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SI e NO. Le ragioni messe a nudo

Alle ultime battute di una campagna elettorale che va avanti da sei mesi lo scontro tra le ragioni del SI e del NO si può ridurre all'osso.
Premettiamo che se i toni sono accesi non c'è nulla di aberrante. Al contrario, c'è semplicemente un popolo che, a dispetto dei suoi detrattori, sta dimostrando di avere compreso la portata di questo voto: storica, non solo sul piano nazionale.
Asciugate dai toni, sfrondate dagli addobbi propagandistici e depurate dalle bufale, il confronto è tra due letture (o narrazioni) della nostra storia recente e due visioni, conseguenti, del futuro. Qualunque interpretazione della riforma va inquadrata in questa cornice, senza di che il merito diventa indecifrabile, perde significato.

La narrazione del SI
Secondo la lettura del governo e del fronte del SI, l'Italia è stata immersa in una palude per lunghissimi anni, da D'Alema passando per Berlusconi fino a Monti (tacendo di Letta: complesso di colpa?), finché Renzi non ha scompaginato il gioco politico e imposto un cambio di passo.
Grandi riforme sono state varate (Jobsact, Buona Scuola, Sbloccaitalia), se ne vedono i primi risultati (più occupati, PIL zerovirgola ma col segno più).
La riforma costituzionale serve per darci un futuro migliore: se lo si lascerà lavorare i risultati saranno fenomenali. Perché sarà libero dai condizionamenti di un Senato che rallenta il percorso decisionale e di Regioni che alimentano contenzioso e potrà battere i populismi di destra (Lega) e di sinistra (M5S) che cercano di speculare sulle difficoltà. E mandare a casa i vecchi politici attaccati alla poltrona e abituati a lucrare su una politica inconcludente. E a quel punto imporsi in Europa come quello che cambia i trattati, fa passare un'altra linea in economia (flessibilità e spesa in deficit) per la ripresa e la crescita e impone solidarietà per la questione migranti (ripartire tra tutti gli stati l'accoglienza).
Ci sono altri provvedimenti da adottare una volta approvata, e difetti da correggere; è un primo passo e non è perfetta, ma il fronte del SI procederà agli atti successivi (leggi elettorali, regolamenti parlamentari, aggiustamenti sul titolo V, aggiustamenti in base al funzionamento del bicameralismo) con coerenza e velocità, forte del consenso ottenuto.
Se invece vince il NO: palude; governicchi, o governi tecnici, o stallo senza governo; mai più riforme per i prossimi trent'anni; l'Italia torna indietro (a quando?).

Invadenti. Aggressivi: non entrare nel merito ma denigrare l’avversario.
Girate per i social dove imperversano i troll del BastaunSi. Guardate i canali invasi dai talebani del BastaunSi. Fate zapping per trovare l’intervista con il premier in diretta o in differita (ce ne sono sempre, in qualunque momento, almeno due o tre). Sentirete ripetere questo ritornello senza nemmeno una grande varietà di salse.
Si, perché i condimenti hanno tutti lo stesso sapore: denigrazione e delegittimazione degli avversari. “Noi vi parliamo del merito della riforma, ma gli altri, anche se vi parlano del merito, non state a sentirli. Perché sono …” e via con gli attacchi alle persone: “...vecchi, rimbambiti o, se competentissimi, professoroni barbosi; fascisti o, se antifascisti, attaccati alla poltrona, al vitalizio; grillini insopportabili o, se graditi in quanto anti-casta e moralizzatori, farisei dalla doppia morale (hanno copiato le firme a Palermo)”.

Dietro il NO, tutta un’altra storia- Il potere economico-finanziario e la carta Renzi

