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Lettera di auguri, per un anno di svolta

Cari amici che mi onorate della vostra attenzione,
permettetemi di rivolgervi i più fervidi auguri per il nuovo anno. 
Chiediamoci insieme che cosa vorremmo augurarci. Salute, affetti, gioie, soddisfazioni... E per quanto riguarda la situazione politica?
Personalmente mi auguro - e vorrei augurarlo a voi - che sia finalmente l'anno di svolta che da tempo aspettiamo; che non ci porti l'ennesima delusione (e il conseguente ulteriore declino per il Paese).
È realistico? Direi che lo è, ma solo a una condizione: che si trovi il modo di non lasciar cadere la domanda di cambiamento che è stata espressa da una grande maggioranza di elettori il 4 dicembre. Significa però rispondere nel modo giusto a quella domanda.
Tutt'altro che facile, ma non impossibile.
Se mi concedete ancora un po' della vostra pazienza, andrei avanti su questo tema, per associare agli auguri una sorta di appello. 

Premessa. Quale immagine del corpo elettorale ci restituisce il referendum

Proviamo a seguire un percorso. Come primo passo, cerchiamo di ricostruire l'identità politica degli elettori del 4/12. Sulla base delle analisi dei flussi, dei sondaggi pre-voto e delle interviste post-voto un quadro plausibile della distribuzione percentuale dei 31.997.916 elettori (in Italia) è il seguente:


Se invece prendiamo a riferimento il corpo elettorale del 2013 (Camera, 35.270.926 votanti) e assumiamo come ipotesi (per semplicità) che chi non ha votato al referendum propendesse per il SI o il NO nella medesima proporzione del risultato finale, otteniamo questo prospetto:


Aggiungiamo un'ultima considerazione. In base a un rapido calcolo, gli elettori che nel voto referendario hanno seguito l'indicazione di un partito (riquadri evidenziati nella seconda tabella) sono il 54% di quanti hanno votato alle Politiche del 2013 (Camera). Cioè, poco più del 40% dell'intero corpo elettorale.

Elettori e partiti
Da questi numeri (certamente approssimati ma, come detto, plausibili), possiamo desumere che per 3 elettori su 5 quello che sta scritto nella nostra Costituzione (art. 49) a proposito del ruolo dei partiti non ha valore. Non solo quei cittadini non “si associano liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, ma non ne seguono neanche le indicazioni (circa 2 su 5) o scelgono di non "concorrere" affatto (circa 1 su 5).
Come è stato fatto rilevare da più parti, con il referendum gli elettori sono anche stati chiamati a esprimersi sulla risposta da dare a questo stato di cose. Chi ha preteso di relegare nella categoria dell'”antipolitica” quei 3 cittadini su 5 lontani dai partiti, e di riformare il sistema politico in modo da riservare il diritto di decidere al solo 40% che ancora li segue, è stato sonoramente bocciato. Si è ritrovato a rappresentare il 40% dei votanti che corrisponde, a conti fatti (avendo votato il 68% degli elettori), a circa 1 elettore su 4. Un po' poco. Direi che il “metodo democratico” invocato dalla Costituzione presuppone un consenso più ampio per una decisione di questa portata.

Elettori per il NO e sinistra
Chiediamoci ora, continuando a prendere per buoni quei numeri, quanti sono gli elettori che hanno votato NO, potenzialmente orientati a sinistra (intesa come valori e idealità, più che come formazioni organizzate).
Anche non volendo contare gli elettori del M5S provenienti da una sinistra da cui si sentivano traditi, abbiamo un po' meno del 5% di elettori (riferiti ai votanti alle politiche 2013) legati ai partiti della sinistra (divisi però tra loro); un 4% che si sente ancora legato al PD pur avendo scelto il NO; un 9% che non si riconosce in nessuno dei partiti esistenti ma si definisce orientato a sinistra.
La somma di queste tre cifre ha un certo peso, tanto da configurare quella che sarebbe la terza formazione politica per numero di votanti. C'è solo un particolare, che certamente non sfugge a nessuno. Che quelle cifre non possono essere sommate.

I tentativi di ritrovarsi insieme

Non che manchino i tentativi in questo senso. In molti, anzi, confortati dal risultato del referendum (per lo più insperato) hanno ripreso coraggio.

Politica in comune. Un'affollata e appassionata assemblea si è tenuta l'11 dicembre, appena una settimana dopo il voto, a Roma. Promossa dagli stessi da cui era partita un'iniziativa dopo le amministrative, per un consuntivo dell'esperienza delle liste civiche raccolte sotto la sigla delle “città in comune”, seguita da un appello di “amministratori per il NO” a cui avevano aderito più di 700 tra sindaci, assessori e consiglieri.
L'interesse principale di questo incontro, convocato per fare il punto "da sinistra" sulle prospettive dopo la vittoria del NO, sta nella partecipazione di un insieme variegato di soggetti.
Inframmezzati da interventi di esponenti delle formazioni più strutturate (Rifondazione Comunista, l'Altra Europa, le componenti che stanno dando vita a Sinistra Italiana, la minoranza di sinistra del PD) si sono alternati al microfono, per la maggior parte, i protagonisti delle campagne locali (tra cui, con un messaggio, anche il sindaco di Napoli) portando le loro esperienze e esprimendo una sincera tensione verso l'unità: “dal basso”, “sulle cose concrete”, senza ipoteche o pretese egemoniche da parte di chicchessia. Unico neo, un'età media della platea un po' troppo alta tanto più se si considera la percentuale di adesione al NO da parte dei più giovani.
Nuovo appuntamento a gennaio, incontri nel frattempo sui territori, impegno sui referendum sociali promossi dalla CGIL e appello a ritrovarsi tutti la settimana successiva a Bologna.

