Passa ai contenuti principali

A proposito di regole e di contenuti. E di partiti

Si, va bene, le regole, il campo di gioco; la partecipazione e la mobilitazione cognitiva... ma i contenuti? Quando ne parliamo? Perché alla fine quello che conta, in politica, sono i contenuti!
Da molte parti, ma specialmente dalla parte più critica (nonché più scettica) della sinistra “diffusa”, arrivano questi messaggi. Mi sono arrivati anche come risposta agli ultimi post in cui mi interrogavo sul che fare, come dare una fisionomia politica compiuta alla “sinistra del NO”. A quel Partito della Costituzione che è un po' a un'araba fenice: tanti ne parlano senza che nessuno sappia se mai risorgerà dalle ceneri.
Hanno ragione, alla fin fine contano i contenuti. Solo che prima della “fin fine” c'è qualche passaggio che non si può eludere. Questo è quello che sto cercando di argomentare: che occorrono regole, quindi idee chiare sul percorso, sul chi e sul come, perché si possa parlare dei contenuti. Pre-condizioni: su cui finora sono inciampati tutti i tentativi di partorire quel soggetto che manca nella politica italiana.
Torno sul tema, secondo me troppo importante per essere lasciato cadere, cercando di esporre i motivi principali per cui sono preliminari e non se ne può fare a meno.



1) Il CHI è importante: ci si deve poter fidare di chi propone contenuti (tanto più in quanto in genere propone se stesso per attuarli).
Potrei portare l'esempio classico di Italia Bene Comune, in particolare sul lavoro: il programma è finito come è finito, con il Jobs Act. Colpa di Renzi? No, non solo sua, è stato votato dalla stragrande maggioranza di quelli che su quel programma erano stati eletti (e non solo nelle liste del PD). Ma Renzi è l'esempio che calza meglio.
Si è cercato di giustificare ogni sua svolta in contrasto con questo o quel punto del programma elettorale con il fatto che nel frattempo aveva presentato una sua mozione al congresso dichiarando esplicitamente che se fosse stato eletto segretario avrebbe “cambiato verso”: quasi che i voltafaccia fossero stati anticipati al, e approvati dal, “popolo delle primarie”. Ma gli esempi non si contano di “cambiaverso”, anche repentini, rispetto ai proclami della campagna per il congresso e dell'insediamento. Non solo per l'articolo 18, per il quale è bastato un “sogno di mezza estate” (certamente premonitore) di Alfano e un colloquio con Draghi per fargli cambiare verso di 180° da un momento all'altro. C'è ormai una letteratura specializzata nel gioco del “trova il precedente”: sull'accoglienza (migranti e CIE), sull'investimento di risorse nella scuola, sul ruolo delle Regioni e il loro rapporto con lo Stato, sul rapporto tra legislativo e esecutivo (occorreva evitare la decretazione di urgenza, infatti, ha inventato nella riforma direttamente la legislazione d'urgenza!). E son più quelle che tralascio di quelle che elenco.

2) Altrettanto importante è il COME:  ci si deve poter fidare del processo.
Non basta che un documento politico, magari la “carta dei valori”, proclami il principio della democrazia, "tutto il potere al cittadino/iscritto/partecipante", e della trasparenza. Né basta che uno statuto ripeta queste formule nel classico primo articolo su diritti e doveri, se poi le regole per la formazione della volontà politica, per il controllo sulla sua traduzione pratica, per la scelta dei dirigenti, comprese le sanzioni per le inadempienze, non garantiscono l'esigibilità di quei principi. 
Occorrono regole di condivisione sia delle proposte che della loro traduzione in atti politici. Occorre un “chi” collettivo che sia messo in condizione di partecipare, conoscere, interloquire, controllare con regole adeguate, efficaci e esigibili. Sennò i contenuti sono specchietti per le allodole o libri di favole per la ninna-nanna.
Tanto più adesso che la maggioranza di chi vive di politica la vive come strumento di potere e di arricchimento e usa i contenuti come claim per campagne pubblicitarie sulla propria persona, in base al responso delle indagini di mercato, per aumentare l'appeal rispetto ai concorrenti.

