere scelte innovative, che favorissero la partecipazione dei cittadini alla definizione dei contenuti e alla scelta dei candidati, sui contenuti va ancora peggio.
Rinserrati nel fortino delle istituzioni, e dei partiti che ne sono il retrobottega, i politici si misurano con gli elettori, tra un voto e l'altro, in base ai sondaggi di opinione. Che registrano, come è noto, gli umori che i media a loro volta selezionano in modo da restituire al potere l'immagine che gradisce.


Una politica che decide lontano dai cittadini
In questo circuito autoreferenziale quello che ne fa le spese è soprattutto il contraddittorio che dovrebbe alimentare il discorso pubblico. Il suo posto è preso dalle risse chiassose nei talk show, tagliati su un pubblico orientato a monte (e sempre meno numeroso), o nei social, nello spazio concesso dalla velocità con cui si operano gli scroll. Con una caduta verticale del grado di “consenso informato” e quindi della democrazia.
Con un tale livello di separatezza tra i cittadini e la politica, i programmi si formano fuori dalla contesa elettorale, dopo il voto, in camera caritatis, attraverso incontri a cui si partecipa passando da porte posteriori, o in eremi chiusi al pubblico. E agli elettori si raccontano favole, senza nemmeno dichiarare qualche scelta di priorità, ammesso che se ne facciano.
Nessuno che dimostri il coraggio di dire che questo viene prima di quello, nel tempo. O che una certa istanza meriti la precedenza, o che quell'interesse possa essere sacrificato ad un altro considerato prevalente. Nessun politico si azzarderebbe a presentarsi agli elettori in questo modo.


Ricostruire la partecipazione. Lavorare tutti insieme sui contenuti.
Eppure oggi non c'è bisogno di tetre riunioni nelle sedi locali di partito per ascoltare il dirigente che spiega come va il mondo e dà la linea. Partecipare alla vita politica non costringe ad assistere in modo passivo a riti fuori del tempo. Bisogna però avere il coraggio di rendere esigibili i risultati della partecipazione, con un investimento di fiducia nel grado di maturità dell'elettorato potenziale. Ma non avviene, si perde tempo quando ce n'è poco e la situazione è in progressivo peggioramento.
Non si può essere credibili, almeno a sinistra, se non si affrontano a viso aperto le questioni fondamentali: lo spettacolo cui assistiamo è dunque frustrante. C'è un mondo di gente che chiede agli aspiranti leader di dimostrarsi generosi e lungimiranti, per dare corpo all'unità che tutti desiderano, e invece si assiste alla concorrenza su chi ha la ricetta giusta per l'unità. Sale la richiesta di lavorare tutti insieme ai contenuti e invece si cercano quelli su cui si possono marcare differenze, in modo che ciascun aspirante leader possa misurare e dimostrare il proprio grado di consenso.

Le scelte fondamentali e la Costituzione da attuare
A ben vedere, quei contenuti sarebbero ampiamente dati negli indirizzi di fondo, insieme a validi contributi di approfondimento tecnico, anche grazie al fatto che la nostra Carta fondamentale già contiene le principali scelte di valore a monte da cui fa derivare un quadro di prospettiva ricco di indicazioni. Mentre la politica mainstream, di destra e di sinistra, va in tutt'altra direzione, unificata dall'adesione ai dogmi dell'ultraliberismo in economia e del dirigismo autoritario in politica. Peggio: i valori alla base della Costituzione sono perfino espulsi dalla dialettica politica corrente in nome del “There Is No Alternative” e bollati come utopie irrealizzabilii.


Cambiare i paradigmi. 
1) Restituire alla Repubblica un ruolo centrale. No allo "stato minimo"
Per andare al concreto, si devono fare i conti con paradigmi in voga che occorre sradicare per una preventiva opera di bonifica della cultura politica di sinistra che ne riporti alla luce gli elementi basilari di differenza rispetto al pensiero unico: punti fermi per l'opera di costruzione condivisa di cui stiamo parlando.
Pensiamo al dogma dello “stato minimo” che da Berlusconi in poi ha pervaso la cultura politica. L'alternativa dovrebbe essere chiara, perché per la Costituzione la spesa pubblica ha un ruolo fondamentale per la crescita, civile e economicaii. Conta naturalmente anche la sua qualità, che rinvia a scelte di priorità, ma se ne deve garantire la quantità necessaria. 