L'immagine può contenere: 8 persone, folla e spazio al chiusoCoalizione civica. Qui (18 dicembre) di nuovo una sala affollatissima (con un'età media molto più spostata verso il basso), discussioni articolate per temi la mattina e sintesi in plenaria il pomeriggio. Promotori, i protagonisti dell'esperienza della Coalizione Civica bolognese (candidato F. Martelloni) con un forte apporto di associazioni giovanili (ACT in testa) impegnate nel percorso costituente di Sinistra Italiana (presente in tutti i suoi massimi esponenti). Interventi in plenaria di esponenti delle altre forze presenti la settimana prima a Roma, oltre a Possibile. Anche qui, in conclusione, appuntamenti per dar vita a “Carovane dell'alternativa” sui territori, impegno sui referendum sociali e appello ad andare uniti (magari passando per il congresso fondativo di Sinistra Italiana).

Comitati per il NO. Il 21 gennaio prossimo è previsto l'incontro nazionale per decidere come dare continuità alla battaglia referendaria (in vista di quelli sociali promossi dalla CGIL), come tenere viva la mobilitazione civica, quale rapporto stabilire con le formazioni politiche organizzate e in generale con il fermento post-referendario.

L'unità aleggia sullo sfondo, come un'araba fenice. Che ci debba essere “ciascun lo dice”. Dove sia, o come ci si arrivi “nessun lo sa”.

Le battaglie da condurre insieme. La riscoperta della Costituzione

Una certezza accomuna tutti. L'unità si costruisce sulle cose da fare. “Nel vivo della battaglia”. A contatto con le persone, chiamando alla partecipazione, su obiettivi chiari, condivisi, sentiti. E credibili.
Le difficoltà sono anch'esse chiare a tutti, così come i rischi in agguato. Non bastano obiettivi generici, carte dei valori buone per ogni occasione e condivisibili in tutte le latitudini. Ma neppure servono proposte di dettaglio in cui si nascondono il più delle volte tecnicismi, o fissazioni identitarie. Scoraggiano entrambe la partecipazione, escludendo la maggior parte delle persone dal percorso della decisione.

La ricetta non ce l'ha in tasca nessuno, ma l'esperienza del referendum può forse indicare un punto di partenza. Abbiamo scoperto che la Costituzione è ancora viva. E sappiamo che, prima ancora di aggiustamenti, ha bisogno di una cura radicale, che consiste nella sua attuazione. Come programma è semmai troppo ambizioso. Piuttosto, è l'indicazione della via da seguire (così la volle la generazione della Resistenza). Come programma rimane inattuato: il guaio è che col tempo si è smarrita la strada.
Si può riprendere? Questa è la domanda, da non lasciare senza risposta. 
Ebbene, se pensiamo ai temi che maggiormente accomunano la "sinistra per il NO", la ritroviamo ancora attuale. 

Quelli al centro dei referendum sociali, ad esempio. In una prospettiva che vada oltre l'obiettivo delle abrogazioni, rinviano a un obiettivo che la Carta fondamentale enuncia in modo chiaro: il lavoratore ha diritto “ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se´ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. 


O il tema del reddito minimo garantito, su cui il nostro Paese è in una posizione di retroguardia, in un momento in cui il lavoro cambia radicalmente di significato, sia per la vita della persona che per il rapporto uomo-natura. Se si legge l'articolo 38 della Costituzione in questa chiave, il “diritto al mantenimento e all'assistenza sociale”, il diritto “a che siano provveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita” per coloro che non sono in condizione di lavorare, acquistano un nuovo significato. 


E che dire della possibilità di trasferire per legge “ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale” (art. 43): un'idea di futuro che oggi conserva una modernità straordinaria. E si potrebbe continuare a lungo.

Così si comincia a sentir parlare, dopo il 4 dicembre, di Partito della Costituzione.
Di più: si fa strada l'idea di dover abbandonare ogni remora nell'allargare la partecipazione. Purché siano chiare le regole del gioco, le leggi fisiche fondamentali che devono garantire la stabilità della costruzione, il processo dovrà essere inclusivo senza aver paura delle differenze e delle pluralità.
Così come l'idea che il processo debba piantare le sue radici nei territori. Che il confronto debba essere portato a diretto contatto con i luoghi dove le istanze, le domande vengono formulate in riferimento alle esperienze concrete delle persone. 

