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Considerazioni di un tedoforo, e qualche conclusione

Prima di andare avanti con questo excursus sulla crisi della sinistra e lo “spirito dei tempi” farei il punto sulle tesi esposte fino qui.
Premessa: la crisi della sinistra si fa generalmente risalire alla caduta del Muro e alla fine della guerra fredda, cioè agli stessi anni in cui si affermava una supremazia del potere economico-finanziario sulla politica democratica costituzionale; sono dunque entrambi questi fenomeni, intrecciati fra loro, a segnare l'inizio della globalizzazione.
Il primo tema riguarda questo intreccio, per comprendere i processi che hanno portato alla crisi della sinistra. La domanda è: come mai il collasso della sinistra del “socialismo reale” è coinciso con una crisi del campo socialdemocratico, che poteva invece uscire rafforzato dal confronto con un modello perdente. È pur vero che negli anni precedenti si era già aperta una fase di ripensamento sulle difficoltà e contraddizioni del welfare universalistico e sui limiti della spesa pubblica; ma c'è stata, senza dubbio, una resa morale ai valori della destra liberista: il motto “arricchitevi” non ha solo fatto breccia nei popoli ex-URSS ma ha trovato fautori tra i leader della sinistra occidentale.
Questo tema va riportato in primo piano se si vogliono comprendere le ragioni delle difficoltà nel ricostruire uno schieramento di sinistra a livello internazionale (senza di che il predominio del potere economico-finanziario e della destra ultraliberista, non trova argini), ma anche per inquadrare le anomalie che caratterizzano la situazione italiana nel quadro mondiale.
Perché, secondo tema, se ci domandiamo quali siano stati i caratteri peculiari di questa crisi nel caso italiano, la risposta va trovata in una permeabilità ancora maggiore del nostro ceto politico di sinistra alla visione del mondo della destra. Le evidenze a sostegno di questa tesi sono tante (ma sottovalutate). Qualche esempio:
- la formazione di un ceto politico trasversale, comprendente oltre alla nuova destra di estrazione“aziendale” il funzionariato socialdemocratico, motivato dall'ideale dell'arricchimento personale attraverso la politica e consentaneo con il potere economico-finanziario
- l'intreccio, ben oltre la collusione, con la criminalità mafiosa antistatale arrivato a contagiare anche i partiti della sinistra tradizionale;
- lo spostamento della socialdemocrazia nazionale verso un progetto centrista: irrealistico, perché privo di identità propria e per il venir meno del contesto di democrazia bloccata che aveva reso possibile l'egemonia della DC come partito centrista, ma duro a morire per l'assenza di un'alternativa a sinistra;
- il fatto che il fermento a sinistra (pur presente anche in Italia) non ha dato luogo a un partito nazionale, oltre a restare isolato dalle altre esperienze emergenti nel “fermento mondiale”.
Che siano state sottovalutate, non significa che di queste peculiarità non si siano denunciate le manifestazioni eclatanti: non se ne sono però colti i nessi con il quadro di fondo, anche per la persistenza di schemi di interpretazione costruiti sulla realtà pre-'89. 
Nell'insieme, queste manifestazioni compongono il quadro di una grande difficoltà nel tentare di contrastare il potere costituito. Che si presenta come privo di alternative ma a ben vedere nasconde (o tenta di nascondere) l'intrico di contraddizioni su cui poggia e dunque la sua fragilità

E tenta di contrastarla mettendo in campo strategie specifiche: tema di quest'ultima tappa del percorso.


