Passa ai contenuti principali

Possiamo dirci soddisfatti per come va l'occupazione?

Puntuale come sempre, ad ogni inizio mese l'ISTAT rilascia i dati sull'occupazione e Matteo Renzi rilascia il suo tweet trionfale (con un'eco che rimbalza dal Ministero del Lavoro). 
Il trend dell'occupazione però non cambia. E non ci riserva nessuna sorpresa: è ampiamente analizzato, se ne conoscono le cause e si sa come incidono quelle riconducibili a scelte politiche. Tanto che, purtroppo, finché non cambieranno le cose, prevedere l'andamento futuro è fin troppo facile. Basta un'occhiata a qualche grafico per rendersene conto. 

Quello qui accanto rappresenta gli occupati totali mese per mese dall'inizio della crisi economica (2008) fino ad ora (settembre 2016). 
È evidente il crollo dei primi anni: più di un milione di posti di lavoro persi, tra crisi e politiche di austerità, nel periodo che va dal 2008 ai primi mesi del 2014. Quando si inverte la tendenza alla diminuzione degli occupati. 
Il grafico sottostante è una zoomata sugli ultimi quattro anni, dalle elezioni del 2013 in poi. Corrisponde all'avvento di Renzi, i cui interventi hanno ripercussioni fedelmente registrate dalla curva degli occupati.

Appena arrivato, liberalizza con un decreto i contratti a termine. 
Poi diminuisce le tutele per quelli a tempo indeterminato con il Jobs Act.
Quindi concede un cospicuo incentivo alle assunzioni a tempo indeterminato, con la Finanziaria 2015.
Contemporaneamente liberalizza i contratti a tempo “ultradeterminato” retribuiti per mezzo di voucher, in vista della graduale diminuzione degli incentivi, a partire dalla Finanziaria 2016.
In questo modo si sono recuperati circa due terzi dei posti di lavoro perduti: da questa primavera ci ritroviamo al livello di quella del 2009, attorno ai 22,8 milioni di occupati, 400mila in meno rispetto all'inizio della crisi.
Non sarà l'ottimo, ma possiamo almeno dire che vada bene così, come ci ripete il premier ad ogni inizio del mese?

No, purtroppo non possiamo dirlo. E non per partito preso contro questo governo.
Non si tratta della classica alternativa tra bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Si tratta di scegliere il metro con cui giudicare lo stato delle cose e la politica che ha contribuito a determinarlo con certe caratteristiche. Per questo dobbiamo andare a vedere, dietro questi dati (quantitativi) sul numero delle persone che lavorano, il loro significato in base - come minimo - ad altri due parametri:
- è aumentato, nel complesso, il loro reddito?
- è un lavoro che ha migliorato la qualità della loro esistenza? 

Una prima risposta ce la dà il grafico qui accanto che descrive l'andamento del reddito nazionale nello stesso periodo. Ci dice è andata ancora peggio, sia nella fase discendente, perché è diminuito più dell'occupazione, che in quella di ripresa, perché è aumentato di meno. Dobbiamo trarne la conclusione che né il taglio dei posti di lavoro né la successiva parziale risalita hanno comportato un qualche aumento della produttività. Ciò significa che non è aumentata la competitività del sistema produttivo nel suo complesso. Ma anche che c'è stato uno spostamento del reddito dai salari ai profitti: senza che crescesse la torta da dividere, i datori di lavoro se ne sono ritagliati una fetta maggiore.

Per rispondere alla seconda domanda, dobbiamo tenere conto del fatto che, oltre alle politiche del governo Renzi, sull'andamento della curva dell'occupazione ha avuto un effetto importante anche la riforma delle pensioni che risale al governo Monti. Il drastico aumento dell'età pensionabile introdotto dalla legge Fornero ha prodotto le sue conseguenze, molto rilevanti come tutti sappiamo, in un tempo più diluito, man mano che cresceva il numero delle persone costrette a restare al lavoro più a lungo rispetto al regime precedente.

Per valutare appieno la combinazione micidiale di effetti accanto alle misure del governo Renzi, dobbiamo andare a esaminare l'andamento dell'occupazione nelle diverse classi di età. Anche qui un'occhiata a un grafico è più che sufficiente: quello qui accanto ci rappresenta l'andamento, dal 2013 ad ora, degli occupati tra i 15 e i 24 anni e di quelli over 64. 

