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Perché crescono gli occupati ma non cresce l'economia

Questa volta la notizia c'è. I dati dell'ISTAT non lasciano margini di dubbio. Nella prima metà del 2016 il numero degli occupati è cresciuto.
Può darsi che i toni trionfali di Matteo Renzi non siano stati presi troppo sul serio, l'effetto “al lupo! al lupo!” ormai è diventato irreversibile. Il nostro, d'altra parte, fa di tutto per alimentarlo: anche stavolta gli è uscita la solita guasconata, “il Jobs Act ha portato 599.000 posti di lavoro in più”. Per la cronaca, se si va a controllare la serie storica dell'ISTAT ci si accorge che quel numero corrisponde alla differenza tra il dato di giugno 2016 e quello di febbraio 2014, che è il “mese zero” dell'era Renzi: ma ditemi voi...

Ora, se il dato è questo – ed è questo – vale la pena di andare fino in fondo per capire che cosa sta succedendo. Perché l'altro dato che non si può contestare è che l'economia sta andando male, molto peggio delle previsioni, e l'Italia si conferma come la cenerentola d'Europa
Ha voglia Renzi a dire, nello stesso passaggio in cui parla del Jobs Act, che “il segno del pil è tornato positivo”. Mentre il Documento di Economia e Finanza varato appena l'8 aprile scorso accreditava ancora per il 2016 una crescita dell'1,2% (ritoccando al ribasso la stima “rose e fiori” del +1,6% su cui era stata costruita la legge di stabilità 2016, ma tenendo duro rispetto agli istituti internazionali che non “vedevano” nemmeno un +1%) ora il solerte Ministro Padoan è costretto a fare i salti mortali (c'è la Brexit, c'è il terrorismo, ci sono le elezioni americane, la Cina tira poco) per “mettere le mani avanti” rispetto ai segnali che provengono dal mondo produttivo e dalle famiglie. Difficile pensare di far meglio dello 0,8%, praticamente escluso di poter superare l'1%, mentre i nostri partner rivedono (leggermente) al rialzo le loro stime di crescita.
Eppure gli occupati aumentano.

L'andamento nell'ultimo anno è stato quello mostrato nel grafico che segue: nel 2015 si è raggiunto nel mese di agosto un picco di occupati (22,6 milioni) da attribuire agli effetti del bonus assunzioni. Successivamente gli occupati hanno registrato una contrazione, ampiamente prevedibile, di 80mila unità fino ai 22,52 milioni di dicembre. Da quel momento in poi si è verificata una crescita praticamente costante (una flessione solo in febbraio) fino ai 22,78 milioni di giugno. Quasi 200mila occupati in più rispetto al picco di agosto. Come si spiega? E, soprattutto, come si spiega, con un'economia che continua ad essere praticamente stagnante?



Partiamo da una considerazione banale. Se gli occupati aumentano più di quanto aumenta il valore di ciò che producono vuol dire che la loro retribuzione media diminuisce. Ma per una gran parte di questi è fissata da contratti collettivi, che si rinnovano molto a rilento in questo periodo ma comunque non diminuiscono. Perciò i casi sono due: o diminuiscono, in media, i profitti di chi dà loro un lavoro e le rendite finanziarie oppure... Oppure la retribuzione diminuisce, in media, perché si abbassa - e di molto! - per i lavoratori dipendenti che non sono coperti dai contratti e per quelli indipendenti.
Diminuiscono i profitti o le rendite? Non ci sono segnali in questo senso, ma sapremo a giorni come sono andati i conti nel secondo trimestre di quest'anno e potremo avere dati più precisi. Nel frattempo possiamo tenere da parte il discorso su profitti e rendite e avanzare qualche ipotesi sulle retribuzioni dei lavoratori.
Non è difficile, in definitiva, disegnare l'identità dei lavoratori dipendenti non coperti dalla contrattazione collettiva. Di quelli che non hanno alcuna tutela e sono esposti alla pura legge di mercato: nessuna altra regola che non sia il rapporto di forza tra chi offre una paga e il bisogno elementare, di sopravvivenza, di chi si offre per un lavoro. 
Sono quelli pagati con i voucher.

Stiamo cercando di dare un volto alle 240mila persone che tra febbraio e giugno di quest'anno hanno lavorato per la prima volta, ricevendo con tutta probabilità una paga irrisoria. Ebbene, nel 2015 i lavoratori che hanno riscosso voucher sono stati 1,4 milioni e nel primo quadrimestre del 2016 sono aumentati del 43%. Di questi circa un quarto (dalla rilevazione effettuata nel 2015) non risultava aver lavorato, almeno nei tre anni precedenti. Ciò significa, se la proporzione non è cambiata in modo significativo, che circa 200mila persone inattive o disoccupate hanno trovato nella prima parte del 2016 un lavoro pagato con un voucher. Vogliamo avere un'idea della paga ricevuta? Ebbene, negli ultimi sei anni, secondo i dati dell'INPS, il numero medio di voucher riscossi per singolo lavoratore non è mai sceso sotto i 58,8 ma non ha mai superato i 68,8. Un voucher vale 10 euro, dunque stiamo parlando di retribuzioni comprese tra i 588 e i 688 euro all'anno. Lordi. Per il netto si scende a un massimo di 520. Annui.
Vi chiederete se chi ha avuto questa fortuna può essere considerato occupato. La risposta ve la dà l'ISTAT. Per la rilevazione delle forze di lavoro (la fonte ufficiale sugli occupati, secondo una metodologia adottata su scala europea), nella definizione di occupati sono comprese “le persone di 15 anni e più che nella settimana di riferimento hanno svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura”. Almeno un'ora. Chiaro, no?