1 - La fragilità delle basi di consenso del potere economico-finanziario in Italia e i tentativi di risposta delle élite. Un'analisi necessaria
Di una supremazia del potere economico-finanziario tale da condizionare la sfera politica si parla ormai da da decenni:i l'argomento resta centrale e all'ordine del giorno in qualunque discorso che abbia per tema la ricostruzione di una politica di sinistra a livello internazionale e possiamo perciò darlo per assodato. Serve però approfondire qualche aspetto specifico della realtà italiana, per la maggiore fragilità delle basi di consenso che il potere economico-finanziario è in grado di garantirsi per un predominio stabile sulla sfera politica.
Accennavo già nella prima puntata ai limiti delle letture “standard” del caso italiano a questo riguardoii Letture lucide, in grado di cogliere in profondità i caratteri di queste manifestazioni: che non vanno però, in genere, oltre la denuncia; prese nella loro singolarità, non sono inquadrate in una visione di sistema, non se ne colgono le radici profonde.
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Per spiegarmi meglio, potrei forse richiamare le analisi di Gramsci, nei suoi “Quaderni” (e nelle “Tesi di Lione”), sulle radici del fascismo. Non perché si possano applicare alla realtà presente, anche se alcune pagine potrebbero essere state scritte in questi giorni, come quelle sui partiti (“mere consorterie d’interessi immediati condensatesi attorno a singole personalità che “non contenevano blocchi omogenei sociali ma attendamenti zingareschi e nomadi della politicaiii). Ma perché offrono un metodo di indagine storico-politica che pochi studiosi tengono in vita, ignorati da un ceto politico cui si applica a pennello la descrizione appena citata.Prendendo spunto da quelle riflessioni, la domanda da porsi è: con quali strumenti l'élite economico finanziaria e il ceto politico che ne è espressione si misurano con il problema di contrastare in modo efficace la fragilità di fondo del loro potere sul piano democratico, così da garantirsi una base di consenso?Le risposte che dava Gramsci per la società del suo tempo e per la nascita del fascismo non si applicano alla realtà odierna: non si può dire che oggi si sia "concentrato tutto il potere sull’uso della forzaiv (soluzione che pure rivelava una debolezza intrinseca”), né che sia in atto una “rivoluzione passiva” in grado di aggregare una base di consenso come avveniva allora con “la massa dei piccolo-borghesi urbani e ruraliv (avendo tuttavia per Gramsci poche possibilità di riuscita pratica). Eppure quelle risposte dovrebbero suggerirci qualcosa...
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Le risposte. 1) Un tentativo destinato al fallimento: l'illusione neo-centrista
Nella puntata precedente suggerivo una prima risposta leggendo in questa chiave il tentativo del PD di riprodurre le condizioni che nel periodo della guerra fredda avevano permesso, anzi blindato, l'egemonia democristiana. L'idea non era nuova, ci aveva provato, a destra, Berlusconi inglobando il ceto politico del “pentapartito” degli ultimi anni della Prima Repubblica. Ma era, ed è, destinata al fallimento, non essendovi più la copertura esterna (sostenuta, quella si, dall'uso della forza) della fedeltà al “blocco occidentale”. Se resta in campo è solo per la mancanza di un'alternativa a sinistra.


2) L'uso dei mezzi di comunicazione di massa
Al di là di questo tentativo di risposta, il principale strumento adottato è stato il controllo dei mezzi di comunicazione. Uno strumento di limitazione della libertà, anche se ben diverso, e più raffinato della forza poliziesca
Ho già accennato all'errore di prospettiva commesso dalla sinistra nel momento in cui, di fronte a quello che stava accadendo, si è posto in secondo piano l'aspetto contenutistico e valoriale e si è concentrata l'attenzione sull'interesse economico del semi-monopolista privato, nella sua competizione con il servizio pubblico. E in seguito, di fronte al tentativo di assumere al controllo totale del sistema, quando ci si è concentrati sulla difesa della RAI, quasi che avesse davvero svolto un servizio pubblico. Dimostrando scarsa comprensione di quello che, in realtà, era in gran parte già avvenuto.
La TV commerciale era stata, sin dalla prima ora, il veicolo più potente di diffusione del messaggio del liberismo: l'edonismo era un termine, improprio ma efficace, diventato popolare per definire una cultura che esaltava, nell'individuo, la propensione al consumo, il piacere dell'intrattenimento, la realizzazione personale nell'arricchimento, il familismo, patriarcale nonché amorale, la competizione con l'altro come base dell'autostima (ed altro ancora...).
Il collasso della Prima Repubblica poteva rappresentare una minaccia mortale per quella evoluzione, in quanto era direttamente connesso alla fine della divisione in blocchi e quindi della “egemonia garantita dalla forza”. Senza contare che sembrava segnare anche la fine del malanno di cui aveva favorito la diffusione, la degenerazione dei partiti, divenuti di nuovo (come nel post-Risorgimento analizzato da Gramsci) “consorterie di interessi”, per l'arricchimento personale.
Invece proprio nel passaggio alla Seconda Repubblica si sono toccati con mano gli effetti che già erano stati prodotti, nella cultura popolare, nel senso comune, dal nuovo universo comunicativo. Che si era stabilito grazie al fatto che la TV pubblica, ben prima che Berlusconi vincesse per la prima volta le elezioni nel 1994, si era messa ad inseguire la TV commerciale sul suo stesso terreno quanto a valori e a contenuti. Mentre l'attenzione della sinistra era rivolta solo ai posti da occupare nella TV pubblica, in base alle quote che le spettavano, nel clima consociativo. Senza essere in grado di giocare la sua partita sul terreno della concorrenza tra modelli comunicativi (e valoriali) alternativi. Peggio, senza realizzare di doverla giocare. 
Le poche voci dissonanti, perché lungimiranti, rimanevano inascoltate, o isolate.


