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Considerazioni di un tedoforo

La quiete agostana favorisce qualche lettura in più e qualche meditazione un po' meno in affanno. Mi prenderò così la licenza di mettere in comune qualche considerazione – nientedimeno, sullo “spirito del tempo” – che in altri momenti non mi permetterei di proporre, non avendone titolo (non sono né un filosofo, né un sociologo dei costumi, né un antropologo). Al più, mi sono trovato a vivere esperienze che parlavano di questo, e ho cercato in genere di trarne qualche insegnamento.È probabile che non sia un titolo sufficiente, ma il fatto è che mi accorgo che c'è un interesse diffuso al tema, in questi frangenti: lo si vede in particolare in quello “specchio dei tempi” che sono i social, dove sono ripresi e commentati interventi di “addetti ai lavori”, comparsi su organi di stampa, contenenti riflessioni stimolanti. E però sono solo fiammate, anzi, faville che non attecchiscono e non danno luogo a un discorso pubblico. E non entrano nei confini del dibattito politico. Non pretendo di colmare il gap. Mi propongo però di alimentare questo interesse, di portare per il mio piccolo tratto di strada questa fiaccola, sperando che prima o poi si accenda il braciere (ci siamo appena lasciati alle spalle le Olimpiadi...).

Premessa. La crisi della sinistra di fine Novecento e il piano culturale / valoriale
Il tema è di nuovo la crisi della sinistra. Le difficoltà, i ritardi con cui ha saputo interpretare la realtà in cambiamento e aggiornare gli schemi con cui affrontarla.
Ne ho scritto altre volte1. Mi sembra che sia però necessario allargare lo sguardo oltre le dinamiche in corso nell'economia, nei rapporti sociali, nelle istituzioni politiche. Che sono state oggetto di analisi approfondite e hanno suscitato un discorso pubblico ampio (soprattutto fuori dai nostri confini), senza che però con questo sia stata scongiurata la crisi di cui parliamo.

Sul piano economico, è stata messa a fuoco la crescita delle diseguaglianze, il paradosso per cui la diminuzione dei divari di ricchezza tra i paesi si combina con l'aumento dei divari tra i ceti sociali all'interno; così come il fatto che l'espansione del prodotto mondiale e dell'interscambio globale si accompagnano alla diffusione della povertà in ampie aree del globo e perfino in quelle più avanzate2. Abbiamo analizzato gli effetti negativi della crescita della ricchezza misurata in moneta, in termini di distruzione del patrimonio di risorse naturali e di calo progressivo della capacità potenziale di riprodurlo3. Abbiamo ragionato attorno al “disagio ella democrazia”, messa alla prova dalla concentrazione del potere economico finanziario e dall'assoggettamento della funzione politica alle leggi della accumulazione di capitali4.
Certo, di questi fenomeni sono stati colti i riflessi anche su altri piani che non sono riducibili all'economia o alla politica. La società liquida, il sovraccarico delle aspettative, il declino della vita pubblica, sono entrati a far parte degli schemi interpretativi più diffusi e più utilizzati5. Si ragiona di muri, recinti, reticolati, di imprenditori della paura, di timore dell'altro e del diverso; si affronta il tema del populismo, o si evoca l'ordo-liberismo come pensiero dominante adottato dalle élite. Vi è stato, insomma, un grande fermento anche sul piano culturale per ridefinire una visione del mondo a sinistra. Ma non è stato tale da produrre un nuovo paradigma da cui, soprattutto, prendesse corpo una nuova risposta, convincente, ai problemi che vengono acutamente individuati e analizzati. Qualcosa non torna. Di qui l'ansia di comprendere, l'insoddisfazione e il fermento che ne deriva. Di questo vorrei ragionare.


