Passa ai contenuti principali

NO. PER NON ALLONTANARE LA POLITICA DAI CITTADINI

Risultati immagini per associazione koinè moreseGli amici dell'associazione Koiné hanno aperto un forum sul blog del sito (http://www.e-koine.com/index.php/209-apriamo-il-dibattito-sul-si-e-sul-no-alla-riforma-costituzionale)
per discutere sul referendum "apertamente senza alzare i toni  e senza demonizzazioni di ogni genere. Una discussione a tutto campo,  libera, tra persone che credono nel valore della dialettica e del  confronto come metodo per arrivare ad un voto responsabile. Per questo  tutti sono invitati a partecipare"

Riproduco qui il mio contributo, segnalandovi l'interesse dell'iniziativa.



Gli amici che ci leggono su questo blog sono in gran parte già convinti di una scelta maturata dopo approfondita riflessione. Perciò, non farei loro un buon servizio se mi dilungassi sulle motivazioni della mia scelta, ben radicata, per il NO. 
Toccherò quindi un solo aspetto tra i tanti contenuti nei 6 articoli fondamentali di cui vengono proposte sostanziali modifiche. Riguarda il cuore della riforma che sta, per come è stata disegnata (e motivata) dall'attuale maggioranza, nel rafforzamento dell'esecutivo nei confronti del potere legislativo e dei poteri locali. Ma non intendo affrontare questo tema dal punto di vista, pur importante, dell'equilibrio che si verrà a stabilire, nel sistema istituzionale, tra i diversi poteri (o dei “pesi e contrappesi”) e del modello di democrazia che ne risulta. Nella scelta di voto ciascuno di noi se ne dà un'immagine diversa prefigurando un diverso futuro. Quello che affermo qui, come argomento che mi porta (tra gli altri ma forse più degli altri) a votare NO è che l'obiettivo risponde a un'analisi secondo me sbagliata. Perché, pur riconoscendo che vari aspetti del nostro sistema istituzionale potrebbero essere corretti (tra cui il bicameralismo paritario), se c'è uno snodo del sistema che richiede una radicale modifica quello è proprio l'esecutivo. 
Non sto qui a ripercorrere la storia patria e mi costringo ad essere apodittico: le grandi riforme nel nostro paese sono maturate sul terreno del parlamentarismo e, piaccia o meno (a me non piace, ma tant'è), del compromesso (consociativo). È avvenuto per ragioni storiche che tutti conosciamo, che hanno forzato in questa direzione. E ricordo, ai molti nostri amici che ne sono stati protagonisti, che la prima, del 1970, e l'ultima, del 1983, hanno riguardato il lavoro, l'una il privato l'altra il pubblico. Da allora però è passato un terzo di secolo all'insegna della governabilità. Della democrazia decidente, che non ha prodotto nessuno dei grandi cambiamenti di cui pure c'era sempre più bisogno, in un mondo che da bipolare diventava globale. Se non in peggio. In tutti i terreni. 
La società, da articolata che era, innervata di corpi intermedi e organizzazioni di rappresentanza, si è disarticolata in nome della disintermediazione. Non è scomparsa la contrattazione (né la corporativizzazione) ma ha assunto forma piramidale. E man mano che si restringeva il vertice, il benessere, la dignità umana, l'uguaglianza, la coesione sociale declinavano. E la politica stessa cambiava natura, funzione, qualità. 
È andata così e non possiamo farci niente? è il mondo che è cambiato? Non ne sono affatto convinto perché, attenzione, non ho parlato del mondo (che ha vissuto una trasformazione epocale che potremmo descrivere in tutt'altro modo) ma del nostro paese. Dovremmo chiederci che cosa non ha funzionato. Tanto per dire, dovremmo chiedercelo per il tanto esecrato (oggi, non allora) decentramento regionale, che pure partiva da un principio che ci sembrava condivisibilissimo e bellissimo: sussidiarietà, avvicinare la politica e l'amministrazione ai cittadini, affrontare i problemi, per quanto possibile, là dove si manifestano. E per la qualità dell'amministrazione (che, non dimentichiamolo, risponde al potere esecutivo). E per la qualità della stessa produzione legislativa, che ha quella provenienza in poco meno del 100% dei casi. 
Allora la domanda è: questa riforma migliora o peggiora questo quadro? Avvicina o allontana la soluzione dei problemi reali, quelli che più condizionano la qualità della politica? 
Non sono tra quelli che pensano che si potrebbe far meglio: sono tra quelli che pensano che non si deve far peggio di quello che c'è. 