2) Riaffermare il dovere di tutti i cittadini a contribuire alla spesa pubblica
Come? Con l'imposizione fiscale, ossia con il contributo di tutti i cittadini in ragione (progressiva) del loro redditoiii.
Neanche questa è un'affermazione scontata: presa sul serio rappresenterebbe anzi un'inversione di rotta storica nella politica nazionale che, nella quasi totalità, la considera utopistica, se non eversiva. Significa scontrarsi con un altro dogma, quello per cui, dando per scontata la mancanza di compliance (lealtà e rispetto delle regole) di gran parte dei cittadini, un simile programma non avrebbe alcuna possibilità di successo tra gli elettori.
Eppure, sarebbe vero il contrario. Una riforma che ristabilisse una seria progressività fiscale permetterebbe di innalzare (e rendere trasparente) la quota esente da tassazione e favorirebbe pertanto la fetta di elettori più consistente.iv Non solo, ma libererebbe le risorse necessarie per garantire un reddito minimo universale a chi non lo raggiunge, purché accompagnata da una normativa stringente contro evasione e elusione fiscale (per le imposte sia sui redditi che sui consumi)v.


3) Il valore della lealtà fiscale contro la teoria dell'"evasione di necessità"
Anche a questo riguardo non ci sarebbe molto da inventare. Basterebbe adottare le misure diffuse in tutte le economie più sviluppate (e democraticamente più avanzate). Che vengono invece annunciate, varate sperimentalmente, ma infine ritirate, o accantonate, o “disapplicate” in ossequio a un altro dogma duro a morire: quello dell'”evasione di necessità”. Una teoria subdola, quasi mai dichiarata apertamente, mentre si rifilano all'opinione pubblica tesi strampalate e bugie sfacciate per giustificare i fallimenti della lotta all'evasione (che nelle rare occasioni in cui è stata condotta senza remore ha dato in poco tempo risultati rilevanti). Una teoria inquinante, essendo un po' la “madre di tutti i voti di scambio”.


4) La tutela del lavoro contro la teoria che lo riduce a merce
Non si può chiudere il cerchio dei dogmi da cui liberarci, senza parlare di lavoro. Perché si è accantonata l'idea che nei rapporti di lavoro debba essere tutelata la dignità del lavoratore, quale che sia la forma giuridica che assume la sua dipendenza, in nome della teoria liberista che assimila la compravendita di forza-lavoro a un mero rapporto commerciale, in cui il prezzo lo fa il mercato in base a domanda e offerta.


5) Investimenti che creano ricchezza invece di sussidi a imprese marginali...
Di questa teoria è parente stretta la scelta politica passata negli ultimi anni, da sradicare infine anche questa, per cui lo stato deve andare in soccorso degli imprenditori incapaci di fare il loro mestiere, per tutelarli dal rischio di fallimento. Ed essere quindi corrivo con le associazioni che anziché promuovere la crescita delle categorie che rappresentano vanno mendicando sussidi.
Personalmente ho molto chiara la situazione delle aziende “sane”. Ho avuto modo di osservare da vicino quanto sia ampia quella fetta di aziende e quale impegno sia richiesto a quegli imprenditori e, inevitabilmente, ai loro dipendenti, per reggere il confronto con i concorrenti che, al di là delle frontiere, possono contare su sistemi paese, e su apparati statali, che offrono un sostegno efficace e incisivo alle loro attività. Ma anche come siano il più delle volte abbandonate a se stesse o al più, se fortunate, sostenute da amministrazioni locali efficienti, nonostante i tagli che subiscono. Perché la politica nazionale ha scelto di occuparsi dei marginali, di chi sta in piedi ricorrendo a espedienti, che coincidono quasi sempre con la mortificazione, in tutti i sensi, del lavoro che impiegano e con  frequenti sconfinamenti (tollerati benignamente) nel campo dell'illegalità.
Gli economisti parlano di “via bassa” della competitività, in contrapposizione alla “via alta” richiesta dal mercato globale, ma più che di una via bassa si tratta di un abdicare al proprio ruolo.