Il paradosso della crisi della socialdemocrazia alla fine della guerra fredda.
Quando parliamo di cambiamenti fissiamo in genere il punto di svolta al momento della caduta del Muro e della fine del mondo diviso in blocchi, che segna l'avvio della globalizzazione odierna.
Anche per la crisi della sinistra si parte da lì. Inevitabilmente, giacché negli anni della guerra fredda l'opposizione destra-sinistra si era materializzata (e “territorializzata”) nella divisione del mondo in blocchi. Quando il blocco che presumeva di rappresentare la sinistra ha dichiarato il proprio fallimento, la crisi è sembrata riguardare l'intero campo della sinistra, anche in Occidente.
È accaduto, non si può negare. Anche se, per contro, era proprio quello il momento in cui la sinistra poteva liberarsi da un'ipoteca da cui era stata fortemente condizionata. Anzi, direi che il mondo in via di globalizzazione realizzava proprio una delle condizioni che la sinistra riteneva necessaria per raggiungere appieno i suoi ideali di fratellanza. Un paradosso, no?

Ho idea che per il nostro discorso dovremmo risalire ancora un po' addietro, agli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso. Perché in quegli anni era in corso un dibattito serrato attorno a una serie di temi che componevano un quadro di crisi, anche rilevante, di alcuni dei pilastri fondamentali del modello socialdemocratico: i punti deboli del sistema di welfare, le insidie del neo-corporativismo, i limiti dell'intervento statale in economia, e via elencando6.
In realtà affrontare quei temi non era di per sé un segnale di crisi. Al contrario, si trattava semmai di un segno di vitalità del campo socialdemocratico, che si dimostrava in grado di riflettere su se stesso, anche in profondità, cercando le soluzioni ai problemi che si presentavano sul suo cammino.
Il fatto è però che quando si è verificato il collasso del sistema sovietico – negli stessi anni in cui nel campo socialdemocratico si facevano i conti con quei problemi – il pensiero mainstream ha diffuso nel mondo un messaggio elementare, che ha esercitato una grande forza di persuasione, tanto da mettere in ombra tutta quella produzione culturale e politica. Questo: “il comunismo si è arreso perché il mondo democratico ha mostrato i muscoli”. Più che sul terreno militare, su quello culturale/valoriale.
L'occidente capitalistico non ha vinto perché realizza meglio del comunismo una società giusta, una maggiore coesione sociale o una migliore composizione dei conflitti. Tutto questo, che corrisponde ai valori propri del campo socialdemocratico, non avrebbe mai conquistato le masse “oltrecortina”. Ha vinto perché offre la risposta più convincente alla domanda di felicità di quei popoli. Perché propone un modello liberatorio, capace di gratificare il desiderio di una vita migliore.



"Arricchitevi" come messaggio-guida della modernità?
Dalle trasmissioni “lustrine e paillettes” della tv italiana captata in Albania ai megastore visitati da chi poteva varcare i confini dei “paesi socialisti”, questo il messaggio che partiva e si diffondeva.
Il fatto è che quel messaggio non era “il” messaggio dell'Occidente democratico, ma “un” messaggio che si stava imponendo nel mondo capitalistico senza essere contrastato con argomenti altrettanto convincenti da messaggi intonati ai valori della sinistra.
Anzi, mentre si inveiva contro la Thatcher che smantellava le “relazioni industriali” e i servizi pubblici nel suo Paese, o magari si scherzava sull'edonismo reaganiano, il motto “arricchitevi”, che aveva conquistato gli oligarchi convertiti e i loro clan nelle repubbliche ex sovietiche, stava facendo breccia anche nella socialdemocrazia “à la page”, quella che si poneva il problema di “stare al passo coi tempi”. E che invece quel passo lo stava perdendo.
La “terza via” di Blair, l'adesione a quelle tesi del governo D'Alema, con un solenne documento congiunto, fino alle riforme di Schroeder (ma il quadro comprende anche le novità in campo democratico dell'era Clinton) stanno a testimoniare quel processo.
È qui che fa capolino il tema dello “spirito dei tempi”.



