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Anche sui voucher, una battaglia di verità. E di democrazia

È partita la discussione sui voucher. Buon segno, mentre si avvicina il referendum per abolirli.
Pessimo segno, il modo: se ne discute riproducendo lo schema della discussione sulla Costituzione. Qualcuno non vuole proprio imparare.
Si sta creando un fronte che li difende, o mette in guardia dai pericoli della loro abolizione. Con argomenti che distorcono la realtà fino a negare l'evidenza o a falsare la storia.
Si rende di nuovo necessaria, come per il referendum costituzionale, un'operazione di bonifica. Ecologia della comunicazione pulita.

La storia
Anche in questo caso, si chiama in causa la sinistra, inventando che li avrebbe introdotti per prima. Proprio come è stato fatto per nascondere l'origine (che risale alla destra piduista) della Boschi-Verdini, con le citazioni postume, irrealistiche al limite del ridicolo, di Berlinguer, Ingrao, ecc. Ma è FALSO.
Invece la storia vera è quanto mai istruttiva.
Le origini
Anche in questo caso, come per la riforma costituzionale, è utile inquadrare il tema risalendo alle origini (comuni, peraltro): la controriforma concepita dalla destra negli anni Ottanta.
Insieme con la concentrazione del potere politico nell'esecutivo, liberato dall'ingombro del bilanciamento dei poteri, e il controllo monopolistico dell'informazione, quel progetto contemplava un terzo caposaldo: lo smantellamento dell'architettura giuridica del diritto del lavoro basata sulla Costituzione repubblicana. Il presupposto era che il rapporto di lavoro non è un “negozio” come tutti gli altri. In una “repubblica fondata sul lavoro” non si può considerare la vendita del proprio lavoro come un qualunque altro scambio di merci. Il lavoratore e i suoi rappresentanti dovevano perciò essere tutelati in quanto “contraenti deboli” per riequilibrare il rapporto. La controriforma puntava invece ad abolire vincoli e tutele per comprimere, con il potere contrattuale dei lavoratori, i loro redditi.
Il risultato è certificato dalle statistiche, eloquenti a dispetto delle acrobazie logiche e delle castronerie che si sentono a destra e a sinistra (sedicente) per alterare la realtà dei fatti. Da allora i redditi da lavoro hanno progressivamente perso quota nella distribuzione della ricchezza nazionale e ora fanno compagnia alla Grecia in coda alle classifiche dell'Unione Europea.

Cronologia
Fatta questa premessa, ecco la storia dei voucher ricostruita passo per passo.


Il messaggio del Jobs Act è rivolto ai datori di lavoro più incapaci e disonesti (non conosco un solo imprenditore degno di questo nome, competitivo sui mercati internazionali, che dichiari di aver tratto giovamento dal Jobsact). Di epocale (epperò transeunte) c'è solo la massiccia regalìa della Finanziaria 2015 che ricopre d'oro che assume con il nuovo contratto “a tutele (de-)crescenti”.

Si spiega così la vera e propria esplosione che si registra già a partire al 2014, quando il Jobs Act è ancora allo stato di legge-delega (approvata a spron battuto in Parlamento). E l'ulteriore crescita impetuosa cui si assiste dopo il decreto attuativo emanato a metà 2015 (d.lgs. 15/6/15 n. 81, artt. 48-50) nonostante si limiti a riprodurre, con limature marginali, la normativa sui voucher già vigente. 
Nel 2016, quando la reale natura dei voucher è sotto gli occhi di tutti, il governo si vede costretto a ritoccare le procedure per dare l'idea di voler arginare l'uso che ne viene fatto, ma l'esplosione dei voucher non si arresta.

Era infetti diventato chiaro a tutti quello che si è cercato di illustrare con questa panoramica, a cosa e a chi servono i voucher: sono solo un facile strumento per un'ulteriore precarizzazione e disumanizzazione del lavoro, la compressione delle retribuzioni e per l'imbarbarimento delle relazioni sindacali.

Le acrobazie logiche a difesa
Prendere le difese dei voucher non è impresa da poco, ma non mancano “arditi incursori” pronti a immolarsi nell'impresa. Gli argomenti non abbondano: si riducono in effetti a due, a cui si fa un ricorso ossessivo.