... in un rapporto malato col sistema bancario
Per inciso, è in questo contesto che va collocata anche la crisi delle banche italiane. Saltano quelle che si sono rese complici della politica “compassionevole” verso le imprese marginali, contando sulla copertura della finanza pubblica.
Qualcuno se la prende con l'Europa che impedisce i salvataggi di stato dopo averli consentiti ad altri paesi più forti. Mentre altri se la prendono con l'Europa che ci costringe a salvare le banche invece di investire quelle decine di miliardi là dove servirebbero al Paese. Non possono aver ragione entrambi: la verità è che paghiamo il prezzo delle politiche degli ultimi 15 anni, in particolare dall'esplosione della crisi. L'Europa di colpe ne sta accumulando tante, ma prenderla come alibi per nascondere le responsabilità che dovremmo sanzionare a casa nostra è un danno che ci facciamo da soli.


Scegliere le priorità. Puntare sui giacimenti nazionali
Mi sono soffermato sui paradigmi da sovvertire perché ritengo che questa opera di bonifica preventiva, in nome della Costituzione, rappresenti già un bel tratto del percorso che la sinistra dovrà compiere nel proporsi come alternativa di governo. Ma c'è una parte costruens non meno importante, ci sono da fare scelte di priorità sugli investimenti che la politica dovrebbe promuovere.
Anche qui la Costituzione può guidarci. Il tema merita di essere ripreso in uno spazio adeguato in un secondo momento ma vorrei anticipare, per non tacerle del tutto, le priorità da cui partire: che penso siano, in definitiva, i nostri giacimenti, le nostre materie prime, fonti della nostra ricchezza.


Il territorio. La conoscenza
Occorre cioè investire risorse ingenti, mai investite finora in misura adeguata, sul nostro territorio, nella sua conformazione naturale e nel sedimento culturale prodotto dalla storia. E sulla conoscenza, portando il nostro sistema di istruzione pubblico ai livelli più avanzati oggi raggiungibili nel mondo, risalendo le decine di posizioni che abbiamo perso negli ultimi decenni.
Non prometterle o annunciarle ma investirle. 
Vasto programma? Certamente: vasto e alla portata.



NOTE
iVedi il commento di Manuel Valls al risultato delle primarie: “Tra me e Hamon la scelta è tra una sconfitta assicurata e una vittoria possibile”, dimenticando di essere, lui si, destinato a una “sconfitta assicurata” nel successivo ballottaggio.
iiI compiti cui lo Stato deve assolvere, come “minimo” in quanto dettati dalla Costituzione, devono essere sostenuti da adeguati finanziamenti. Può essere utile richiamarli alla memoria, sinteticamente. Si tratta, in generale, di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3), “promuovere le condizioni che rendano effettivo il diritto al lavoro” (art. 4), “promuovere lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica” e “tutelare il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione” (artt. 9, 33, 34). Più in specifico: assicurare ai non abbienti la difesa davanti alla giurisdizione (art. 24), agevolare la formazione della famiglia e proteggere maternità, infanzia e gioventù (art. 31), “tutelare la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantire cure gratuite agli indigenti” (art. 32), “istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33) e “rendere effettivo il diritto all'istruzione con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze” (art. 34). Risorse pubbliche devono poi essere destinate ad assicurare a “ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale; ai lavoratori il diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria; agli inabili ed i minorati il diritto all’educazione e all’avviamento professionale” (tutti compiti cui “provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.”, art. 38). Ancora, in campo economico, a “riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale” (art. 43). Compiti che vanno ad aggiungersi quelli relativi al funzionamento degli organi dello Stato e dell'Amministrazione in genere, alla sicurezza, la giustizia, la difesa, a cui i fautori dello “Stato minimo” vorrebbero limitare la sfera pubblica.
iiiArt. 53 Cost.
ivPer avere idea di un'alternativa possibile, si può esaminare lo studio, accurato, su una ipotesi di revisione radicale del sistema di imposizione e di sussidi alle famiglie ispirata al criterio della progressività, e in grado di mettere ordine nella giungla di bonus, assegni e altre provvidenze eliminando le storture del sistema attuale, predisposto per conto del NENS (reperibile all'indirizzo http://www.nens.it/_public-file/RIFORMA%20FINALE.pdf) da F. Di Nicola e R. Paladini.
vSul tema rinvio a un post che riprendeva le ipotesi sviluppate in un convegno organizzato da Possibile nel marzo 2015