L'augurio per il nuovo anno. Scendere nel concreto

Fin qui si è parlato di opportunità che ci stanno davanti, di cui si è riscoperta l'attualità e l'attrattiva, (e qualche segno concreto di realizzabilità). Ma non si va oltre gli auspici. “Auguri per il nuovo anno”. Si può fare qualche passo in più?

Brucia la memoria delle esperienze passate, la storia delle formazioni che si sono dette di sinistra, i vizi endemici che hanno portato a ripetere gli stessi errori per gli stessi inevitabili insuccessi. Senza che si producesse una riflessione comune su come evitare di ripetere quegli errori e cambiare strada.
Non che siano mancate le autocritiche, ma ognuno per conto suo ha cercato la causa del proprio errore, dando per scontato che gli altri ne avessero commessi di peggiori, e non emendabili. 
Per non dire delle folgorazioni, cambiamenti repentini privi di un serio retroterra di analisi, frutto di acrobazie tattiche sull'onda degli eventi.

Perché è così difficile condividere? Che cosa lo impedisce?
Proporrei una risposta banale, come spunto di partenza: un deficit di generosità e di umiltà, da parte di chi si è trovato a rivestire un ruolo di guida senza avere la capacità di mantenere il necessario contatto (si può dire anche empatia) con coloro da cui proveniva una delega di rappresentanza.

Non dice tutto, non spiega a fondo, certo. Ma bisognerà pur darsi una ragione del perché i “danti causa”, coloro cui spetta di scegliere da chi, entro quali limiti e a quali condizioni farsi rappresentare, non avendo voce in capitolo in queste scelte hanno smesso, semplicemente, di “dare causa”.
Invece si salta a pie' pari questo passaggio quando si va direttamente al punto di arrivo, facendone il tema centrale. È di questo che si parla, quando si cerca la ricetta dell'unità: da chi deve essere fondato e come deve essere composto il nuovo partito. Quando il problema è invece quello dell'origine: la fonte, il mandato.

Per questo generosità e umiltà sono requisiti fondamentali: perché tali sono per chi si affida ad altri per l'esercizio della funzione di rappresentanza politica. Ci si deve convincere che oggi nessuno è disposto ad affidarsi ad altri in toto e a scatola chiusa: anche chi non si candida ad esercitare una funzione di rappresentanza, non essendo interessato o motivato; anche chi non intende impegnarsi a una partecipazione attiva “a tutto campo” e preferisce coltivare il suo impegno diretto su questioni parziali che sente più vicine e più stimolanti; anche chi pensa di limitare il suo apporto allo “stay tuned”. Tutte queste diverse forme di adesione implicano un voler contare, essere informati, esser chiamati a decidere, avere a disposizione strumenti per interagire che non comportino rinunciare necessariamente a una sera in famiglia o a una domenica in gita o a tre ore di lavoro retribuito.
Vale anche per quel campione ridotto rappresentato dalle tre platee di cui ho parlato, in gran parte coincidenti, almeno nel comune sentire. Benché convocate da soggetti diversi, di fronte a tavoli di presidenza diversi.

Un augurio che è anche un appello
Ecco, se un augurio vorrei formulare per l'anno che viene, è che siano quelle platee, insieme alle altre platee ideali costituite da chi si impegna, nelle varie modalità che ho appena provato ad elencare, a trovare il modo di definire le regole per governare i processi a cui tendiamo. Quelle in cui tutti si riconoscono. Che includano tutti.

Che da quelle platee parta la spinta per vincere le resistenze originate dalle appartenenze, le gelosie originate dalle differenze. Si tratta in fondo di far sentire ciascuna appartenenza ugualmente degna. Di non chiedere a nessuno, qualunque sia il processo cui sta dando vita, di fare passi indietro o rinunciare a ciò che sta costruendo, ma di fare passi in avanti verso che è coinvolto in processi diversi che siano diretti alla stessa meta. Così da assumere le differenze (anche nelle forme associative, nelle finalità, nei linguaggi, non solo nelle appartenenze), anziché come un ostacolo, come una ricchezza, in quanto pluralità che aiutano nello sforzo di dare risposte ad un popolo plurale.
Significa, per ciascuno, non spogliarsi delle proprie identità ma rinunciare a imporle come indisponibili, refrattarie al dialogo, per ritrovarle arricchite nella condivisione.

A quelle platee, chi vive una tensione sincera verso la ricostruzione della politica che oggi manca, dovrebbe restituire la parola e attribuire il potere. Non un domani, quando avranno aderito a qualcosa a cui hanno avuto il permesso di partecipare solo a cose fatte o previa delega preventiva. Ma ora, sin dall'inizio.
Si può fare? Non so dirlo: si saprà solo dopo averci provato. So che incontro sempre più persone, la stragrande maggioranza, che non vedono alternativa al provarci. Che abbiano una qualche tessera (di SEL, SI, FAS, PRC, Possibile, Altra Europa o di mille altre associazioni vive e vitali) o non ne abbiano nessuna. Vorrà pur dire qualcosa.

Che anno sarebbe, un anno costituente in nome della Costituzione!
Che riforma sarebbe, la costituzione di qualcosa nuovo di zecca per realizzare il disegno di una Costituzione vecchia di settant'anni!
Buon anno!

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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