Un'ultima considerazione, tutta politica (come per Morese, anche per me pesa per il 60%, pur racchiusa nelle dieci righe finali): questo referendum divide il paese. È innegabile. 
Ha diviso in due il Parlamento e dividerà, comunque vada a finire, gli elettori: chi vincerà non supererà il 55% (di quel 60% che andrà a votare). È encomiabile lo sforzo di chi si preoccupa della gestione del dopo in entrambi i casi: ma se anche questa riforma non dovesse peggiorare le cose, avrà comunque prodotto questo effetto. 
Ebbene, con il SI chi vince potrà ritenere di aver mano libera. Per governare da par suo un paese così diviso? Avendo avuto la responsabilità prima della spaccatura? Davvero? Se invece vince il NO le diverse ipotesi in campo (molto diverse, sì) saranno costrette a misurarsi tra loro e rifare i conti con i problemi che ci affliggono. Magari anziché ammuina sarà un nuovo inizio, all'insegna della democrazia. Che a noi che frequentiamo questo sito, e ci frequentiamo, non fa affatto paura.

Commenti

Post popolari in questo blog

Cinquestelle e sinistra. Una conclusione

Se la sinistra si unisse all’attuale opposizione al governo Conte in una campagna per farlo cadere in nome dell’antifascismo darebbe un colpo letale ad ogni residua, flebile speranza di recuperare un ruolo significativo sulla scena politica italiana per il prossimo futuro. Deve invece prioritariamente ricostruire un suo profilo riconoscibile su un progetto convincente, chiaro nei presupposti di valore.
Questa affermazione, con cui ho chiuso il post precedente, non solo non è una dimostrazione del settarismo identitario che impedisce alla sinistra di ritrovarsi ma è la condizione per riuscire in questo arduo compito. Lo è in base a banali considerazioni dettate da un’analisi appena obiettiva della situazione politica attuale. Mi sono impegnato a motivarlo e provo a farlo di seguito.

Riassunto delle puntate precedenti. - Il governo ora in carica era ufficialmente abortito per la pretesa di Salvini di rappresentare la coalizione di centrodestra anziché solo la Lega e per il rifiuto dei Ci…

Uscire dal guazzabuglio, fare chiarezza

Avevo appena pubblicato un post pieno di dubbi e di sospetti sulle ombre che avvolgono le vicende politiche di questi giorni, quando il “governo del cambiamento”, che sembrava destinato a rientrare tra le stramberie della storia, è tornato in auge, redivivo. Il voto del popolo sovrano è tornato a contare, ma un’informazione chiara e veritiera sull’accaduto continua ad essere negata. Mentre il consenso informato, come insegnano i classici, è uno dei pilastri della democrazia. Nel post sostenevo che, nel velo di oscurità, un primo elemento di verità sulle forze in campo e i rispettivi obiettivi ce lo avrebbe fornito Salvini una volta che il nuovo governo si fosse presentato alle Camere. Perché sarebbe stato costretto a pronunciarsi sulla data delle elezioni (da cui derivava anche la possibilità teorica di cambiare legge elettorale) e sulla coalizione in cui si sarebbe schierato.

Dietro i colpi di scena, la politica resta nell'ombra
Il premier di quel momento, Cottarelli, non si è pre…

Combattere la destra a fianco della destra?

L’unico modo sensato, per la sinistra, di rapportarsi al governo Conte è confrontarsi con i Cinquestelle in modo chiaro e forte, criticandoli per le contraddizioni, le ambiguità, le concessioni alla destra ma sfidandoli in modo propositivo sulle cose da fare. Perché il pericolo principale che incombe è che si realizzi la prospettiva su cui sta lavorando la destra, in pieno accordo con il PD: far fuori i Cinquestelle per dar vita a un “governo di salute pubblica” di cui la Lega sarà chiamata a far parte con o senza Salvini. E, ancora una volta, senza passare per le elezioni. Questo è il disegno che la sinistra deve sconfiggere: un compito arduo, che diventa impossibile se al momento della rottura viene meno la forza organizzata e la presa elettorale dei Cinquestelle.
Chi lavora per un governo "di salute pubblica"? È questa la conclusione cui sono giunto negli ultimi post, partendo dalla considerazione che Salvini è, sì, la destra estrema ma è in missione per lo schieramento di …