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La posizione dell'Italia in Europa

Il governo Renzi è in carica da meno di tre anni, ma se si guarda indietro per ricostruire l'evoluzione delle sue politiche si resta sbalorditi dalla velocità dei cambiamenti. Un po' in tutti i campi: dal lavoro (l'articolo 18 da “non-problema” a architrave del JobsAct) alle tasse (da “spostarle dalle persone alle cose” all'abolizione della TARI-prima casa), ma il primato spetta all'Europa. Un tema su cui le acrobazie possono costare care: eppure sono state tali e tante che nessuno oggi può dire con certezza come la vede il governo italiano.
I cittadini, sempre meno interessati alle evoluzioni di una politica che sentono molto distante, quando parliamo di Europa sanno che incide pesantemente sulle loro vite. E magari vorrebbero vederci più chiaro. Proviamo allora a ricostruire i passaggi salienti della posizione del nostro premier in questi 30 mesi di vita.

Prato alla Drava (I)

Le tre fasi del governo Renzi. 1. Il periodo istituzionale
Semplificando un po' si possono dividere in tre periodi
Il primo (2014-inizio 2015) potremmo definirlo il periodo mainstream (o del “bravo ragazzo”).
Semestre di presidenza italiano, PD con il risultato migliore tra tutti i partiti socialdemocratici al governo, sono i mesi della posizione più istituzionale (e più conciliante). Nomina Mogherini, rinunciando ai posti con maggiore peso politico, adesione acritica alle prescrizioni della “Lettera” della Troika dell'estate 2011, in particolare sul lavoro, condanna delle posizioni della Grecia, nel momento di massima acutezza della sua crisii con qualche guasconata di troppo sull'Italia che non corre i rischi della Grecia, avendo un'economia e un assetto politico ben più solidi.
Il risultato è magro, ma la riduzione dei tassi (e dello spread) grazie al “Quantitative Easing” della BCE consente un anno di respiro nella riduzione del debito pubblico. Tanto, la “narrazione” dipinge come una svolta verso la crescita il “Piano Juncker”, un pezzo di carta rimasto lettera morta.

Vienna (A)

2. Il periodo "furbetto"
Con la primavera del 2015 si cambia registro e si entra nel periodo “furbetto”.
Essere allineati, accreditarsi con il mainstream, non possono essere scelte fini a se stesse. La flessibilità ottenuta per il 2015 non basta, nel 2016 ne serve altra, con un'economia che non riparte, mentre incombono le clausole di salvaguardia. In più, nelle crisi continentali (Ucraina) si rafforza e si impone la diarchia franco-tedesca, senza nessun riguardo né per l'Italia (cioè Renzi) né per la Mogherini, con la quale si doveva almeno rispettare la forma. E mentre sul piano diplomatico si cerca spazio con un vertice bilaterale con Hollande (per sostenersi a vicenda nel confronto con la Commissione che minaccia sanzioni) su quello economico, dove il gioco è più duro, Renzi si fa spregiudicato. La crisi nei rapporti con la Russia, le tensioni ai confini est (dopo l'Ucraina, Siria e Turchia), le prime avvisaglie della questione migranti disegnano un quadro di debolezza dell'UE in cui Renzi si incunea per alzare il prezzo della sua adesione allo status quo. Non mi invitate, non valorizzate il mio ruolo di “terzo paese fondatore” e ciò nonostante mi limito ad acconsentire alle vostre scelte, ma almeno dovete darmi la possibilità di gestire il bilancio senza troppi vincoli. Rajoy insegna, fare i bravi permette di sforare il rapporto deficit/pil senza pagare dazio.
Per il secondo anno consecutivo il gioco riesce, ma i conti non tornano e la furbizia non paga come si sperava. L'economia non prende slancio, l'occupazione fa il pieno solo grazie ai bonus e ai voucher, la produttività non solo non torna a crescere ma affonda sempre più, di investimenti neanche l'ombra nonostante i miliardi di euro pompati dalla BCE nei conti delle banche italiane.

