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Ora che il gioco si fa duro

Le ultime due settimane di campagna elettorale per il referendum saranno impegnative e faticose per il fronte del NO. Le sirene dei sondaggi non devono incantare. Non perché ci sia una maggioranza silenziosa nascosta tra gli indecisi ma perché c’è una minoranza molto rumorosa e dotata di argomenti piuttosto forti nella logica del voto si scambio. Che per di più utilizzerà il silenzio dei sondaggi ufficiali per spargere, attraverso i media asserviti, ogni genere di “soffiate”.


La debolezza degli argomenti per il SI
A favore della campagna per il NO gioca il fatto che gli argomenti del SI, a parte il voto di scambio, si rivelano sempre più deboli man mano che i cittadini hanno modo di approfondire il merito. Anche qui, però, non si devono commettere errori di sottovalutazione, perché il fronte pro-riforma si sta dimostrando capace di condizionare la scelta degli argomenti. Su questo ho l’impressione che la campagna per il NO debba compiere qualche ulteriore riflessione per aggiustare il tiro.
Certo, gli argomenti più usati a favore del SI hanno trovato risposte chiare e convincenti. Il ping-pong e la lentezza nell’approvazione delle leggi, cozzano con la verità dei fatti. Che il nuovo Senato sia un guazzabuglio è difficile contestarlo: chi rappresenta, come viene eletto, quanto costerà davvero, quanto potrà essere produttivo. Sarà con ogni probabilità un orpello, anche più del CNEL, ma se dovesse mettersi a funzionare sul serio la navetta e i conflitti di competenza saranno all’ordine del giorno. E quanto al titolo V, la fretta e il decisionismo che hanno portato a una riforma sbagliata nel 2000 oggi alimentano dubbi ancora più forti. E in generale, che i diritti diseguali dipendano dalla differente capacità gestionale delle Regioni è innegabile ma non è un argomento a favore della centralizzazione: uno Stato che non è stato capace di definire i livelli essenziali delle prestazioni e renderli esigibili, come era suo dovere, non farà di meglio assumendo su di sé l’intera funzione legislativa; nelle materie ora di sua competenza le disparità sono perfino più scandalose (pensate alle strade statali al sud rispetto al resto del paese); e lo “Sblocca Italia” ha rivelato come si muoverà nelle materie in cui gli interessi locali sono più rilevanti e le popolazioni più sensibili.


Si può far meglio: ma perché allora questa riforma? 
Su questi aspetti di merito il fronte del SI si aggrappa all’argomento che la riforma, è vero, non è perfetta ma non si può star fermi in attesa del meglio. Con ciò, il confronto nel merito viene bellamente scavalcato e a quel punto ci si dovrebbe porre la domanda fondamentale: se per questi aspetti è da migliorare, cosa resta a giustificarne la necessità e l’urgenza? La risposta è avvolta dalla nebbia, non la si sente mai dai fautori del SI. Eppure è agli atti dei lavori parlamentari: questa riforma è nata per cancellare il potere del Senato di concedere la fiducia al governo. Perché “il governo deve poter attuare il suo programma in piena libertà nei cinque anni in cui dura il suo mandato”. Così si esprimono, senza remore, nelle loro esternazioni i politologi per il SI, ma si evita di dirlo alle platee televisive e sulla stampa filo-governativa.
Anzi, si fa di tutto per mettere a tacere chiunque osi parlare del "combinato disposto", ossia del quadro che emerge dall’insieme di riforma e legge elettorale. “Fermi tutti, così si va fuori tema, il referendum riguarda una legge costituzionale mentre l'Italicum, essendo legge ordinaria, può essere modificato in qualunque momento dall'assemblea legislativa.” Lo si sente ripetere ad ogni pie' sospinto, non solo dagli esponenti del SI ma perfino dai moderatori “neutrali”, quasi che si trattasse di un dato di fatto incontrovertibile. Invece, se ripercorriamo la genesi di questa riforma ci accorgiamo che l'Italicum non è solo parte integrante della riforma ma è all'origine dei suoi contenuti più controversi. Ma, se emergesse, questa verità prenderebbe il centro della scena e riporterebbe l’attenzione sul tema della “deriva autoritaria”, che non a caso è stato oggetto di un furibondo fuoco di sbarramento sin dall’inizio della campagna elettorale (emblematico il confronto Renzi-Zagrebelski su La7).


Per il “combinato disposto”. La riforma è figlia dell'Italicum
Le schiere del SI puntano sulla memoria corta del cittadino comune. Allora bisogna rinfrescarla.
E rammentare agli elettori che il compito affidato al Parlamento dopo lo stallo seguito alla “non vittoria” nelle elezioni del 2013 era quello di cambiare, nel più breve tempo possibile, la legge elettorale, per cedere il passo a nuove elezioni (massimo nel 2015, era l'ipotesi prevalente). Questo aveva detto il Presidente Napolitano sottolineato da applausi scroscianti del Parlamento.
Il tema della Costituzione restava invece sullo sfondo. C’era, sì, da accompagnare l’abolizione (incompleta) delle Province con la loro cancellazione dal testo costituzionale e da sciogliere il CNEL. La modifica del titolo V alla luce del contenzioso cui aveva dato luogo era un tema già più controverso, anche perché in gran parte risolto dai pronunciamenti della Consulta. Mentre sul tema, di peso decisamente maggiore, che riguardava il Senato e il bicameralismo perfetto andava avanti un dibattito più complesso, alla ricerca di una soluzione condivisa.