I voucher e il lavoro nero
Il primo argomento: servono ad arginare il lavoro nero. Il ragionamento è del tutto privo di logica.
Il lavoro nero e l'evasione fiscale sono non solo tollerate ma ampiamente favorite da una legislazione che crea ostacoli ai poteri pubblici cui spetta quel compito, qualora intendessero esercitarlo come sarebbe loro dovere. Gli esempi sono talmente numerosi (e noti a chiunque affronti il tema con onestà intellettuale) che non serve occupare spazio per elencarli.
Per i voucher è bastato, ad aprire gli occhi, il dato anomalo della significativa differenza tra buoni comprati e buoni riscossi: in particolare, tra il 2014 e il 2015 i primi aumentano del 71%, quelli riscossi del 38%. Perché mai accumularli in misura sproporzionata rispetto a quella che può essere necessaria per una normale riserva?
Si consideri che il governo Prodi II aveva finalmente reso effettivo il sistema delle comunicazioni obbligatorie, che aveva portato una consistente riduzione del fenomeno degli incidenti nel primo giorno di lavoro e un aumento del potere di dissuasione delle ispezioni. Si spiega il successo dei voucher (estesi, come si è detto, all'intero universo dei settori). Non sono un'alternativa al lavoro nero ma un incentivo.
Perché il “merito”, per così dire, del triste primato italiano quanto a lavoro nero e evasione fiscale non è solo delle leggi. In parte non meno rilevante si deve alla loro applicazione (il termine inglese, enforcement, è forse più espressivo). Lo Stato rinuncia ad esercitare la sua forza per garantire che la legge sia applicata.

I voucher e l'ampiezza del fenomeno della precarietà
Il secondo argomento è una versione solo formalmente diversa del primo. Se si cancellano i voucher, si trovano comunque altri modi di eludere e evadere nelle pieghe delle norme. Prima c'erano i cococo, poi i cocopro e le partite IVA finte, ora che questi istituti sono stati regolati in modo più stringente si è fatto ricorso ai voucher ma la lotta è impari. Come non si possono abolire le partite IVA perché sono usate in modo fraudolento non si devono abolire i voucher.
Il problema, come si è detto, è che i voucher sono stati concepiti per consentire le frodi. Oltre che per alimentare quella gigantesca frode, ai danni dei più deboli, rappresentata dalla Gestione Separata dell'INPS.
Anche questo tema merita attenzione, mentre resta in ombra: il lavoro occasionale è a tutti gli effetti un lavoro alle dipendenze (registrato come tale anche nelle statistiche). Eppure la soluzione che i “riformatori epocali” hanno escogitato per gli aspetti previdenziali dei voucher è stata quella di destinare i fondi alla Gestione Separata. Quella in cui versano tutti gli atipici assimilati al lavoro autonomo (anche quando si tratta di lavoro dipendente mascherato, come i cococo). Ma qui non c'è maschera, non c'è neppure una finzione di autonomia. C'è solo un grande furto di stato, che serve a pagare le pensioni “furbette”, quelle a cui non corrispondono contributi versati a copertura, prelevando dai versamenti dei precari che non riusciranno mai a raggiungere una pensione “coperta” (e men che meno una pensione dignitosa).

Abrogare i voucher non basta
Ecco allora un ulteriore argomento che da qualcuno è usato con una notevole ambiguità ma ha un suo innegabile fondamento. Abrogare i voucher non basta.
C'è chi ne trae la conclusione, del tutto illogica e fuorviante, che quindi sia inutile battersi per questo obiettivo. Ma è una verità sacrosanta che la campagna referendaria sui voucher debba essere accompagnata da un'intensa attività di informazione e mobilitazione sull'insieme della politica economica e sociale dell'attuale maggioranza.
Serve una politica industriale che aiuti il sistema produttivo a recuperare competitività con l'innovazione anziché attraverso la compressione dei salari, la disumanizzazione del lavoro, l'imbarbarimento delle relazioni industriali.
Serve un rafforzamento del potere coercitivo degli apparati pubblici a 360 gradi, piuttosto che irrigidere l'apparato normativo per inseguire i comportamenti illegali. Anche con un'opera di riconversione culturale.
Serve un riferimento certo per dare efficacia al precetto costituzionale secondo cui il reddito da lavoro deve essere sufficiente ad assicurare a se´ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”: un salario minimo per chi non è coperto dai minimi contrattuali.
Serve un reddito universale di base che assicuri ai cittadini “un'esistenza libera e dignitosa” anche indipendentemente dalla condizione lavorativa.
Servono un fisco e una previdenza all'insegna dell'equità, che significa progressività e solidarietà.

Non tutti questi temi sono riassumibili in obiettivi semplici, chiaramente comprensibili. Alcuni devono essere però portati in primo piano e diventare trainanti per tutta la campagna.
Reddito minimo garantito, ripartendo dalle proposte che giacciono in Parlamento e riprendendo il filo della campagna che attorno a Libera era stata portata avanti lo scorso anno da una molteplicità di soggetti.
Riforma della previdenza all'insegna della solidarietà intergenerazionale portando all'attenzione del pubblico come irrinunciabile il tema della fine della Gestione Separata,
Salario minimo, senza invadere il campo della contrattazione per fornire un riferimento certo per tutte le forme di remunerazione che non rientrano in quei confini, basato sull'a.ndamento generale dei minimi contrattuali.


La vittoria del fronte repubblicano costituzionale deve essere un punto di partenza per la rinascita della politica e la sua rigenerazione. La strada da percorrere è tanta ma è di nuovo aperta

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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