Belgrado (SRB)

3. Il periodo della visione
Ed ecco che con il 2016 si entra nella terza fase, quella della visione (o dell'”aspirante statista”).
Si alza il tiro, si leva lo sguardo verso il futuro, ci si cimenta con i “fondamentali”. Propone un Migration Compact; vuole un #cambiaverso sull'austerità; disdetta il “Fiscal Compact” (o almeno lo annuncia); chiede il rilancio del Piano Juncker e politiche per la crescita, con Merkel e Hollande, nella cornice di Ventotene, in nome di Spinelli; infine, si presenta a Atene al vertice dei Paesi del SudEuropa, dal leader che aveva maltrattato. Non sembra quasi lo stesso Renzi...
...Ma è sempre lui. E si fa cogliere in fallo nei particolari.
Il vertice di Ventotene non finiva di affogare nel ridicolo sulla stampa internazionale (pochezza dei contenuti, vaghezza dei proclami, disorganizzazione, attenzione concentrata sulla scenografia) che Renzi faceva il passo successivo. Rivelatore, ahimé, della trama. Un incontro bilaterale con la Merkel (con pubblicità Ferrari inclusa, a Maranello, a due passi dagli stabilimenti emiliani che la rivale Volkswagen sta rivoluzionando) in cui rispunta il Renzi furbetto.
Promette alla Merkel un appoggio sui tempi della Brexit (su cui peraltro non ha voce in capitolo) in cambio della solita musica. Altri 10 miliardi di extra-deficit oltre quelli già concessi.
Intendiamoci, servirebbero risorse per una seria politica di sostegno alla domanda (di consumi e di investimenti) e di indirizzo per il sistema produttivo, ma di quella non c'è traccia e le voci che la rivendicano restano inascoltate. Le istituzioni comunitarie, del resto, avendo in mano cifre e documenti ufficiali del suo stesso governo, non si accontentano della “narrazione”, non si fanno prendere facilmente per i fondelli. Se, ad esempio, chiede flessibilità per 3,3 miliardi per l'emergenza migranti quando il suo Ministero degli Interni dichiara un onere per l'intero 2015 di poco più di un miliardo “tutto compreso” (sistema dell'accoglienza e sistema dei richiedenti asiloii) fa fatica a essere convincente, tanto più che nel 2016 gli sbarchi sono un po' inferiori al 2015. E calcolare 4 miliardi per il terremoto di Amatrice non è convincente se significa mettere nelle tasche degli abitanti dei comuni colpiti, neonati compresi, compreso chi non ha avuto neanche una crepa, unmilionetrecentotrentamila euro cadauno.
Se si è debolucci sulle cifre, si perde credibilità al momento di aprire contenziosi che sarebbero invece molto seri, come quello delle ultime settimane sul Fiscal Compact e sugli squilibri strutturali, su cui ci siamo soffermati altre volteiii. Tanto più se se ne parla da orecchianti, lasciando intendere di non sapere di che cosa si tratta iv

Budapest (H)

Esiti ingloriosi...
Assistiamo così alla fine ingloriosa della “visione del futuro”. La Rete degli Imprenditori Europeiv offre a Merkel Hollande e Juncker l'occasione di incontrarsi a Berlino per un vertice sul futuro dell'economia europea e a nessuno viene in mente di chiamare anche Renzi. E Juncker davanti al Parlamento europeo prende un po' in giro chi insiste sulle “regole stupide” e critica la linea dell'austerità: “Il Patto di Stabilità non è un Patto di Flessibilità. Il rapporto deficit/pil medio dei Paesi UE oggi è un quarto rispetto al 2012, anche se in qualche Paese (come l'Italia) è aumentato”vi.
Ma la disinvoltura e l'uso strumentale di argomenti decisivi per il futuro dell'Europa è solo un aspetto secondario e esteriore di un problema assai più serio e più di sostanza.
Il problema è che Renzi al fondo è uno dei campioni della deriva nazionalistica e ha a cuore esclusivamente la dimensione domestica del suo potere. Non perché, come pure ritengono illustri pensatori anche di sinistravii, questa sarebbe la via obbligata per fare il bene del Paese di cui è massimo rappresentante. Ma perché questa è l'unica dimensione in cui ritiene di poter giocare la sua personale partita per il potere.
Non so quanti italiani lo prendono sul serio e trovano apprezzabili i nuovi toni e i nuovi temi che compaiono nei discorsi “alti” di Renzi sull'Europa e il suo futuro. Ci vuole però una discreta fantasia per immaginare in quale campo sarebbe disposto a trasferire potere dalla sede nazionale a quella sovranazionale (nemmeno il debito, il cui onere potrebbe essere condiviso solo in una gestione comune del bilancio) per andare verso un'Europa federale. E per credere che il suo fine non sia quello di sottrarre l'Italia ai vincoli derivanti dall'appartenenza europea ma di modificarli.

