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Le paure dei mercati e il popolo sovrano

La domanda è: si può essere molto preoccupati per la vittoria di Trump senza condividere le preoccupazioni dei mercati finanziari per la sconfitta della Clinton?
Dimenticavo: e senza essere accusati di essere contro il mercato, praticamente extra-terrestri? I mercati non sono il male. Nemmeno quelli finanziari. Affermo che quando i mercati (in particolare quelli finanziari) sottomettono la politica i cittadini sono meno liberi e più deboli perché privati della loro sovranità. Cioè privati di uno strumento fondamentale per incidere sul proprio destino.

Il mercato (in particolare quello finanziario) non è in grado di regolarsi da solo. Deve farlo lo Stato attraverso leggi che deve essere in grado di far applicare; altrimenti il mercato produce diseguaglianze e squilibri che in un tempo nemmeno troppo lungo erodono le basi della democrazia privando i cittadini della loro sovranità e disgregando la coesione sociale.
Non so se queste affermazioni possono apparire eretiche. Per qualcuno, specie se giovane, saranno inaudite, nel senso letterale: ormai è raro sentirle pronunciare. Eppure fino agli anni Ottanta del secolo scorso negli stati capitalistici erano un dogma, costruito sulle macerie della fase cosiddetta imperialistica. Questo si insegnava, non solo nelle università ma negli istituti tecnici per ragionieri, dove ci si poteva trovare a studiare su manuali di economia scritti, per dire, da Claudio Napoleoni o Federico Caffè.
Ma quel dogma è entrato in crisi, così come è entrato in crisi il welfare state, modello che si basava su un intervento pubblico diretto a controbilanciare le diseguaglianze nella distribuzione del reddito.


Non intendo aprire una discussione sulle ragioni di quelle crisi, tranquilli. Abbiamo però sotto gli occhi il punto di approdo di ciò che è subentrato a quelle convinzioni e a quei modelli. Vediamo dove ci ha portato lo stato minimo e l'economia globale. E questa situazione, la crisi con le sue contorsioni, c'è da talmente tanto tempo che non possiamo più dare per scontato che la nottata passi da sola.
L'economia globale è quella che ha levato le ancore ed è riuscita a recidere i legami con il territorio fisico, delimitato da confini tangibili, su cui si esercita la sovranità degli stati, grandi o piccoli che siano. Lo stato minimo è la forma che assume lo stato che batte in ritirata.

Destra e sinistra sono parole grosse, con una lunga e densa storia dietro le spalle. Ma se si usano per dire del modo con cui la politica si misura con questi fenomeni fanno fatica a ritrovare un significato.
Lo avrebbero, in teoria. Perché da una parte, con l'economia e la finanza globali, sta la crescita delle diseguaglianze e la perdita di sovranità dei cittadini e quella è l'orma che la destra lascia nella storia. E chi si oppone in nome del popolo, privato di sovranità e allontanato dall'accesso alla ricchezza prodotta, dovrebbe proprio essere definito di sinistra.

E invece no. Perché il mercato mondiale acquista un'estensione sempre maggiore e nei nuovi territori vengono scambiati sempre nuovi prodotti, dunque la ricchezza mondiale si espande e questo è progresso. E la sinistra è progressista. E ai politici di sinistra il progresso piace ancora di più – fino al punto che arrivano a considerare secondari i suoi effetti sociali – quanto più la scelta di stare da quella parte, con l'economia e la finanza trionfanti, apre loro le porte dorate dei palazzi del potere e concede loro le laute ricompense che chi ha accumulato enormi capitali può permettersi di elargire. In diretta, col rischio però di sconfinare nell'illegalità, o in differita, quando la carriera politica avrà fatto da trampolino per cariche prestigiose nei ranghi del potere economico.


Nell'arco di un anno o poco più sono stati o saranno chiamati alle urne i cittadini di alcuni paesi chiave. È già successo nel Regno Unito, ora è toccato agli Stati Uniti, seguiranno poi Italia, Francia e Germania. Cinque dei paesi del G7. Le prime quattro economie dell'Europa e la prima economia dell'America, i due continenti che fino a ieri costituivano il mondo occidentale sviluppato.
Quello che si è visto, e quello che per certo si vedrà nei tre appuntamenti futuri, è che il racconto della destra che ha catturato tanta parte del ceto politico della sinistra uscita dal Novecento non convince più la maggioranza dei due terzi di questi paesi come era fin qui avvenuto. E che, dopo otto anni di crisi senza che si siano invertite le tendenze di fondo, si sta modificando nel profondo l'orientamento di larghe masse di cittadini che erano stati ammaliati dal mito del Progresso.

L'élite dell'economia e della finanza globale non ha cognizione di quello che succede e non è in grado di aggiornare gli schemi di lettura della realtà. Perché è vittima dell'illusione che essa stessa ha creato. Il processo di accumulazione non può riconoscere i limiti intrinseci (sociali) né quelli esterni (ecologici) che pure incontra e che non possono che crescere.
Questa constatazione è vecchia di un secolo e mezzo ed è stata teorizzata con dovizia di argomenti per primo da Karl Marx. Certo, non era un profeta. Ha sottovalutato, tra i tanti errori che gli sono stati imputati, la capacità delle grandi strutture economiche di creare nuovi mercati e nuovi prodotti e allontanare nel tempo quei limiti. Questo ci ha detto la storia di questo secolo e mezzo.
Ma il merito storico di Karl Marx, che in questi ultimi anni un numero crescente di studiosi (e qualche politico) sta riscoprendo in tutta la sua importanza, sta nell'aver colto con grande nitidezza non solo la dinamica che porta alle crisi ma, insieme, le ragioni di fondo, praticamente insuperabili, per cui quelle stesse strutture, nonostante l'enorme energia che sono in grado di sprigionare, o proprio a causa di quelle, non possono piegarsi a quei limiti, pena la loro sopravvivenza, e soprattutto hanno bisogno di costruire un'impalcatura ideologica che impedisca anche solo di riconoscerli come tali.


