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Le mani del governo sull'Istat?

Che l'economia italiana sta andando male, in questi giorni è stato detto e ripetuto, non solo sulla stampa ma in alti consessi internazionali, dal lago di Como alla Cina. Si sapeva dal 12 agosto, ma si aspettava una conferma, per l'uso invalso all'ISTAT di rilasciare i dati della contabilità prima in via provvisoria e poi in via (semi-)definitiva. Raramente i due dati divergono sensibilmente ma il premier in crisi di consenso era stato confortato da voci insistenti (provenienti dal Ministero dell'Economia) di una revisione al rialzo del dato provvisorio: l'andamento dei servizi avrebbe aggiunto un preziosissimo decimo di punto facendo apparire il magico segno + nel dato definitivo. La revisione (al rialzo) c'è stata ma non è bastata a far apparire il segno +. Costernazione. E insinuazioni: ISTAT covo di gufi?

Torna lo spettro della stagnazione
Da un punto di vista tecnico non mi sembra ci sia molto da aggiungere a quello che hanno detto i tanti inorriditi per l'approssimazione dimostrata dai nostri governanti. Sul piano politico resta però sul tappeto una questione che va ben oltre gli strafalcioni contenuti nei commenti del governo ai dati ISTAT sul PIL L'economia italiana continua ad essere il vagone di coda dei paesi avanzati.


Renzi a Cernobbio: "L'Italia nel 2014 è andata meglio del 2013 [PIL -0,3%!], che era andato meglio del 2012 [PIL -1,8%!], questi dati sono inconfutabili [sic!!!]. (gioco della "Caccia all'errore")

L'industria manifatturiera, dicono i dati, non riesce a rimettersi in moto.
È un problema enorme, dicono i governanti. Che sembrano scoprire, alla buon'ora, la necessità, come si diceva una volta, di una (seria) politica di settore. Ma non sembrano avere cognizione dei danni già prodotti e rifiutano di prendere atto che la politica di settore è diventata una parola vuota essendo il settore ormai caratterizzato da un dualismo di fondo. Mentre una parte, orientata all'export, ha investito per riconvertire (senza essere supportata dalla politica se non per via clientelare) e ora tiene il passo, il resto è tenuto in piedi da sussidi “a perdere”, concessi in base all'illusione che si possa “uscire dal tunnel” senza investire come richiesto dalla rivoluzione in atto.
Per dimensioni e qualità, però, il problema dei servizi è perfino più grave. Crescono ma a rilento, e sono ancora lontani dagli standard dei paesi di più antica industrializzazione.
Regge l'ospitalità / ristorazione soprattutto per la buona stella che ha favorito il turismo (quella che può far sperare in un terzo trimestre che non scivoli verso il negativo) mentre la grande distribuzione paga il prezzo di una domanda delle famiglie sempre più depressa. Del credito è meglio non parlare (ne parla a sufficienza il mondo).

Idee per uscire dalla crisi e idee per non perdere consensi
Dunque il panorama è desolato e le idee per uscirne scarseggiano. Ma le idee per conquistare un po' di consenso, quelle non mancano.
Si lascia intendere che saranno cancellate le clausole di salvaguardia e non aumenteranno né IVA né accise. E si ridurranno le tasse (ai benestanti: sembra incredibile ma le proposte che girano vanno proprio in questa direzione). E ci sarà qualcosa per la povertà (le cifre ballano da 0,3 a 3 miliardi). E per i pensionati al minimo (ma non si capisce se sono compresi negli interventi per la povertà).
Sulla possibilità di anticipare l'andata in pensione, l'idea di farla finanziare dalle banche con un prestito oneroso (e per loro remunerativo) non ha molte probabilità di restare in campo, ma se ne parla ancora. Il quadro comunque è questo: promesse e effetti speciali. Ottenendo da Bruxelles che fino ai primi di dicembre, quando si voterà sulla Costituzione, le palle possano restare in aria. Che nessuno chieda di verificare i conti. Poi si vedrà.
È per questo che il problema di confondere le idee sui conti è decisivo. Neanche la proiezione più ottimistica può, non dico confermare la previsione di una crescita dell'1,2% a fine anno messa nero su bianco in primavera nel DEF, ma neppure azzardare il +1% delle slide che Renzi ha pensato di offrire al pubblico come antipasto il giorno prima dei dati ISTAT.
Dunque, alle solite, si dovrà trovare il modo di far passare di dritto o di rovescio un ulteriore aumento della montagna del debito pubblico. Non per far crescere il paese: per raggranellare i voti necessari a restare in sella.