Ma c'è una lettura alternativa, non altrettanto monocorde, non così rotonda e levigata dal mestiere dei communicators. Oscurata, travisata, ma nonostante questo, condivisa “a pelle” da milioni di persone che stanno vivendo una realtà che non collima con quel racconto. Chiamati a trarne le conseguenze: prendere la tessera elettorale e domenica, di buon'ora, recarsi al seggio a testa alta a compiere il loro dovere civico di votare e di farlo secondo ciò che detta loro la coscienza.
In questa narrazione il disagio e lo scontento non si cancellano con uno slogan. E non piovono dal cielo ma hanno come protagonisti i signori della globalizzazione, i teorici dell'ultraliberismo, i grandi poteri economico finanziari che nella caduta del Muro hanno visto la fine della partita dei conflitti sociali.
In questa lettura la storia fino a un certo punto coincide: l'adesione di D'Alema alle tesi blairiane, l'era berlusconiana, interrotta solo per poco dalla parentesi dell'Unione, la crisi e l'incapacità di affrontarla (arrivando a negarla) fino al commissariamento da parte della troika attraverso Monti. Difficilmente potrebbe essere diversa, essendo impressa nella memoria degli italiani.
Contiene però una traccia, il segnale di un'alternativa possibile. Se mai è sembrato che si potesse prendere un'altra strada, è stato nel biennio 2010-2011 con la vittoria nel referendum sui beni comuni e con i sindaci “arancioni” nelle amministrative.
Invece – ecco la diversa lettura – le elezioni del 2013 hanno sancito la riconferma del predominio della “solita” storia, dei “soliti” poteri che hanno dato una soluzione tutta “di palazzo” (Napolitano e i 101) alla situazione di stallo seguita al voto. Letta è stato chiamato a continuare sulla stessa linea ed è poi stato messo da parte perché considerato troppo morbido. Così il compito di portare a compimento, con più decisione, quel disegno è stato affidato a Renzi: lavoro, scuola, grandi opere (sbloccaItalia), banche, P.A., RAI, tasse, ossia tutti i file aperti, puntualmente elencati nella lettera delle troika del 5 agosto 2011, si sono concretizzati in provvedimenti che hanno alimentato la crisi, deteriorato l'occupazione, aumentato le diseguaglianze. Non un altro verso, l'uscita dalla palude, la ripartenza, ma la linea ultraliberista portata alle estreme conseguenze.

Riforma per rafforzare chi comanda
La riforma dunque non serve a cambiare ma a rafforzare chi comanda, i grandi poteri economici e finanziari, preoccupati che la loro linea e i loro interessi possano uscire sconfitti dalle urne. Serve a far sì che lo strapotere fin qui esercitato dal governo, sul lavoro, sulla scuola, sullo sfruttamento del territorio e delle coste (il referendum sulle trivelle non ha raggiunto il quorum ma è uscito bocciato dalla quasi unanimità dei votanti) possa continuare, prima ancora di arrivare al voto, al riparo dalle Regioni, dalla dialettica parlamentare, dalla Corte Costituzionale. Non è perfetta perché è solo un primo passo per indebolire il peso del Senato, esautorare le Regioni, condizionare gli organi di garanzia. Per farlo passare si sono dovute confondere le acque e ne è uscito un testo pieno di pasticci e di contraddizioni.
Se vince il SI però la riforma “imperfetta” potrà essere “perfezionata”: sottraendo altre funzioni al Senato (o abolendolo); spostando altre competenze dalle Regioni al centro, se dovessero continuare a prevalere nel contenzioso con lo Stato, come è appena avvenuto per la riforma della P.A.; imponendo termini ancora più stringenti al Parlamento attraverso i regolamenti. Il consenso ottenuto nel referendum spianerebbe la strada, la “democrazia governante” avrebbe vinto sulla democrazia rappresentativa (ma non c’è rischio di deriva autoritaria: solo, si correrebbe qualche rischio a parlarne).

Se vince il NO nessuna certezza…
Se vince il NO non si torna indietro. Si deve imboccare un'altra strada.
Quale?
Con una Camera in cui il PD ha, da solo, ben più che la maggioranza assoluta e con un PD saldo come non mai nelle mani di Renzi, ineviabilmente c'è il rischio che la storia continui.
Sarà ancora il PD e quindi Renzi ad avere il peso decisivo nella scelta di chi dovrà portare avanti il lavoro del governo e c'è poco da dubitare che se non sarà lui stesso sarà qualcuno che Renzi penserà di condizionare. Che parli di “rischio di governo tecnico” è dunque l'ennesimo capovolgimento della realtà: rischio per gli italiani, semmai, se sarà lui a decidere di giocare così la sua partita.

Con la vittoria del NO, che si continui sulla linea portata avanti fin qui è dunque un rischio realistico.
Ma con la vittoria del SI è una certezza. Che avrebbe per di più grandi probabilità di prolungarsi nel tempo oltre le elezioni, se questo Parlamento approverà (a colpi di maggioranza, come sempre) una legge elettorale su misura nell'interesse dello schieramento al governo (e di chi si dimostrerà disposto ad allinearsi).

… ma una speranza per il futuro
La vittoria del NO costringerebbe invece Renzi a fare i conti, oltre che con un Parlamento che potrebbe sentirsi incentivato a riscoprire la sua dignità e il suo ruolo, con un Paese – un popolo sovrano – che lo avrebbe messo in minoranza e con una Costituzione che manterrebbe i contrappesi voluti dai costituenti usciti dalla tragedia del fascismo e uniti dai valori della Resistenza.

Non è certo una prospettiva che potrebbe far paura.
Non farebbe uscire il Paese dal tunnel in cui lo hanno cacciato venti anni di dominio delle elite ultraliberiste, delle loro tesi e dei loro interessi.

Ma lascerebbe aperta la porta alla speranza di farcela.


Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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