3) Si deve restringere il campo alle sole questioni DECIDIBILI.
Quando si parla di contenuti c'è sempre il rischio che si cada nel dibattito ideologico, sulle visioni del futuro, o sui giudizi sulla storia passata. Tutti temi di cui non sottovaluto l'importanza: ma qui stiamo parlando di una formazione che si candida a svolgere una funzione politica, di legislazione e di governo
In questo caso il processo di partecipazione deve avere una finalità decisionale, anche se non si tratta di emanare leggi ma di definire programmi: significa suscitare una partecipazione diffusa (chiamiamola anche mobilitazione cognitiva), con strumenti e regole adeguate per la condivisione collettiva, con l'obiettivo di arrivare a selezionare priorità e delineare provvedimenti specifici, che introducano innovazioni o abrogazioni.
Qualche esempio. Euro si/no: non viene sottoposto alla discussione un qualche provvedimento (proposta di legge o altro atto avente forza di legge) sull'uscita, ovvero su una riforma monetaria. Quando lo sarà, potrà essere oggetto di discussione per una decisione: fino ad allora, non essendo un contenuto decidibile quanto piuttosto una visione del futuro, o un giudizio di valore sul presente, alimenterà certamente la dialettica delle idee ma non potrà essere sottoposto al vaglio dei processi decisionali di cui sto parlando. PD si/no: idem. Si deciderà, semmai, su quali basi trattare, in questo o quel contesto, nazionale o locale, con questa o quella forza, al momento in cui concretamente si porrà una simile questione. Non si decide sulla storia – i giudizi sul passato servono alla dialettica delle idee, anche quelli – ma sul presente che ne è il prodotto. E sugli atti concreti che possono modificarlo. 

Non si pensi che sia una sottigliezza o un espediente per scansare dilemmi epocali: qui si tratta della differenza tra un partito e una formazione che, senza avere il sostrato politico-culturale "forte" che caratterizza un partito, si rivolge con una proposta di programma all'elettorato potenziale.  
Non una mera coalizione o un cartello, sommatoria di formazioni che non prevedono alcuna concessione di potere ai singoli componenti di quell'elettorato, ma una comunità in cui sarebbero chiamati a partecipare direttamente allo sviluppo e alla definizione di quel programma e alla scelta delle persone che devono essere delegate a portarlo avanti. Spinti perciò ad andare oltre il confine dei partiti / associazioni di appartenenza.


Ritorna qui l'argomento su cui ho insistito nei due ultimi post. 
Se si pensa alla situazione data della sinistra oggi in Italia, e si procede con questi vincoli e in questi limiti, è illusorio pensare che questa differenza, tra un partito e la formazione di cui sto parlando, possa annullarsi. 
Quella formazione (singolare) non può coincidere con i partiti (esistenti o in fieri, di lunga data o nati ieri) declinati al plurale: se non è la sommatoria di cui sopra, è una contraddizione in termini. Mentre immaginare che la concorrenza possa selezionare il migliore è un'offesa alla ragione e all'aritmetica, ma soprattutto innesca una reazione di rigetto nel popolo della sinistra diffusa che assiste da decenni alle repliche di questo stesso copione. Ribadisco però che se non si vuole gettare il bambino con l'acqua sporca, nel senso di svilire il ruolo dei partiti o di demonizzarli in un momento in cui possono essere il veicolo per la ricostruzione di una cultura politica che latita ormai da tempo, occorre molto banalmente distinguere il loro ruolo da quello del soggetto di cui sto trattando

Molte delle questioni su cui oggi ci si cimenta nei partiti è utile che continuino ad essere affrontate al loro interno per alimentare il confronto culturale, la dialettica delle idee, ma dovranno restare alle spalle del processo per la costruzione di un programma politico di cambiamento. 
Sto riducendo i partiti al rango di associazioni culturali, o di scuole di pensiero? Neanche per idea, perché in un partito si "concorre alla formazione della volontà politica" (con metodo democratico, ben s'intende) e lo si fa in modo organizzato. Ma quel comune sentire, quella visione condivisa, quel quadro valoriale, saranno spesi in un processo molecolare per dare corpo a una formazione, di sinistra, ispirata dall'idea di attuare la Costituzione Repubblicana, che si candida a governare il Paese. 

La premessa fondante è, proprio in virtù di questo principio, l'autonomia
Insisto che questa è la leva per ribaltare il tema delle alleanze. Se si chiamano gli elettori alla partecipazione su un programma e sulla sua attuazione, ciò comporta che nessuno possa sentirsi investito da un mandato a trattare senza vincolo.
In questo senso la diatriba sul vincolo di mandato e sui cambi di casacca è proprio mal fondata. L'eletto riceve un mandato generale, non vincolato - Costituzione alla mano - rispetto all'attuazione di un programma. Ma se quel programma è oggetto di un negoziato, come avviene regolarmente nei sistemi proporzionali (anche se corretti), e spesso in quelli maggioritari senza garanzia di autosufficienza del vincitore (come è in genere il caso), il mandato a negoziare assume un altro carattere ed è, classicamente, un mandato vincolato. Se non comporta l'obbligo di dimissioni in caso di mancato rispetto del vincolo, comporta l'obbligo di ratifica degli accordi di governo da parte della platea degli elettori che hanno conferito il mandato.