Trova la differenza (gioco della "Caccia allo ZEROVIRGOLA")

La “narrazione” e le statistiche. Il nodo ISTAT
E a proposito di confondere le idee sui conti, c'è una questione, rimasta un po' sotto traccia dopo qualche esplosione pirotecnica iniziale, che merita invece di essere tenuta viva anche fuori dalla cerchia degli addetti ai lavori e riguarda l'Istituto di Statistica.
Non intendo addentrarmi in questioni tecniche che sono non poco complesse, ma posso limitarmi a contestare l'idea, fatta girare dai “comunicatori” di Palazzo Chigi, che l'ISTAT abbia danneggiato il governo (intenzionalmente o meno poco importa). Basti dire che i dati sul PIL dei primi due trimestri del 2016 sono stati in effetti rivalutati, entrambi, di circa mezzo punto (decimale, si intende: stiamo parlando dei famosi “zero virgola” di cui Renzi dice di non curarsi mentre in realtà non lo fanno dormire la notte). Il danno consisterebbe nel fatto che, essendo stati rivalutati entrambi, non è cambiato il dato sull'andamento tra il primo e il secondo trimestre, che è rimasto stazionario. In realtà il cambiamento avrà effetto sul dato annuale finale permettendo di raggiungere (salvo ulteriori catastrofi) un +0,8% che non sarebbe stato facile raggiungere, o nella migliore delle ipotesi un +0,9% che sarebbe stato altrimenti impensabile.
Dunque, checché ne dicano i “media-men”, l'effetto sostanziale aiuta semmai il governo, anche se il battage era stato preparato su altre basi e le illusioni di ripresa sono andate a farsi benedire. Ne è venuto fuori però un problema politico da non trascurare, quello dell'autonomia dell'ISTAT. Che è sì alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, ma con l'obiettivo statutario di fornire l'informazione statistica come servizio al Paese.
Chiaro che il governo non si può permettere di chiedere all'ISTAT di manipolare le elaborazioni e le rilevazioni statistiche. Al più (su questo è bene essere chiari) si può sospettare qualche informazione lacunosa o distorta nelle comunicazioni che le amministrazioni centrali, controllate dal governo, inviano all'ISTAT: che in ogni caso non è facile contestare e che in definitiva non incidono granché sulle grandezze statistiche di cui ci stiamo occupando. Ma, come ho avuto modo di scrivere nelle mie ultime considerazioni sulla crisi politica del nostro paesei, la priorità viene data all'obiettivo di prendere in mano la “narrazione” di quei dati.
Non erano passate 24 ore dalle polemiche sul modo di lavorare dell'ISTAT quando il Consiglio dei Ministri ha provveduto alla nomina di uno dei due direttori centrali dell'ISTAT, quello responsabile dell'organizzazione dell' “informazione statistica”. Chi meglio di un dirigente RAI, del tutto digiuno di statistica ma ferrato e affidabile in materia di comunicazione e informazione, per presidiare quella funzione e assicurare un uso del patrimonio statistico funzionale alle esigenze della narrazione, coerente con lo script predisposto per il suo svolgimento?
Sulla “decostruzione” dei racconti favolistici e manipolatori ci sarà da sudare un po', per ristabilire quel diritto a un'informazione corretta senza il quale la democrazia è monca. Intanto, visti i precedenti tremontiani (scioglimento dell'ISAE, l'istituto pubblico di ricerche economiche che difendeva con troppa energia la sua autonomia scientifica) lanciamo un messaggio chiaro: giù le mani dall'ISTAT.

NOTE

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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