3) La "narrazione" a fini di disinformazione
Non vado oltre su questo tema, rimandando a quelle voci (cito, per tutte, quelle di Vincenzo Vita e di Carlo Freccero) e alle testimonianze del manipolo di “resistenti” che anche dentro la RAI ha tentato fin qui, con tenacia, di tenere acceso un lumicino. Che non sembra destinato a durare ancora a lungo, stando alle evoluzioni più recenti. Devo tuttavia insistere sugli ulteriori elementi di novità che sono emersi nel periodo successivo all'avvento del renzismo.
Mi riferisco al fatto che quel modello valoriale, per imporsi in modo duraturo (senza la copertura dell'esercizio della forza) aveva bisogno di porsi al riparo da qualunque giudizio di coerenza con gli atti prodotti dalla politica. Che tutto curava, meno che la felicità dell'insieme dei cittadini. Per questo, nella misura in cui si avvertiva, dalle parti del potere, l'esigenza di una narrazione convincente, avulsa dai fatti reali e tale da alterarne la percezione, era richiesto un uso sempre più intenso dei mezzi di comunicazione. Oltre a diffondere il messaggio del “liberismo liberatorio”, occorreva una massiccia dose di disinformazione.vi

Di questo si tratta, quando si parla di “narrazione”. Con una complicazione ulteriore nel momento in cui la tecnologia alla base dei mezzi di comunicazione evolveva verso uno schema circolare, non più il classico one-to-many del teleschermo in salotto ma il many-to-many, di internet in tutte le stanze di casa, al tempo dei social. In questo contesto la narrazione doveva essere sempre più intensa e invasiva: ma, per quanto si sforzasse di rincorrere quel mutamento (pensiamo all'invasione massiccia dei social, scoperta o coperta, da parte degli addetti stampa), perdeva progressivamente di efficacia.
La rappresentazione fisica, emblematica del “nuovo” indirizzo credo sia data dalla dozzina di miliardi che è costata l'esigenza di far passare l'epocale Riforma Del Lavoro (Jobsact, in termini esoterici, per il popolo) come strumento per la crescita dell'occupazione (stabile, in particolare). La riforma comportava, come era evidente per chiunque avesse una minima infarinatura di economia, l'effetto esattamente opposto, di deprimere i salari tagliando le gambe al potere contrattuale dei lavoratori: per cui si è dovuto varare un Bonus Assunzioni terribilmente oneroso per convincere del contrario. Almeno per il tempo necessario a portare a termine le operazioni con cui, sul piano istituzionale, si intendeva puntellare un consenso, altrimenti arduo da conquistare su basi razionali. E' questo uno dei motivi per cui la battaglia attorno alla riforma "decisionista" della Costituzione - un altro enorme prezzo che si vorrebbe far pagare, non solo in termini economici ma come restrizione degli spazi di democrazia - diventa la "madre di tutte le battaglie".


4) La perdita di senso della politica
Corollario ulteriore, a causa di questa fragilità connaturata: la dissacrazione della politica, la sua perdita di importanza e perfino di senso.
Il lavoro cominciato dalla “televisione libera”, che aveva relegato la politica a fare da sfondo negativo su cui doveva risaltare la positività dei modelli di felicità “privata”, ha compiuto così un passo ulteriore. Le slide con cui sono presentate le misure di governo non servono solo a dare un'idea edulcorata e mistificata di quelle misure ma ancor più a confermare l'idea che la politica, i suoi prodotti “dal vero” anziché “narrati”, siano solo noia. Da cui stare alla larga. Salvo, ovviamente, renderla appetibile, come strumento di promozione sociale e arricchimento personale, per i “chierici”, arruolati nella politica-impresa dagli imprenditori della politica (che ne mantengono “proprietà” e controllo).
Da ultimo, logica conseguenza, ogni forma di contestazione di quel modello, dei valori mainstream, doveva essere classificata come “anti-politica”. Che si trattasse di un inganno e un capovolgimento della realtà fattuale era chiaro, ma non mi sembra che se ne siano tratte tutte le conseguenze.


