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4 dicembre 2016. Fine di una storia


Il 4 dicembre, indipendentemente da quale sarà il risultato del referendum, si chiude una storia. Quella del Partito Democratico.
Non ha compiuto dieci anni. Nei primi sei anni di vita ha cambiato cinque segretari generali. Il quinto segretario ha cambiato il partito, dopo essere stato eletto con il 67% di voti nelle primarie aperte. Nel giro di qualche mese ha conquistato un consenso superiore all'85% della base e si è insediato a Palazzo Chigi. Ma solo con il referendum costituzionale il cambiamento del partito ha avuto il suo suggello formale. Anche se il nome resterà ancora per qualche tempo.

L'operazione trasformistica che si è compiuta ha del clamoroso. La capacità di Matteo Renzi di camuffare e travisare è stata notevole, ma quella che si può davvero definire clamorosa è stata la mutazione genetica avvenuta nel corpo del partito. Non lo sto a argomentare: parlano in modo univoco e incontrovertibile i documenti su cui lavoreranno gli storici. Toccherà a loro ricostruire e spiegare, e daranno anche conto delle assurdità con cui si sono giustificate le contraddizioni e i capovolgimenti rispetto alle posizioni precedenti, quelle su cui il PD era nato.
L'elenco è troppo lungo, basta nominare quelle più note: il Jobsact che capovolge la lotta alla precarizzazione, obiettivo centrale per il PD fino al 2013, facendola esplodere come mai prima (ora i giovani, non a caso, sono la fascia d'età meno rappresentata nell'elettorato PD); lo SbloccaItalia che sacrifica la messa in sicurezza del territorio e la sua salvaguardia all'interesse più miope delle grandi multinazionali dell'energia e del cemento; l'Italicum, imposto col voto di fiducia con un obiettivo opposto rispetto alla proposta iniziale del PD (“consentire agli elettori di giudicare la qualità dei singoli candidati”) oltre che contrario al principio costituzionale del “voto uguale” prevedendo un premio di maggioranza eccessivo (stando alla sentenza della Consulta, di bocciatura del Porcellum). Si potrebbe continuare con la scuola, le tasse, il risparmio, gli sprechi, fino alla strizzata d'occhio alla ventata populista (vedi i contrasti con l'UE) e agli umori dell'antipolitica in genere. Tipica la campagna contro la casta, condotta peraltro da un politico che non ha mai svolto un qualunque lavoro di altro genere (salvo essere assunto sulla carta, ma questo è un altro discorso che porta ad un altro tema di grande interesse...).

Nessuno, neanche il più grande illusionista, sarebbe però stato in grado di compiere questa rivoluzione (passiva, avrebbe detto Gramsci) se il corpo del PD non fosse giunto agli appuntamenti del 2013 (elezioni e primarie) estenuato da un percorso che ne aveva fiaccato la tenuta ideale e culturale (oltre che, in buona misura, quella etica). Con un programma e una coalizione rivolta verso sinistra mentre la linea politica e gli atti concreti, dall'appoggio indiscriminato al governo Monti all'alleanza al centro (“quand'anche dovessimo conquistare la maggioranza assoluta governeremo come se avessimo il 49%”) segnavano la resa alla cultura mainstream e ai dogmi del liberismo e dell'austerità pur di occupare le posizioni di potere che il moderatismo centrista prometteva di assicurare. È finita in effetti così: ma il tatticismo e la doppiezza, spogliate dell'involucro esteriore, si sono risolte in un'adesione acritica, trasformistica e opportunistica, alle tesi con cui ci si dichiarava costretti a mediare.

Il tripolarismo prima, con lo spazio elettorale occupato dai Cinquestelle, e il referendum infine, hanno portato a compimento questo processo.
Fine di una storia. In ogni caso.
Se vince il SI resterà il nome, e con ogni probabilità resteranno anche i travisamenti e gli opportunismi. Ma si formerà un'opposizione di sinistra consistente, liberata dalle ipocrisie e dai settarismi del passato, se emergerà un nuovo gruppo dirigente esente da quei vizi e con un curriculum credibile, che sappia ricostruire il consenso perduto. Altrimenti, i Cinquestelle si approprieranno del monopolio dell'opposizione di sinistra, per quanto ambigua e trasversale possa essere la loro proposta, in assenza di alternative. E il PD sarà quel partito di centro moderato che le élite economico-finanziarie nazionali hanno tenacemente lavorato per costruire negli ultimi venticinque anni, dopo la fine della DC.
Se vincerà il NO si assisterà al tentativo della “vecchia guardia” di riprendere il partito. Ma non avranno un futuro perché senza più il “corpaccione”, il ”ventre molle” definitivamente bruciato dall'adesione al renzismo, dovranno rassegnarsi alla definitiva marginalità. Proveranno magari a riconquistare un minimo di credito in chi ha lasciato il PD rimanendo nei suoi paraggi ma avranno pochissime chance di estendere quel credito al corpo elettorale. Né un futuro lo avrà il renzismo sconfitto, che dovrà dare addio al sogno di ricostruire la DC “provenendo da sinistra” e ripercorrerà i passi dei Casini, dei Rutelli, dei Monti e dei Mastella. Si riproporranno dunque le stesse alternative descritte per la vittoria del SI: una formazione di sinistra credibile e consistente, o il monopolio saldamente in mano ai Cinquestelle

A ben vedere, dunque, non è del destino del PD che si tratta con il referendum. Quello è un destino segnato, una storia finita il giorno stesso dell'approvazione della legge Boschi, dopo che era stato approvato (con fiducia) l'Italicum. Una sentenza definitiva di divorzio, che sancisce una rottura che in fondo risale all'8 dicembre 2013 (classica crisi del settimo anno).
Si tratta del destino della democrazia e della coesione sociale nel nostro Paese.

Su questo ci si dovrà impegnare, traendo le conseguenze dall'esito di un voto che in questo momento mi è ignoto. E mi suscita non poca apprensione.

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