Da allora, un deficit di comprensione. I fenomeni, non i nessi e le priorità
Con questa premessa ho voluto provare a mettere meglio a fuoco il deficit di comprensione che risale agli anni finali del secolo scorso. E a datare il momento in cui la sinistra ha perduto la capacità di tenere il passo delle trasformazioni. Ma da allora sono passati alcuni decenni.
Ed è su questi che dobbiamo riflettere se vogliamo arrivare allo “spirito” del tempo presente.
Solo, ho l'impressione che senza un bilancio, severo ma lucido, di ciò che è avvenuto allora, nell'ultimo ventennio del secolo scorso, non riusciamo a spiegarci compiutamente come mai la sinistra non sia stata in grado di “leggere” il mondo intorno a noi. Perché non sia andata oltre una lettura per parti separate e non congruenti, cosicché è mancato sia il quadro di assieme sia la ricostruzione dei nessi causali e delle gerarchie di importanza.

Non che non si siano colti i fenomeni più rilevanti, dedicando ad essi molta attenzione, ma lo sguardo è rimasto condizionato dagli schemi del passato. Gli esempi non mancano.
Sull'espansione travolgente del potere dei mezzi di comunicazione e sulle manovre dei grandi gruppi privati per il loro controllo non sono mancati allarmi e battaglie tenaci. Ma del monopolio televisivo privato si è denunciato più che altro il tentativo di ridimensionare e di condizionare, attraverso la politica, il servizio pubblico, che restava il totem da proteggere. Perché gli si attribuiva un ruolo e una qualità che non aveva. E si sottovalutavano gli effetti della subordinazione, culturale e politica, al sistema dei partiti: sia come arretratezza, nel complesso, dei modelli comunicativi che come grado di autonomia (libertà) e professionalità degli operatori. E ancora oggi si adottano icone (come il maestro Manzi, per capirci, o qualche comico di grande talento) come simbolo di una qualità diffusa che viceversa non c'era, in una Rai bigotta e provinciale, stampella di una DC bigotta e provinciale.
Oppure, si è registrato l'emergere, e il riposizionamento, di una nuova razza di imprenditori, ma ci si è concentrati sulla denuncia dello stile padronale, autoritario, unilaterale nelle relazioni industriali senza accorgersi, se non con grande ritardo, del fatto che la fonte di arricchimento prevalente non stava più nella compressione dei costi (e dei salari) ma nell'asservimento del potere pubblico.
Ancora, si sono messe in evidenza le torsioni del sistema democratico indotte dal nuovo paradigma di rapporti tra potere economico-finanziario e potere politico e si sono messe in relazione con le contraddizioni e le inefficienze del neo-liberismo e dei suoi paradigmi antistatalisti, senza però realizzare nella sua giusta dimensione il fenomeno che nascondeva: quello di un uso massiccio e incontrollato di risorse pubbliche a favore dei grandi monopoli privati.
E anche quando si sono denunciate le collusioni e i cedimenti della politica alla grande criminalità organizzata, l'opportunismo, lo scendere a patti con il sistema criminale attraverso il voto di scambio, si è fatta fatica a riconoscere gli intrecci profondi che si stavano costruendo e stabilizzando tra grandi imprenditori, leader politici e imprenditori dell'industria del crimine.





La mutazione della figura del politico
Così non ci siamo accorti – in particolare nel nostro paese, che pure si stava rivelando come il laboratorio più avanzato in questo campo, su scala mondiale – che nel novero degli imprenditori di nuovo conio si doveva comprendere anche il drappello di avanguardia di un nuovo genere di politici. Non solo imprenditori “prestati” alla politica, o sconfinati in quel campo, ma imprenditori della politica, nel tempo stesso in cui questa andava assumendo sempre più i codici (di comportamento, di linguaggio, di relazioni) delle imprese capitalistiche. Finché, da un certo punto in poi, la maggioranza di chi esercitava quella funzione, ne ha assunto i valori, i fini. Si faceva battaglia politica pensando di avere di fronte personaggi che rispondevano agli schemi di Max Weber7 senza ricordare la lezione, di pochi anni dopo, di Bertolt Brecht e del suo Mackie Messer8.

C'è tutto questo – forse anche molto altro, ma certamente tutto questo – dietro il ritardo con cui abbiamo registrato il cambiamento che si stava verificando nelle “preferenze” che fanno senso comune
Qualche esempio? L'individuo conta, la comunità no (anzi, è un'astrazione che non ha contenuto reale). La società (che dunque esiste) si regge sui ricchi, i poveri sopravvivono grazie alle loro fortune. Lo stesso vale per forti e deboli, vincenti e perdenti. Cade l'identificazione con il proprio simile, nel momento in cui è solo un oggetto, nel rapporto con il soggetto a cui è sottomesso, di cui è debitore.