Delta del Danubio (RO, UA)

... e rischi concreti per il futuro
Fin qui il timore che si nutriva nelle Cancellerie europee (come si usa dire) era che l'Italia finisse nel mirino dei lupi della finanza che scommettono sul futuro dei debiti sovrani, come ultima pecorella del gregge. Ma sarebbe un vero guaio se da quelle parti si facesse strada l'idea che invece potrebbe diventare, dopo la Brexit, il primo paese a farsi incantare dalle sirene dell'uscita. Se a qualcuno, a sinistra, l'ipotesi non dovesse dispiacere, lo inviterei a considerare, senza evocare qui il dibattito, a cui ho accennato, sull'Italia nell'Euro e in Europa, che stiamo parlando dell'ipotesi di un'uscita gestita dal governo Renzi.
Non se ne vedono i presupposti, né le avvisaglie? Può darsi. Ma a chi parla, dentro e fuori dai nostri confini, con molta leggerezza, di “rischio Italia” in caso di vittoria del NO, si dovrebbe chiedere un supplemento di riflessione attenta. Perché se il passaggio della riforma, con il conseguente rafforzamento del suo governo (anche per un'altra legislatura), dovesse far credere a Renzi di poter travolgere ogni ostacolo, avendo il paese in mano, la vittoria del SI potrebbe comportare sorprese molto amare e rappresentare un rischio per tutta l'Europa. Ma su questo è il caso di approfondire il discorso in altra occasione.


Sorgenti del Danubio (D)

NOTE
i Renzi è il più duro tra i leader europei nel prendere le distanze dal referendum indetto da Syriza, giustificando le pressioni su Atene della Troika, definite “opportune”: “Daremo una mano alla Grecia ma non diamo loro ragione” “E' impensabile che gli italiani che hanno smesso di pagare le baby pensioni agli italiani accettino di pagare le baby pensioni ai greci", dichiarazioni di giugno 2015
ii"Per fronteggiare i costi complessivi dell'accoglienza del 2015 il ministero dell'Interno ha stimato in 918,5 milioni le spese relative alle strutture governative e temporanee, e in 242,5 milioni le spese relative ai centri Sprar, per un totale quindi di 1.162 milioni" Citazione tratta dal "Rapporto sull'economia dell'accoglienza", a cura del Dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del ministero dell'Interno (laRepubblica online 08/11/15)
iii Vedi l'articolo di A. Verde su Newnomics. Il tema è di grande importanza in quanto solleva la questione dell'uso del Fiscal Compact come arma per condizionare la politica degli stati in deficit strutturale lasciando correre sull'altro corno degli squilibri, quello della bilancia commerciale in cui incorre pesantemente la Germania
iv "La Germania ha un surplus commerciale di 90 miliardi di euro, che TIENE FERMI anziché investirli", Renzi, 24/09/16, Prato. Vedi in proposito le osservazioni di Mario Seminerio su Phastidio.net
v European Round Table of Industrialist, consesso di 20 CEO di grandi aziende europee (anche italiane)
viIntervento di Juncker all'assemblea plenaria del Cese, Comitato economico e sociale europeo, 22/09/16

vii Il tema, comprensibilmente, è oggetto di un confronto che andrebbe ripreso e seguito con una partecipazione più ampia di quella che oggi coinvolge i soli addetti ai lavori, su cui non si possono nutrire certezze ma solo convinzioni più o meno solide. Se ne può avere un'idea dagli interventi ospitati recentemente su Micromega, di T. Fazi, E. Brancaccio e G. Iodice

Sul tema, in precedenza:


Il futuro della Grecia e quello dell'Europa

Ancora sul tesoretto. E sull'ipotesi di Grexit

La lezione del voto greco

La "campagna d'Europa" di Renzi. Una Waterloo?

Renzi parla di Europa

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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