5) L'assenza di alternative. Il "presentismo"
L'ultimo atto di questo percorso, portato a compimento con l'avvento del governo Renzi, è servito a (tentare di) impedire che la politica risorgesse dalle sue ceneri demolendone la stessa ragion d'essere. Non si doveva neppure cadere in tentazione, di costruire un'alternativa. Perché there is not. TINAvii, fatevene una ragione. Chi manovra le leve del potere può permettersi di dire che si va avanti con il “pilota automatico”viii.
Per arrivare a questo, si è teso a cancellare il futuro dalla dimensione non solo della politica ma del pensiero. In questo schema, progettare, prevedere è sinonimo di costrizione (voler costringere lo scorrere della realtà in un solco predefinito!) di ideologismo astratto (deve esserci sotto un'idea di futuro migliore, dunque un'ideologia!) di un rifiuto del presente (gufi e malpancisti!). Mentre il presente è tutto. “Dead poets society”, cogliere l'attimo fuggente, ma il significato è stravolto nel suo contrario (come al solito): anziché esaltare le potenzialità dello spirito creativo, fantastico, aderire ciecamente alla realtà del presente, come “migliore dei mondi possibili”.

Questa forma di “presentismo” è un fenomeno nuovo, evoluzione diretta dei mutamenti di cui abbiamo parlato finora, giunto a maturazione nel nostro paese prima che altrove. Lo abbiamo conosciuto sotto le forme della “rottamazione” renziana, che è l'esatto complemento della cancellazione del futuro. Il passato è orpello, vecchio contro il nuovo (la polarità di cui mi occupavo nella puntata precedente). Da demolire, in realtà, perché pericoloso: imparare dal passato fa scoprire la possibilità di realtà diverse, ciò che è stato può sempre ritornare, e ci ricorda che l'oggi, che ci sembra assoluto, domani sarà passato.
Dunque la rottamazione ha una dimensione molto meno estemporanea e superficiale di quanto appaia, ma è poco analizzata in queste sue caratteristiche. Pensiamo, ad esempio a come venga ridotta ad episodio, a inclinazione caratteriale, la scelta del premier di circondarsi di amici chiamati ad agire, magari ciascuno con più ruoli (W il multitasking), con l'imperativo di essere veloci, rispondere all'istante, non dar modo di pensare tra un fotogramma della narrazione e il successivo.



Sopprimere il senso di responsabilità?
Vittima sacrificale di questo modus operandi è, inevitabilmente, la responsabilità delle proprie azioni. Di queste conta la percezione che se ne ha, sul momento, non l'effetto reale che producono, nel tempo.
Se si mettono in fila gli atti di governo in ognuno dei campi, se ne ha una riprova che non conosce praticamente eccezioni o smentite.
Alla domanda di Renzi sul “che fare” dopo il terremoto di Amatrice, Renzo Piano risponde “un progetto di lungo periodo”. Perché è persona che non si tira indietro, ma non è renziano e costruisce cose che devono durare nel tempo. E Renzi accoglie il suggerimento con entusiasmo, e lo va ripetendo dappertutto: “Casa Italia, piano che durerà anni”. Ma lo dice perché è quello che è azzeccato dire in quel preciso istante (anche perché l'argomento serve per chiedere tanti soldi, tanta flessibilità per un lungo tempo: come se arrestare la crescita del debito fosse un pallino dei cristiani protestanti e non una preoccupazione che dovrebbe essere in cima ai suoi pensieri).
Se poi un domani ci sarà da espiantare quel concetto pericoloso (il lungo periodo!) dalla memoria degli elettori, si useranno gli strumenti adatti allo scopo, momento per momento.