Il nuovo che sfugge, il "renzismo" male interpretato
Il dramma è che dietro le linee della socialdemocrazia in rotta non ci si è attestati su nessuna “linea del Piave”. E che, oltre tutto, ci ricadiamo, siamo recidivi. Così anche oggi tardiamo a mettere a fuoco le novità introdotte dal “renzismo”. Guardiamo, e denunciamo, i passi ulteriori nella direzione mainstream, il fatto che riesce a travolgere d'impeto le stesse barriere su cui si era arrestata l'offensiva berlusconiana, il passato che non muore e anzi sembra trionfare. Ma ci sfuggono le novità, abbiamo difficoltà a cogliere l'emergere di nuovi paradigmi. Oltre l'edonismo da anni '80, oltre lo schema familistico-patriarcale, oltre il populismo (e il suo corollario, l'anti-politica spacciata per politica e viceversa) che ne rappresentano la superficie meglio visibile, più evidente.
Due sono i paradigmi-muraglia dietro cui si è asserragliato il potere. Renzi ne è il veicolo comunicativo privilegiato (al momento, ma il ricambio dovrà necessariamente essere rapido). Uno è il moderatismo (o centrismo). L'altro credo si possa definire come “presentismo”.

Di questi dobbiamo parlare se vogliamo provare a scandagliare lo “spirito dei tempi” dei nostri giorni. Ma, per quanto ora sia tempo di riposo e di meditazione, è forse consigliabile prendersi una pausa, per tornare su quest'argomento in una seconda parte, più vicina all'attualità.


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NOTE
2Su questo, un classico è, nei confini italiani, L. Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, Roma-Bari 2000, mentre per l'inquadramento storico, sulla base di un'imponente messe di dati, il riferimento obbligato è a T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, trad. it. Bompiani, Milano, 2014
3Un autore, tra i più citati: U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, trad. it. Carocci, Roma, 2005 e Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, trad. it. Carocci, Roma, 2009
4Per stare, di nuovo, nei confini italiani, C. Galli, Il disagio della democrazia, Einaudi, Torino 2011; L. Ferrajoli, Poteri selvaggi. La crisi della democrazia italiana, Laterza, Roma-Bari 2011; S. Petrucciani, Democrazia, Einaudi, Torino, 2014
5Senza scegliere in una bibliografia imponente può bastare un riferimento agli autori più noti, oltre a quelli già citati, come Z. Bauman, R. Dahl, A. Gorz, A. Sen, R. Sennett, M. Walzer,
6Qualche riferimento per ricostruire quel dibattito: P. C. Schmitter, "Ancora il secolo del corporativismo?", trad. it. in M. Maraffi (ed.), La società neocorporativa Il Mulino, Bologna 1982; N. Luhmann, Teoria politica nello Stato del benessere, trad. it. Angeli, Milano 1983; P. C. Schmitter e W. Streeck, "Comunità, mercato, stato e associazioni? Il possibile contributo dei governi privati all'ordine sociale" trad. it. in Stato e mercato, No. 13(1985); C. Crouch, Relazioni industriali nella storia politica europea, trad. it. Ediesse, Roma, 1996
7La politica come professione, tradotto ancora nel 2009 negli Oscar Mondadori, Milano

8Protagonista dell'opera teatrale “L'opera da tre soldi” del 1928 il cui testo italiano si trova pubblicato da Einaudi, Torino, da ultimo nel 2015

Commenti

Agli amici e amiche che leggono

La veste grafica è cambiata, per rendere il testo più leggibile, e ho dato anche un'altra impostazione ai post, per renderli (così spero) più "veloci".
Non perdo però il vizio di "sfidarvi" (ma innanzi tutto di sfidarmi) con ragionamenti più articolati e più meditati. Serviranno a questo le pagine, che avranno questo scopo.
Buona lettura. I commenti sono sempre graditi, le critiche ... prese nella dovuta considerazione

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