Gli anziani sono trattenuti al lavoro, i giovani sono tenuti ai margini. Ogni altro commento è superfluo. Salvo uno: ma, almeno, la forza lavoro più giovane, fresca di studi, piena di energie, è valorizzata come merita? 
Quel poco lavoro che riesce a trovare è almeno un lavoro di buona qualità?

La risposta la può dare questa semplice tabellina relativa all'utilizzo dei voucher. Mette a confronto, da una parte, il peso dell'occupazione giovanile su quella totale. Dall'altra, il peso dei giovani che hanno un lavoro retribuito con voucher sul totale degli utilizzatori di voucher anno per anno.


Sono all'incirca sei volte più numerosi, in proporzione. I voucher esplodono con la liberalizzazione, ma sono riservati per oltre un quarto del totale agli under 25. Se nel 2011 su 1milione 152mila under 25 occupati quelli pagati con voucher erano 11mila, nel 2015, mentre gli occupati in quella fascia di età scendono a 926mila i percettori di voucher salgono a 80mila.

Riformuliamo allora la domanda iniziale: possiamo dirci soddisfatti di un andamento dell'occupazione che vede:
- un aumento delle persone che lavorano senza che si produca più ricchezza?
- un aumento delle persone che lavorano per spartirsi una fetta minore di quella ricchezza, perché una fetta crescente va ai profitti e alle rendite?
- un aumento delle persone anziane che lavorano perché costretti, non potendo godere della pensione cui avrebbero avuto diritto fino a qualche mese prima?
- un aumento dei giovani che hanno un lavoro di pessima qualità e pagato due soldi, senza che aumenti nel complesso il numero di giovani che lavorano?

Per qualcuno la risposta è SI, possiamo dirci soddisfatti. E ve lo diciamo con un tweet trionfalistico.  
Ma chiunque si ispiri ai valori storici, classici, della sinistra non può che dare una risposta diversa. Un chiaro e tondo 

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

Post popolari in questo blog

Cinquestelle e sinistra. Una conclusione

Se la sinistra si unisse all’attuale opposizione al governo Conte in una campagna per farlo cadere in nome dell’antifascismo darebbe un colpo letale ad ogni residua, flebile speranza di recuperare un ruolo significativo sulla scena politica italiana per il prossimo futuro. Deve invece prioritariamente ricostruire un suo profilo riconoscibile su un progetto convincente, chiaro nei presupposti di valore.
Questa affermazione, con cui ho chiuso il post precedente, non solo non è una dimostrazione del settarismo identitario che impedisce alla sinistra di ritrovarsi ma è la condizione per riuscire in questo arduo compito. Lo è in base a banali considerazioni dettate da un’analisi appena obiettiva della situazione politica attuale. Mi sono impegnato a motivarlo e provo a farlo di seguito.

Riassunto delle puntate precedenti. - Il governo ora in carica era ufficialmente abortito per la pretesa di Salvini di rappresentare la coalizione di centrodestra anziché solo la Lega e per il rifiuto dei Ci…

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

Combattere la destra a fianco della destra?

L’unico modo sensato, per la sinistra, di rapportarsi al governo Conte è confrontarsi con i Cinquestelle in modo chiaro e forte, criticandoli per le contraddizioni, le ambiguità, le concessioni alla destra ma sfidandoli in modo propositivo sulle cose da fare. Perché il pericolo principale che incombe è che si realizzi la prospettiva su cui sta lavorando la destra, in pieno accordo con il PD: far fuori i Cinquestelle per dar vita a un “governo di salute pubblica” di cui la Lega sarà chiamata a far parte con o senza Salvini. E, ancora una volta, senza passare per le elezioni. Questo è il disegno che la sinistra deve sconfiggere: un compito arduo, che diventa impossibile se al momento della rottura viene meno la forza organizzata e la presa elettorale dei Cinquestelle.
Chi lavora per un governo "di salute pubblica"? È questa la conclusione cui sono giunto negli ultimi post, partendo dalla considerazione che Salvini è, sì, la destra estrema ma è in missione per lo schieramento di …