Sostenibilità, uguaglianza: parole, valori, messaggi alternativi. Per ripartire
Invece il ritorno al principio dell'uguaglianza è la via d'accesso, stretta, verso l'uscita dalla crisi. Il concetto di sostenibilità è la sola alternativa alle pulsioni distruttive e all'irresponsabilità che hanno preso ultimamente troppo spazio. L'alternativa non solo esiste ma è, quella sì, inevitabile.
Anche la burocrazia brezneviana e i gerarchi-oligarchi, fino all'epilogo del tentativo di Gorbaciov di governare un cambiamento non traumatico, non arrivavano a concepire la possibilità di una rottura catastrofica per il loro sistema. Similmente le élite oggi al potere nel mondo globalizzato (ma non “pacificato”) non ammettono nei loro schemi concettuali l'ipotesi di una analoga catastrofe (nel senso matematico introdotto da Thom). Nel timore di quello che potrebbero vedere spingendo lo sguardo nel futuro, si tengono alla larga da qualsiasi tentativo di approfondimento delle trasformazioni che hanno caratterizzato il mondo dagli ultimi anni del secolo scorso. 
Questo approfondimento dovrebbe invece essere la base per l'elaborazione di un progetto di sinistra, di una visione del futuro e dei percorsi per raggiungerlo. Perché sta alla sinistra la responsabilità di rompere questa soffocante congiura del silenzio da parte dei custodi dell'ordine costituito e ricominciare a declinare i discorsi al futuro, come progetto e non come fuga dalla realtà.


NOTE

i Il passaggio chiave, nelle analisi di questo fenomeno, è individuato, prima che nella globalizzazione (caduta del Muro e fine della guerra fredda), nella fine del regime di cambi fissato dagli accordi di Bretton Woods, avvenuta nel 1971. La sua fine e l'avvento del regime di cambi flessibili ha modificato il ruolo del Fondo Monetario Internazionale da organismo di “sorveglianza” del corretto funzionamento di un sistema di regole a istituzione chiamata a sovrintendere all'applicazione di regole di politica economica (e dunque e sovrastare le politiche nazionali): in via teorica, per garantire l'equilibrio del sistema dei cambi ma di fatto per garantire l'adozione di politiche uniformi in tutti i paesi di “libero mercato”. La fine della guerra fredda avrebbe esteso questo ruolo a livello planetario ma non avrebbe modificato la sostanza dei rapporti tra potere economico-finanziario, di cui il FMI continuava ad essere il massimo rappresentante e l'espressione genuina, e potere politico.
ii “si sono messe in evidenza le torsioni del sistema democratico indotte dal nuovo paradigma di rapporti tra potere economico-finanziario e potere politico ... senza però realizzare nella sua giusta dimensione il fenomenohttp://giovanniprincipe.blogspot.it/2016/08/considerazioni-di-un-tedoforo.html
iii A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1977, p. 1203
iv A. Gramsci, La costruzione del partito comunista (1923-1926), Einaudi, Torino, 1978, pag. 82
v A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1228
vi Per continuare a attingere al pensiero di A. Gramsci rilevo anche qui la straordinaria attualità (con gli aggiustamenti dovuti) delle sue considerazioni sul rapporto tra il fascismo e la sua base sociale (ceto medio piccolo borghese), laddove notava come, sul piano economico, ne abbia tradito le aspettative favorendo gli interessi della grande borghesia, capitalisti, industriali e agrari (protezionismo in materia di commercio estero, centralizzazione del sistema creditizio, peggioramento delle condizioni lavorative in termini di maggiore orario con minori retribuzioni). La soluzione, ai suoi tempi la intravedeva in una prospettiva imperialista dal destino tragico, come di fatto avvenne (A. Gramsci, La costruzione... cit., pag. 82). Una strada oggi impercorribile: da qui la ricerca di alternative, che occorre analizzare.
vii Acronimo che vanta una grande popolarità: “There Is No Alternative”, non c'è alternativa
viiiI mercati sono meno spaventati dell'esito del voto in Italia dei politici... Molto dell'aggiustamento già fatto dal Paese continuerà come se si fosse inserito il pilota automatico". Sono parole di Draghi in conferenza stampa a Francoforte il 7 marzo 2013, all'indomani delle elezioni italiane.

Le illustrazioni di questo post (ritratto di Gramsci a parte...) sono tratte dal film 1984, basato sull'omonimo romanzo di George Orwell. 

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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