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E ora a chi tocca?


“Mi avete bocciato il Senato-dopolavoro di nominati; le leggi del governo a data certa; la clausola di supremazia. Adesso governate voi, senza (o contro) di me che ho la maggioranza in Parlamento.”
Questo ha detto al popolo italiano, alla mezzanotte del 5 dicembre, un premier affranto che non aveva però perso baldanza e dunque ancora poco lucido.
Un Presidente del Consiglio, non irresponsabile né afflitto da egolatria incontenibile, avrebbe detto agli italiani: lavorerò perché il partito che rappresento si assuma le responsabilità che gli competono in quanto maggioranza in Parlamento, nel rispetto della volontà popolare espressa nel referendum. Ero e sono convinto di avere agito per il bene del Paese ma il popolo sovrano mi ha dato torto. Mi metterò al servizio, per restituire in breve tempo la parola agli elettori con una legge elettorale che nasca dalla massima condivisione. Chiederò al mio partito di impegnarsi con la massima energia per questo, e sarò pronto a farmi da parte se me lo chiederà per il bene del Paese.
Con la sua abilità comunicativa avrebbe condito questo discorso con i passaggi tipici di un Blockbuster hollywoodiano come è nel suo stile, ma questo sarebbe stato grosso modo il contenuto.

Così non è stato e ha così messo la parola fine sulla sua ascesa politica mostrando apertamente tutti i suoi limiti. E Mattarella, da buon padre di famiglia, glielo ha dovuto spiegare. Mentre c’è ancora qualche amico (un po’ serpentello) che lo incoraggia a stare a guardare e a lasciar fare agli altri. Come se, perpetuandosi ancora il disastro, alla fine potesse levarsi un coro per farlo tornare. Come se fosse ancora in tempo a scrollarsi di dosso la paternità del disastro. Auguri, soprattutto di trovare qualche amico meno pernicioso.

Ma una domanda si impone: come siamo arrivati a questo punto?
Per rispondere dobbiamo lasciare un momento da parte Renzi, il suo carattere, le sue qualità (anche i critici più severi gliene riconoscono) e i suoi difetti (che molti suoi corifei osannanti, fino all’altro ieri, ora stanno enfatizzando in modo nauseante). Dobbiamo capire quali forze hanno spinto in questa direzione e lo hanno spinto a fare da capo-branco.
Un’occhiata alle reazioni dei fan del SI può illuminare. Ecco tre esempi:
1) “Bravi, adesso vedetevela con Grillo” (molto gettonata).
Stupefacente. Hanno creato le condizioni perché il malcontento – quello meno rozzo, meno fascista e meno razzista, perché di fascisti rozzi e razzisti ce ne sono anche tra i Cinquestelle ma il pieno lo fa la Lega – si riversasse massicciamente su Grillo. E facesse del suo movimento la prima forza politica in Italia. Lo hanno sbeffeggiato, stile Fassino (fatti un tuo partito, vieni al posto mio a fare il sindaco), hanno tentato la linea craxiana (valà che siamo tutti uguali, disonesti e incompetenti), e quando hanno realizzato che non funzionava, senza chiedersi come mai, sono passati al gioco pesante: cambiare le regole per impedirgli di vincere ad armi pari. Hanno perso, proprio sulle regole del gioco, ma ancora non si rendono conto di aver costruito la sua fortuna. Ebbene sì, adesso la sinistra che ha votato NO dovrà vedersela con Grillo. Con le armi della politica, alla pari.