Commenti

  1. Sarà perché sono iscritta a Possibile :) ma credo che il valore più importante, che davvero dovrebbe unire tutte le sinistre, è l'uguaglianza.
    E' la nostra Costituzione a dire che i cittadini sono tutti uguali e che compito della Repubblica è creare le condizioni perché ciò si realizzi nel concreto delle vite vissute: garantire il "diritto all'uguaglianza" è la base di un programma politico di sinistra da contrapporre ai programmi di destra, che parlano ormai solo della "protezione" che uno Stato paternalista dovrebbe offrire ai suoi cittadini (magari alzando muri e imponendo dazi, a spese dei paesi emergenti...)

    Mi pare che la politica attuale si stia ri-orientando lungo questo nuovo asse: il sovranismo, la chiusura, la "protezione" contrapposti all'universalizzazione dei diritti e al "mettere in comune", a livello mondiale, la ricerca delle soluzioni ai problemi globali (cambiamento climatico, nuova rivoluzione industriale, migrazioni, ecc.) E' chiaro che la prima via è infinitamente più semplice; ma può dare qualche risultato positivo solo per i primi che la imboccano, non certo per gli ultimi e soprattutto lascia senza risposta le grandi questioni planetarie.

    In questi tempi cinici può sembrare anacronistico rifarsi a un "valore"; ma forse è proprio di una bussola ideale che abbiamo bisogno, per trovare la strada in mezzo a tanta confusione

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  2. Sulla centralità del valore dell'uguaglianza mi trovi d'accordo (e non solo perché sono stato anch'io iscritto a Possibile fino allo scorso anno). Mi sono però andato convincendo che lo sforzo da fare è quello di tradurlo in atti politici, scelte di priorità e provvedimenti efficaci, perché l'uguaglianza è un orizzonte, una linea verso cui tendere.

    L'esempio più lampante: uno dei fattori che più incidono, determinando tra l'altro disuguaglianze crescenti (altro che pari opportunità), è la distribuzione del reddito (non siamo economicisti né materialisti “a-storici” e sappiamo che non è l'unico fattore ma ha il suo peso rilevante). Ebbene, si possono correggere con le compensazioni (re-distribuzione operata dallo Stato dopo la distribuzione primaria nella produzione e nel mercato) ma non sarà mai una soluzione stabile se non si inciderà sulle cause, nella distribuzione primaria (regole del lavoro e regole del conflitto sociale, ruolo attivo dello stato per tutelare le posizioni contrattualmente più deboli, ecc. ecc.) e sulle condizioni sociali che influiscono sulle condizioni di partenza nel rapporto lavorativo.

    Due sopra tutte le altre: l'istruzione e la tutela della dignità e dell'integrità della persona umana (significa anche del suo LIBERO sviluppo: la Rivoluzione francese quanto a valori rimane ancora attuale...).

    Ecco perché, per stringere, all'eguaglianza-valore-conclamato preferisco l'eguaglianza-obiettivo-praticato, in OGNI atto politico. A cominciare dai rapporti tra le persone che agiscono nella grande agorà politica (che non è confinata solo nelle istituzioni e nei partiti). Giusto per spiegare la parentesi che ho messo all'inizio

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Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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