4) L'altro CHI importante, a proposito di chi ci si deve fidare, è quello che riguarda chi viene delegato a rappresentare
Un percorso di decisione ampio e trasparente costringe tutti i candidati a dichiararsi e a sottoporsi a valutazione. Una leadership collettiva, che sia il frutto di una scelta compiuta da una base quanto più estesa, dà garanzie di affidabilità: da un lato, più di una leadership eletta da una base ristretta; dall'altro, più di un singolo individuo per quanto ampia possa essere la base che lo elegge. Sembra maturo il momento in cui si può fare questa affermazione, sfatando infine il mito del "leader maximo"


Come ci insegnano i maestri, la democrazia è per sua natura perfettibile e adattabile. Non esiste il modello ideale. Quella americana, che ha alla radice la Costituzione più antica, concede un potere assai grande a un uomo solo, ma lo ingabbia in una rete di contropoteri che ha pochi uguali al mondo.
La nostra Costituzione ha dalla sua il pregio di essere una delle più giovani e più moderne ed è non a caso fondata su un sistema che sul piano formale non ha nulla da invidiare ai bilanciamenti di quella americana. Ma se la loro è passata attraverso sfide di grande portata reggendo l'urto senza grandi sconquassi, la nostra è stata variamente tradita, è rimasta inattuata in alcune parti fondamentali ed è stata sottoposta a slabbrature e alterazioni frequenti.

Di snaturamenti ne abbiamo scampati già due molto peggiori degli altri, respinti al mittente con perdite: non è stato un caso che dietro ognuno dei due tentativi si stagliasse l'ombra di un uomo solo al comando che ambiva a ridurre democrazia e partecipazione presentandosi tuttavia come modernizzatore e innovatore.
Nossignore: leadership collettiva. Qualunque “primus” deve esserlo in mezzo a “pares”, tutti insieme controllati e affidabili. Quanto più ampio, trasparente e partecipato sarà il processo che porta alla definizione delle scelte politiche, tanto più spedito sarà sia il processo legislativo sia quello esecutivo.


Il montanaro bravo sceglie un passo costante, diffida delle scorciatoie, e arrampica in buona compagnia. E qui davanti a noi c'è una montagna impervia.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

4 dicembre 2016. Fine di una storia

Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico. Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.
L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire…

Uscire da un dibattito politico desolante

Il dibattito provocato da Renzi con le anticipazioni del suo libro è di un livello penoso. Al peggio non c’è mai fine. La cultura politica del partito nato con la pretesa di diventare il riferimento di tutta la sinistra (questo il senso della “vocazione maggioritaria”) si è degradata oltre l’immaginabile. L’operazione studiata attraverso il libro è meschina. Non solo per l’astuzia (malcelata) di provare a prendere due piccioni con una fava (sfondare a destra e insieme ricattare gli aspiranti alleati sul lato sinistro) ma per l’obiettivo in sé: ancora un attimo di notorietà per spostare in avanti l’epilogo, che sente inesorabile. E dalle anticipazioni si capisce che l’operazione di plagio degli argomenti della destra è anche un gesto di sfregio per valori e storia della sinistra. Buon per lui. Della responsabilità che porta, di rappresentare ancora uno dei due maggiori partiti, neanche una pallida reminiscenza. Dimostra solo di sentirsi padrone di un gruppo dirigente concentrato ossessi…

L'Europa offende, l'Italia rimuove

Ora che si è placata l'ondata di indignazione per le offese cocenti dell'ineffabile Jeroen Dijsselbloem si può tornare sull'argomento con altro spirito e cercare di trarne qualche insegnamento. Che potrebbe essere prezioso, per orecchie appena un po' attente e per animi sgombri da pregiudizi e faziosità.

Chi è Jeroen Dijsselbloem Mettiamo subito da parte il personaggio che ci fornisce lo spunto. Il distinto politico olandese si trova ora a presiedere l'Eurogruppo come classica “persona giusta al posto giusto”: un laburista (senza offesa per i laburisti) messo a guardia dell'ortodossia liberista avendo dato prova di assoluta affidabilità (in quel senso) quando ha affiancato il premier liberaldemocratico Rutte come Ministro dell'Economia in un governo di coalizione. Nel suo Paese la coppia era considerata praticamente indistinguibile, due giovani cinquantenni con una formazione universitaria parallela, le stesse convinzioni in materia di economia: solo, più dec…