2) “Come fate a gioire per la vittoria dell’immobilismo contro il cambiamento” (anche questo molto diffuso)
Si può capire, una reazione così, negli strati meno politicizzati, più sensibili agli argomenti della propaganda, diciamo così, fantasiosa. Ma uno ragionevole e attento ai fatti, se gli si parla di cambiamento cerca di vederci chiaro: va meglio il prodotto nazionale? Dello zerovirgola? Suvvia, la distanza dalla media dei nostri simili europei (non parliamo del resto del mondo) anziché diminuire aumenta, vanno tutti più veloci e noi riusciamo soltanto a non andare indietro: vuol dire che non stiamo cambiando un bel niente, anzi andiamo peggio. E l’occupazione? Seicentomila in più? Abbiamo pompato decine di miliardi alle imprese perché trasformassero i contratti a tempo in contratti “a tutele crescenti”, cioè licenziabili in qualunque momento; gli occupati sono aumentati solo perché gli anziani erano costretti a rimandare la pensione e i giovani venivano schiavizzati con la vergogna dei voucher. E chi non trova lavoro o lo trova solo per qualche giorno con paghe di fame dovrebbe convincersi che le cose “potrebbero andare meglio ma intanto sono cambiate”? E la scuola? Forse prima era un po’ troppo “buona” e teneva insegnanti parcheggiati e precarizzati per non tagliare posti e qualità dell’insegnamento, ma sostenere che è diventata “buona” perché ha affidato la loro sorte (e la sorte dei loro alunni) a un algoritmo impersonale e cervellotico è sembrato un affronto alle centinaia di migliaia di persone che la bontà del cambiamento l’hanno misurata sulla loro pelle.
No. Sarebbe necessaria una riflessione approfondita su che cosa significa cambiamento, ossia su quale cambiamento chiedono i cittadini che stanno pagando i prezzi della globalizzazione. Che vedono ogni giorno, in un mondo interconnesso, chi sta guadagnando e raggiungendo mete che non vedono alla loro portata.

3) I giovani che hanno voltato le spalle al rottamatore sono il bersaglio delle reazioni più lunari. Si va dalle accuse soft, di ignoranza e ingratitudine, a quelle hard: balilla, emuli dei giovani squadristi del ’22. Detto da chi, magari senza saperlo e quindi senza volerlo, ha riesumato il mito dell’atto eroico dell’uomo solitario (dannunziano), o quello della modernità che tutto travolge (marinettiano), fa un po’ sorridere. Ma non fa ridere, anzi, appare tragica, l’incapacità, che questi atteggiamenti denotano, di comprendere le radici del senso di estraneazione e di ribellione dei 4 giovani su 5 che sono corsi a far sentire il loro NO.
Si è detto del lavoro, e della scuola, ma è solo una parte della realtà che sono costretti a vivere. Si sente ripetere che loro sono la prima generazione condannata a una vita meno dignitosa di quella dei loro genitori, come se fosse una litania del genere “non ci sono più le mezze stagioni”. Che volete farci, non sono stati fortunati, i tempi sono cambiati. In peggio. Epperò gli si chiede di credere che quello a cui stanno assistendo è il cambiamento a cui aspirano. E che, tolta la doppia lettura e ridotte le Regioni a passacarte, potrà dispiegarsi in tutta la sua potenza mirabolante.


Davanti a queste miserie ideologiche viene allora da dire che ha ragione Renzi, quando dice “ora sbrigatevela voi”. Il compito, la fatica di capire quali domande pone il popolo che ha votato spetta ad altri, spetta alla parte del fronte del NO che ha mostrato maggiore consapevolezza e maggiore aderenza a un sistema di valori che permette di interpretare le istanze dei più deboli.
Questa parte non è organizzata, non è strutturata e dunque non è politicamente visibile. Ma non significa che non esista. O si deve credere a chi dipinge la vittoria del NO come il prodotto dell’impegno politico della destra e dei grillini. Ce lo hanno raccontato telegiornali e giornaloni ma chiunque abbia girato strade e piazze d’Italia negli ultimi mesi sa quanto questa immagine sia falsa. Quello che è vero, ahimè, è che tra esistere (volantinare, fare banchetti) e conquistare consenso politico per governare un paese c’è di mezzo un tragitto che a molti sembra fuori portata.

Anche questo paradigma va preso di petto e cambiato radicalmente. Non è compito per eroi solitari ma sfida collettiva per almeno tre generazioni che oggi si trovano insieme a fare i conti con la loro storia (la prima) il loro presente (la seconda) e il loro futuro (la più giovane, più numerosa e con più energie). Avanti! nell’Unità!

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