C'è questa ragione di fondo dietro il fatto, storico, inconfutabile, che il capitalismo di mercato è stato salvato, nella sua storia, sempre da fattori esterni a quella sua dinamica. Ma ha sempre provato a ripartire facendone a meno, scrollandosi di dosso quella sovrastruttura. E negli ultimi decenni ha scommesso sulla capacità di far apparire (al popolo, agli elettori) quell'impalcatura ideologica come reale e realistica usando i suoi mezzi sconfinati per condizionare in questo modo la democrazia. Cioè, per sottomettere l'apparato statale; cioè, per non rassegnarsi a dipendere, per la sua sopravvivenza, da una sfera pubblica estranea e autonoma: nel senso che risponde a una legittimazione esterna secondo una propria dinamica con proprie regole.
La sfida finale doveva essere quella che stiamo vivendo, e forse lo sarà. Il capitalismo, che ha avuto bisogno della moderna democrazia rappresentativa per liberare le sue energie, deve ora dimostrare di poterci convivere. Ma la domanda che i cittadini stanno cominciando a porsi è se la democrazia ha gli strumenti per ricondurre le dinamiche dei mercati nell'alveo delle sue regole e del suo potere, della sua capacità di produrre leggi e di farle applicare.

È alla luce di questa sfida che va riletta la storia degli ultimi trent'anni. Non era mai successo finora che in così poco tempo si verificasse una crescita economica così imponente come quella che si è aperta con il crollo del Muro e con l'apertura al mercato della Cina. Ma non era nemmeno mai successo che una crisi nel cuore pulsante del mercato, nell'occidente capitalistico avanzato, durasse così a lungo.
Non possiamo dire di sapere come uscirne. Ma il problema è che non c'è nemmeno una convinzione diffusa che se ne debba uscire. Al contrario. Il potere economico-finanziario non può accettare di entrare in questo ordine di idee e cerca ostinatamente il modo per rimuovere gli ostacoli e per continuare come prima, come se il prima potesse tornare e come se questo fosse uno dei tanti cicli della storia del capitalismo di mercato.


Nessuna élite politica ha dato prova di volersi misurare con questo problema. L'amministrazione Obama è stata la prima e finora l'unica: ma tentare di misurarsi non significa trovare la via di uscita. Per quello ci vuole tempo. E serve quindi una continuità che queste elezioni possono aver spezzato. Non è detto, anche se molti commenti leggono la vittoria di Trump come una sconfitta di Obama più che della Clinton. È ancora e sempre l'effetto di quella impalcatura ideologica: un potere che si consola della sua sconfitta con un classico processo di rimozione. Il tentativo di Obama, che ha sempre vissuto come estraneo, è stato solo una parentesi, destinata ad essere dimenticata. Anche se è stato l'ultimo episodio di un salvataggio del mercato dalle sue stesse failures (insuccessi) grazie ad un'amministrazione statale. E il primo tentativo di guardare (se non di andare) oltre.
Sapremo presto quanto sia rimasto di quel tentativo. Anche perché molta parte di quella metà del popolo americano che ha votato per Trump esprimeva con forza ancora maggiore, rispetto agli elettori democratici, la domanda di una via di uscita. Anche se non è destinata a ricevere la risposta che cerca da colui che ha preso i suoi voti.

L'Italia, il prossimo paese chiamato alla prova, non ha neanche avuto un'amministrazione Obama. Ma non sono mancate le manifestazioni di una domanda di cambiamento – quello vero, radicale, non quello raccontato o promesso – che la crisi ha alimentato. Solo, si deve ammettere, la risposta è assai meno matura, a un livello di formazione ancora più embrionale.
Al di là del merito, di una riforma che non mantiene nessuna delle promesse che aveva fatto in partenza e assicura solo di peggiorare ulteriormente lo stato di cose, non c'è dubbio che il referendum dirà se quella domanda è ormai espressa dalla maggioranza dei cittadini, attraverso il loro NO, o se il racconto proposto dal potere economico-finanziario ha ancora un margine di consenso, risicato ma maggioritario. Se così fosse il nostro ritardo aumenterebbe e si allargherebbe il fossato che ci separa dall'uscita dalla crisi.


A chi si domanda se la vittoria del NO potrebbe risolvere i problemi non si può rispondere di sì. Si può solo dire che non li aggraverebbe, come avverrebbe con una vittoria del SI che allontanerebbe la percezione stessa dei problemi. Ma soprattutto si può dire che imporrebbe, finalmente, di porli all'ordine del giorno.

La sensazione è che le cose stiano cambiando e che, per lo meno, ci siano le condizioni per stabilire linee di demarcazione più chiare. Per una ricerca che non vede ancora l'approdo ma potrebbe prendere, e sarebbe un grande risultato, la direzione giusta.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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