Ci sono poi altri lavoratori che, per definizione, non hanno un contratto collettivo ma una “commessa”, o “incarico”, o “collaborazione”: sono gli indipendenti. Imprenditori e professionisti, ma anche partite IVA che non hanno né una “ditta” né un'iscrizione a un albo: vere (“free-lance”, esperti, tecnici delle più varie discipline) o finte, che dovevano scomparire ma sono invece state “coperte” con i sotterfugi che il Jobs Act ha suggerito (ho avuto modo di soffermarmi sul tema a suo tempo).
Le prime, quelle vere, sono vittime di una legislazione che ne fa delle figure di serie B, quando hanno titoli da vantare per essere collocate ai vertici della scala dei saperi: il fatto è che sono uno dei perni su cui si regge la moderna sottrazione di valore ai danni di chi lavora. Le seconde, quelle finte, sono oggetto dell'accanimento della destra turboliberista (nelle varie fogge politiche che ha assunto) nella sua guerra per smantellare e ridurre ai minimi termini tutte le forme di tutela su cui si è retto il compromesso capitale-lavoro nella seconda metà del secolo scorso in particolare in Europa.
Ecco, sono proprio gli “indipendenti” ad essere cresciuti maggiormente in questo primo semestre (+126mila unità), mentre tra i dipendenti sono cresciuti solo quelli temporanei, di 79mila unità (tanto per confermare quanto detto prima, rientrando i collaboratori pagati con voucher in questa categoria). I permanenti, che tali non sono essendo diventati “a tutele (de-)crescenti”, sono invece diminuiti di 18mila unità. Si è esaurita (lo dimostra il grafico seguente) la “spinta propulsiva” delle agevolazioni del bonus assunzioni da 8.000 euro.


Ecco spiegato dunque l'andamento, a prima vista poco comprensibile, degli occupati.
Considerazioni finali.
- Sono aumentati gli occupati secondo la metodologia ISTAT ma non si può parlare di creazione di “posti di lavoro” degni di questo nome.
- Ha ragione Renzi a parlare di effetto del Jobs Act. Assistiamo in effetti alle conseguenze:
a) dell'esaurimento del bonus assunzioni, che porta allo scoperto tutta la finzione del “contratto a tutele crescenti” che abbasserebbe le tutele ma creerebbe occupazione;
b) della liberalizzazione dei voucher;
c) dell'aver inventato un modo per cui fossero legittimate le collaborazioni fasulle facendolo passare per la loro abolizione.
- Tocchiamo con mano la falsità e l'ipocrisia di chi ancora giustifica i voucher come strumento di sostegno all'emersione dal “nero”, quando è del tutto evidente che si tratta di un incentivo per chiunque voglia evadere (fisco, previdenza e contratti collettivi) minimizzando i rischi di essere colto in flagrante.
- Abbiamo la riprova dei danni alla coesione sociale e al rispetto della dignità della persona provocati dal rifiuto, dettato da un'accanita difesa dei privilegi di classe, di introdurre anche in Italia quel reddito minimo garantito che la stessa Europa liberista ha assunto come fondamento basilare di civiltà del sistema sociale: quello sì avrebbe contrastato il sommerso e il moderno schiavismo che ne è l'altra faccia.

Infine. Un'ultima considerazione dedicata ai sindacati e in genere alle organizzazioni di massa che hanno come ragione sociale la tutela degli interessi e dei diritti di chi lavora.

Rimanere ancorati allo schema tradizionale del conflitto distributivo tra capitale e lavoro e agli strumenti di tutela che sono stati adottati in quello schema porta inevitabilmente a perdere contatto con l'area sempre più vasta di chi lavora senza trovare alcuna sede né alcun mezzo per essere difeso (nei suoi interessi e nei suoi diritti). 
Torno su un tema già toccato in un precedente post: non è più rinviabile il momento di porsi la domanda se si debbano sollecitare quei soggetti perché aderiscano alle forme associative esistenti, o se non debbano piuttosto essere sostenuti (ma già sarebbe un primo passo riuscire a non ostacolarli) nella ricerca di forme associative originali, autonome. Perché si mettano in grado di assumere in piena libertà le iniziative più efficaci di tutela. Per costruire, a partire da lì e non per sviare da questo processo, i necessari momenti di convergenza. Ciò che presuppone di non dover demonizzare gli eventuali conflitti, destinati inevitabilmente insorgere, quanto piuttosto di gestirli attraverso le mediazioni che il reciproco riconoscimento su basi paritarie può consentire.

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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