Conoscere la sera stessa delle elezioni il vincitore. Una pretesa anti-democratica
La riforma del Senato, e quindi della Costituzione, non è dunque diventata imprescindibile per la doppia lettura (il ping-pong), o per la velocità di decisione. Né perché lo chiedevano i mercati (o l'Europa). Questi argomenti, portati ora a sostegno della cancellazione del bicameralismo perfetto, sono deboli anche perché offrono una ricostruzione della “volontà del legislatore” del tutto fuorviante. È diventata centrale nel momento in cui si è incagliato l’iter della legge elettorale. E il motivo era che il diverso elettorato attivo e il diverso meccanismo elettorale, previsti per il Senato in Costituzione, non avrebbero garantito di “conoscere la sera stessa delle elezioni il vincitore”: perché potevano prevalere due diverse maggioranze nei due rami del Parlamento, come era in effetti avvenuto nel 2013 ed altre volte in precedenza nella storia.[i]
Qui è però sorta la complicazione. Dopo l’approvazione, con un inedito ricorso al voto di fiducia, di una legge elettorale che poteva portare ad una Camera composta con un premio di maggioranza spropositato (tanto più in un quadro tripolare), l’abolizione totale di un contrappeso come quello rappresentato dal Senato configurava una violazione palese dei principi alla base della Costituzione.
Perciò si è fatto ricorso a tutti quei marchingegni che rappresentano le parti più controverse e contestate da tutto il fronte del NO. È dall’Italicum che discendono la previsione di dieci differenti procedimenti di approvazione delle leggi al posto del bicameralismo paritario e la perdita di autorità e di legittimazione sostanziale di un Senato non eletto dai cittadini[ii]: occorreva allontanare il sospetto che dal “combinato disposto” (sì, proprio da quello) si profilasse una deriva autoritaria.


I poteri forti e la teoria della "democrazia governante"
Non si trattava solo di cancellare la firma di JP Morgan da una riforma ispirata dalla teoria della “democrazia governante” che mirava ad affrancare l’esercizio del potere politico dal controllo dei cittadini, quindi a restringere la sovranità popolare. Si doveva anche nascondere il fatto che una maggioranza parlamentare nata dalla “sovra-rappresentazione” di una minoranza degli elettori – grazie a una legge che, per questo specifico motivo, era stata dichiarata incostituzionale – stesse modificando la Costituzione, con un margine di pochi voti, senza nemmeno rappresentare, dunque, la maggioranza degli elettori.
Questo argomento è evitato, anzi, respinto con sdegno come scandaloso. “Antipolitica!”. “Delegittimazione!”. “Il Parlamento, pur dichiarato illegittimo, è stato autorizzato ad operare!”
Invece no. Doveva andare avanti, nel minor tempo possibile, solo per l’ordinario e per produrre una legge elettorale che non prevedesse quella sovra-rappresentazione di una minoranza di elettori che la nostra Costituzione non consente.
E pensare che questo Parlamento è stato portato a spaccarsi sulla legge fondamentale senza che avesse dato segnali di questo genere, se non in due precise occasioni: il Jobs Act (approvato a tamburo battente con il ricorso alla fiducia su una delega di larghezza senza precedenti) e, per l’appunto, l’Italicum.
Adesso, prescindendo da previsioni sempre fallibili, un dato appare certo: il voto sul referendum, comunque vada, consegnerà un paese diviso, riflesso della spaccatura che si è creata nel Parlamento, su una questione quale la Costituzione. Che non è, come pure ha teorizzato un certo pensiero politico (reazionario), il patto che i vincitori (delle elezioni) impongono agli sconfitti ma il sostrato comune che unisce una cittadinanza facendone a tutti gli effetti un popolo sovrano.
Ma allora occorre riprendere, chiaro e tondo, il tema iniziale. Sapere chi ha vinto la sera delle elezioni non è un valore in sé. È un obiettivo anti-democratico – autoritario, sì, autoritario – quando a “vincere le elezioni” può essere una ridotta minoranza del corpo elettorale. Questo ha detto la Consulta bocciando il Porcellum, questo torna ora d’attualità con l’Italicum, questo è alla base di una riforma pasticciata per nascondere quell’intento autoritario.

Non alzare i toni. Non delegittimare l’avversario. Non far leva sulla paura.
Precetti sacrosanti, in situazione normale. Una cosa insegna però la storia: i momenti in cui la normale dialettica politica subisce una torsione anormale difficilmente si rilevano come eccezionali nel fuoco degli eventi. Ma dopo può essere troppo tardi.





[i] Ricostruisco i fatti, per completezza: la legge elettorale inizia il suo iter in Commissione Affari Costituzionali della Camera il 10 dicembre 2013, su pressione di Matteo Renzi, allora segretario PD, con l'esame di una proposta di iniziativa popolare che giaceva sin dal 2009, unificando il testo con altre trenta proposte di iniziativa parlamentare. Portata in aula, subito dopo le dimissioni del governo Letta e l'insediamento a fine febbraio del governo Renzi, l'11 marzo 2014 si decide, su proposta di un deputato PD, di stralciare dalla legge la parte riguardante il Senato così da rendere la legge valida solo per la Camera dei Deputati, con l’idea di affidare alla riforma costituzionale il compito di togliere all'assemblea di Palazzo Madama il potere di concedere la fiducia al governo e di renderla non più direttamente elettiva. Ciò che si verifica immediatamente dopo, con il testo di riforma che il governo approva il 31 marzo e presenta al Senato l'8 aprile.
[ii] Dell’oscurità della formulazione di compromesso che al riguardo si è dovuta escogitare all’ultimo momento, quel richiamo a una “conformità alle scelte espresse dagli elettori” che non può negare il potere di scelta affidato ai Consiglieri regionali, individuati dalla nuova Costituzione come corpo elettorale, ma vorrebbe apparire tale da condizionarlo fino ad annullarlo, ho scritto in precedenza (http://giovanniprincipe.blogspot.it/2016/10/no-una-campagna-basata-sul-voto-di.html).

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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